Teatro Comunale di Modena: “L’elisir d’amore”

Teatro Comunale “Luciano Pavarotti”, Stagione d’opera 2014/2015
L’ELISIR D’AMORE
Melodramma giocoso in due atti su libretto di Felice Romani, da Le philtre di Eugène Scribe
Musica di Gaetano Donizetti
Adina, ricca e capricciosa fittaiuola JESSICA NUCCIO
Nemorino, coltivatore, giovane semplice
CELSO ALBELO
Belcore, sergente
JULIAN KIM
Il dottor Dulcamara, medico ambulante
NICOLA ALAIMO
Giannetta, villanella
ELEONORA CONTUCCI
Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna
Coro del Teatro Regio di Parma
Direttore Francesco Cilluffo
Maestro del Coro Martino Faggiani
Regia Marcello Grigorov
Scene e costumi Nica Magnani
Luci Andrea Borelli
Allestimento del Teatro Regio di Parma
Coprodizione Fondazione Teatro Comunale di Modena, Teatro Regio di Parma
Modena, 17 marzo 2015
In un teatro intitolato a quello che forse è stato il più grande Nemorino del secondo Novecento, sentire un “Elisir d’amore” cantato così bene è un doppio piacere. Non c’è elemento del cast che non sembri a suo agio nella scrittura di quest’opera, tanto spesso eseguita e tanto spesso bistrattata. Timbro latino e caldo, sempre più ricco man mano che l’azione avanza, quello di Celso Albelo: un Nemorino fresco e comunicativo, il suo, ma non per questo sbracato, capace di smorzature e mezze voci. Applauditissimo (ne avevamo dubbi?) dopo “Una furtiva lagrima”, con due fulminanti salite al do acuto nel suo duetto con Belcore accende la platea e suggella una delle letture più convincenti del personaggio in tempi recenti. Non risparmia acuti e sovracuti neppure Jessica Nuccio, Adina di voce morbida, fluida nelle agilità, di timbro raccolto, elegante, tutta un filato e un trillo. Si è spesso detto che i cantanti orientali hanno cattiva pronuncia e fraseggio inerte? Il coreano Julian Kim è l’eccezione che conferma la regola: finalmente un Belcore di accento appropriato, schietta voce di baritono leggero, fraseggio efficace e simpatica erre moscia. Correttissima la Giannetta di Eleonora Contucci. L’assenza dell’indisposto Roberto De Candia avrebbe potuto turbare gli equilibri di un cast così ben assortito. Invece no, se a sostituirlo viene chiamato un artista del calibro di Nicola Alaimo: i centri non sono sempre sonori, soprattutto nel sillabato (a onor del vero impeccabile) e gli acuti, impressionanti per volume e squillo, sono talvolta un filo forzati. Ma che senso della parola e che verve scenica. Personaggio sempre, fraseggia, scandisce, incalza i suoi partner in ogni duetto. Chiosa la serata montando, consumato imbonitore, sulla sua mongolfiera.
Uno fra i graziosi, composti elementi scenici pensati da Nica Magnani nel lontano 1988 per un allestimento parmigiano di Francesca Zambello, qui ripreso. Un quadro a tinte pastello, in cui ben si impastano i costumi curati, di foggia ottocentesca, sempre della Magnani. Non imbratta la tela la regia di Marcello Grigorov. Che non forza i toni, quasi mai è farsesco, concede libertà agli interpreti, non sa bene come risolvere il finale primo (sempiterno grattacapo in ogni titolo del repertorio belcantistico), è più abile a suggerire un sorriso garbato che a scatenare la risata fragorosa. Ma va bene, benissimo così. Il coro del Teatro Regio di Parma ha bel suono e l’Orchestra dell’Emilia Romagna gode di buona salute: giù il cappello di fronte al poetico solo del primo fagotto Luca Reverberi. La bacchetta giovane di Francesco Cilluffo guida le maestranze. L’impressione è che a volte non sappia bene quali equilibri e colori cavare dagli strumentisti, ma dimostra alcune doti preziosissime: non soverchia il palcoscenico, dà tutti gli attacchi, asseconda i cantanti. Perché alla fine, se un “Elisir” trionfa, il merito va anzitutto alle voci, vero motore dell’opera italiana. Foto  Rolando Paolo Guerzoni.

 

 

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