Felice Romani e i suoi melodrammi: “Aureliano in Palmira” di Gioachino Rossini

“Al pari di Vincenzo Bellini, nutrì affetto e stima grandissima per Felice Romani, Gioachino Rossini, sebbene non unito a lui da quei vincoli di riconoscenza del maestro Catanese. I melodrammi che gli scrisse furono: Aureliano in Palmira e il Turco in Italia, nell’anno 1814; Bianca e Faliero, nel 1820. Ma quantunque non gliene chiedesse altri forse perché il maggior numero delle sue opere furono scritte fuori da Milano, e le ultime anzi in francese a Parigi, od anche perché confidasse di potere, col suo genio, coprire la meschinità dei versi altrui, pur non cessò mai di mostrarglisi grande amico e ammiratore, sia a Milano, ove si videro sovente, nei tempi della loro gioventù avventurosa e brillante, sia altrove”. (E. Branca, op. cit., p. 193)
Così la moglie di Romani, Emilia Branca, nella sua biografia del marito ricordò il bel rapporto di amicizia che legò il suo consorte a Gioachino Rossini per il quale scrisse i libretti di 3 sole opere, di cui la prima è l’Aureliano in Palmira, composta nel 1813 e non nel 1814, come ricordato erroneamente dalla donna che collocò nello stesso anno questo lavoro e Il turco in Italia. Nonostante l’errore sulla data di composizione dell’opera, la testimonianza di Emilia Branca conferma la paternità del libretto, la cui attribuzione è stata messa in discussione nel passato da alcuni musicologi. Uno di questi, Mario Rinaldi, negò la paternità del libretto a Felice Romani basandosi sul fatto che nella prima edizione a stampa sia del libretto che dello spartito per canto e pianoforte figurassero le generiche iniziali dell’autore G. F. R. e che in un’edizione dello stesso libretto per una rappresentazione a Reggio Emilia nel 1816 fosse indicato il nome di uno sconosciuto Gian Francesco Romanelli. In realtà la sovrapposizione di Romanelli a quella di Romani sarebbe stata causata dalla confusione tra questo sconosciuto Gian Francesco Romanelli che ricalcherebbe le iniziali del nome dello stesso Romani e di Luigi Romanelli, librettista principale della Scala di Milano fino al 14 dicembre 1813, anno in cui fu sostituito proprio da Romani. Ormai è abbastanza condivisa l’attribuzione di questo libretto a Romani che s’ispirò a Zenobia in Palmira musicata, nel 1788, da Pasquale Anfossi su testo di Gaetano Sertor; l’opera metteva in scena la rivalità in amore tra l’imperatore romano Aureliano ed Arsace, principe di Persia, per la mano di Zenobia, regina di Palmira. Seconda opera composta da Rossini per la Scala, Aureliano in Palmira non ebbe il successo sperato alla prima rappresentazione avvenuta il 26 dicembre 1813, mentre furono acclamati gli interpreti tra cui il soprano portoghese Lorenza Correa nel ruolo della regina Zenobia e, in quello di Arsace, il famoso castrato Giovanni Battista Velluti il quale fu protagonista di qualche diverbio con Rossini, durante le prove, perché era solito fiorire in modo eccessivo la sua parte. In seguito furono riutilizzati per altri lavori alcuni brani di quest’opera tra cui la sinfonia, che, dopo essere stata utilizzata nell’Elisabetta, divenne l’ouverture del Barbiere di Siviglia, e la cabaletta di Arsace dell’atto secondo, Non lasciarmi in tal momento che finì per diventare la famosa aria di Rosina, dopo il suo utilizzo sempre nell’Elisabetta, regina d’Inghilterra. Lo stesso Stendhal, grande ammiratore di Rossini, liquidò con poche parole quest’opera nella sua biografia nella quale commise lo stesso errore della Branca circa la data della prima rappresentazione:
“Non dirò molto dell’Aureliano in Palmira per la buona ragione che non l’ho visto. Quest’opera fu composta per Milano nel 1814; ebbe la fortuna di essere cantata dal Velluti e dalla Correa; la Correa, una delle più belle voci femminili che siano state sentite da quarant’anni a questa parte; il Velluti, l’ultimo dei buoni castrati.
Non credo che l’Aureliano sia stato dato fuori Milano. È certo che non è stato rappresentato a Napoli ai miei tempi, ma all’epoca del successo della Elisabetta di Rossini gli invidiosi sparsero la voce che questa musica non fosse altro che quella dell’Aureliano in Palmira. Questa affermazione era fondata solo per quanto riguarda l’ouverture. Rossini, che sapeva benissimo che la musica dell’Aureliano non era conosciuta dai napoletani, non esitò a valersene senza ritegno”.

Atto primo

L’opera inizia con la famosa ouverture, che, come già detto, dopo essere stata utilizzata da Rossini nella Elisabetta, regina d’Inghilterra, sarebbe diventata stabilmente quella del Barbiere di Siviglia. Formalmente organizzata secondo il classico schema rossiniano con un’introduzione lenta a cui segue l’Allegro in forma-sonata senza la sezione di sviluppo, essa si distingue per l’incisività del ritmo che informa il celeberrimo primo tema affidato agli archi, a cui si contrappone il secondo di carattere lirico affidato all’oboe, sostenuto dal clarinetto.
Mentre nel tempio di Osiride i Sacerdoti pregano su un tema che Rossini avrebbe utilizzato nella serenata del Barbiere, Ecco ridente in cielo, il Gran Sacerdote esprime il suo timore per un pericolo incombente di cui sono funesti presagi un improvviso oscuramento del tempio e lo squassamento dell’ara. Proprio in quel momento, entrati nel tempio con il loro seguito, Zenobia ed Arsace che danno vita al duetto, Se tu m’ami, o mia regina, definito anche da Stendhal il più bello che Rossini abbia mai scritto. Lo scrittore francese affermò, infatti:
“Di quest’opera conosco soltanto il duetto tra il contralto ed il soprano Se tu m’ami, o mia regina. Ho avuto la ventura di sentirlo cantare quest’inverno a Parigi da due voci paragonabili, se non addirittura superiori, a quanto l’Italia offre di più delicato e perfetto […]. Rapito dall’accordo perfetto delle voci deliziose che si facevano sentire Se tu m’ami, o mia regina, mi sono sorpreso più volte a credere che questo duetto fosse il più bello che Rossini avesse mai scritto. Posso solo assicurare che produce quell’effetto dal quale si riconosce la musica sublime: ci immerge in un fantasticare profondo”.
In questo duetto, intriso di melismi e pervaso da un’estatica dolcezza, Arsace e Zenobia rinnovano le loro promesse d’amore che, per la regina, è più importante perfino della corona e dell’impero. Nel tempo di mezzo del duetto, aperto da una fanfara militare che annuncia l’avvicinarsi di un esercito, si apprende dal messo Oraspe che l’imperatore romano Aureliano è ormai giunto nei pressi del fiume Eufrate, mentre nella conclusiva cabaletta Resta, e mi sia partendo i due amanti rinnovano ancora una volta le loro promesse d’amore. Rimasto solo, il Gran Sacerdote, nel successivo recitativo secco (Secondino gli dei) ed aria (Stava, dirà la terra) dalla struttura tripartita (A-B-A1), prega gli dei affinché siano propizi ad Arsace che, comunque, anche in caso di sconfitta sarebbe stato celebrato come eroe per aver combattuto non solo contro i Romani, ma anche contro il fato.
Annunciato da una marcia militare, introdotta dai corni, giunge Aureliano con il suo esercito che lo esalta nella parte iniziale della scena (Vivi eterno, o grande Augusto); questi, dopo il recitativo accompagnato (Romani, a voi soltanto), dà vita alla semplice cavatina, il cui cantabile (Cara patria, il mondo trema), dalla struttura bipartita (A-B), esalta la gloria di Roma . Dopo il tempo di mezzo, nel quale il coro funge da pertichino, Aureliano, introdotto da un corno solista con il quale in alcuni passi sembra quasi duettare, si produce nella cabaletta A pugnar m’accinsi, o Roma, in cui l’imperatore esalta ancora una volta la città eterna. Durante una breve battaglia che, però, non si svolge sulla scena, i Persiani vengono sconfitti dai Romani e Arsace è condotto in catene al cospetto di Aureliano al quale, nel cantabile del successivo duetto (Pensa che festi, a Roma), risponde con dignità proclamando il suo amore per Zenobia e mostrando di non temere la morte. Aureliano indispettito, nella cabaletta conclusiva (Va’, ti cela al mio cospetto) caccia via Arsace che, lungi dal piegarsi, minaccia vendetta. Nel campo romano si esulta per la vittoria da poco conseguita, come si apprende nel successivo recitativo secco affidato al tribuno Licinio; questi esalta ancora una volta Roma, mentre Aureliano promette a Publia, figlia di Valeriano e segretamente innamorata di Arsace, di restituire a quest’ultimo la libertà e il trono a patto che rinunci a Zenobia. Nel frattempo giunge, in qualità di messo di Zenobia, Oraspe latore della richiesta, da parte della sua regina, di un incontro con l’imperatore romano. Dopo un coro piuttosto convenzionale (Venga Zenobia, o Cesare), la donna viene ammessa al cospetto di Aureliano al quale chiede, nel successivo recitativo accompagnato, la libertà per Arsace in cambio del proprio tesoro, ma al rifiuto di Aureliano minaccia di affrontarlo sul campo di battaglia. Un coro grave dei prigionieri (Cedi, cedi) invita Zenobia a cedere all’amore di Aureliano, unica condizione in base alla quale l’imperatore avrebbe accordato la libertà ai prigionieri, ma la regina, rimasta ferma sulle sue posizioni, gli chiede di rivedere Arsace per l’ultima volta. Aureliano glielo concede e la regina si produce nell’aria (cantabile: Là pugnai, la sorte arrise) completata dalla cabaletta, Non piangete, o sventurati, nella quale non solo conferma il suo proposito di non piegarsi all’imperatore, ma promette anche ai prigionieri la loro liberazione. Aureliano, rimasto solo con Publia, le confida di volersi servire di Arsace per indurre Zenobia a più miti consigli e di essere pronto, in caso contrario, a punire entrambi, considerando sempre il suo interesse massimo la gloria di Roma.
Inizia il lungo Finale, che si apre con il recitativo (Eccomi, ingiusti Numi) e l’aria (Chi sa dirmi o mia speranza) di Arsace languente in catene, poco dopo raggiunto da Zenobia, con la quale, dopo un breve recitativo acocmpagnato dà vita ad un nuovo duetto (Và, m’abbandona) in cui Arsace cerca, invano, di scongiurare Zenobia dai suoi bellicosi propositi contro Aureliano che giunge subito dopo rinnovando ad Arsace la sua offerta di libertà in cambio della sua promessa di abbandonare Zenobia. L’uomo rifiuta con sdegno sancendo così la sua condanna a morte proferita da Aureliano; questi, insieme con Zenobia ed Arsace, dà vita al dolce concertato (Serena i bei rai), qui risolto in un terzetto, nel quale l’imperatore conferma i suoi propositi di vendetta, mentre i due amanti sperano nell’aiuto dell’amore. Nel tempo di mezzo, il coro invita a combattere Zenobia che si rivolge in tono di sfida ad Aureliano; nella Stretta finale, dove ritorna il tema del crescendo dell’ouverture, mentre i due si danno un ultimo addio, tutti gli altri promettono vendetta.
Atto secondo
In un coro agitatissimo i grandi del regno e le donzelle lamentano la sconfitta di Zenobia
per opera di Aureliano che raggiunge la regina nelle sue stanze nel tentativo di piegarla a miti consigli. Con la donna dà vita ad un duetto (recitativo: Se udir volessi e cantabile: Se libertà t’è cara) nel quale rinnova la sua offerta di concederle la libertà a patto che abbandoni Arsace, ricevendo l’ennesimo fiero rifiuto. Si uniscono ai due Publia e Licinio che recano la notizia della liberazione di Arsace da parte di Oraspe.
La scena si sposta su un’amena collina sulle sponde dell’Eufrate, dove pastori e pastorelle intonano in un cullante e bucolico 6/8 un canto pastorale di arcadica serenità che esalta la serenità della campagna in contrapposizione al fragore delle armi intorno. Al clima di gioia contribuisce anche la voce del primo violino che, nella parte centrale del coro, si produce in un elegante a solo. La ripresa della sezione introduttiva della celebre ouverture ambienta la scena successiva di cui è protagonista Arsace, il quale nel recitativo (Dolci silvestri orrori) e aria (Perché mai le luci aprimmo) dalla struttura tripartita rimpiange la nascita regale sua e di Zenobia che impedisce loro di vivere il loro amore in un contesto di serenità arcadica. Nel prosieguo della scena, piuttosto complessa dal punto di vista formale, Arsace, in un recitativo secco, si fa riconoscere dagli altri pastori, mentre nel tempo di mezzo (Vieni, o prence) Oraspe, insieme ad alcuni guerrieri, informa il principe della sconfitta di Zenobia; questi intona la conclusiva cabaletta (Non lasciarmi in tal momento) nella quale rinnova i propositi di volere combattere per l’amore e per la gloria sulle note che poi Rossini avrebbe utilizzato nella cavatina di Rosina del Barbiere (Una voce poco fa) .
Nell’atrio della reggia il+ vincitore Aureliano, in un recitativo secco, discute con Publia degli ultimi eventi e mostra di sperare ancora nella possibilità che possa essere corrisposto da Zenobia alla quale offre la possibilità di riavere il suo trono dopo averla convocata al suo cospetto. Di fronte a un nuovo diniego, Aureliano prorompe in una vera e propria aria di furia (Più non vedrà quel perfido), mentre si sente un gran tumulto che sembra annunciare la vittoria di Arsace. Aureliano, questa volta, è risoluto nel distruggere i suoi avversari. Nel successivo recitativo secco Publia e Zenobia manifestano le rispettive e contrastanti speranze di vittoria; la regina di Palmira è, tuttavia, agitata, come si può notare nel successivo recitativo accompagnato all’interno del quale interviene Oraspe che invita Zenobia a fuggire.
Aureliano in Palmira esUn tema agitato introduce il recitativo accompagnato di Arsace (Inutil ferro), dolente per la sua nuova sconfitta che lo costringe a fuggire. Subito dopo è raggiunto da Zenobia con la quale si scambiano ancora una volta le loro promesse d’amore nel tenero duetto, Mille sospiri e lacrime (Es.) interrotto da Aureliano, intenzionato a condurre i due a Roma per celebrare il trionfo secondo l’usanza tipica dei Romani. Pur sconfitti, Arsace e Zenobia non si piegano e nel terzetto successivo (Vivi: saran nostr’anime) Aureliano non può far altro che ammirarne il valore degno del popolo romano. Nel tempo di mezzo Aureliano ordina che i due vengano rinchiusi in carceri separati, mentre nella cabaletta (Il pianto s’asconda) i due amanti commiserano la loro condizione.
Nell’atrio della reggia Publia, da sola, manifesta, nel recitativo secco (È deciso il destino) e nella successiva semplice aria bipartita (Non mi lagno), la sua intenzione di voler sacrificare il suo amore pur di salvare Arsace. Al cospetto di Aureliano, la donna (recitavo secco) e i grandi del regno chiedono all’imperatore clemenza per Arsace e Zenobia, facendogli notare che quest’atto accrescerebbe la sua immagine. L’uomo, alla fine, secondo il procedimento metastasiano, concede il suo perdono e tutti possono festeggiare nel breve convenzionale Finale (Copra un eterno oblio).

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