“Plage Romantique” di Emanuel Gat al Teatro Ristori di Verona

Verona, Teatro Ristori, Stagione Danza 2014/15
“PLAGE ROMANTIQUE”
Emanuel Gat Dance
Coreografia, luci e musica Emanuel Gat
Ideazione della colonna sonora Emanuel Gat, Francois Przybylki e Frederic Duru
Verona, 28 marzo 2015

Tutta fabula e niente intreccio, la danza di Gat è spiazzante, affatto attraente, difficile, pressoché impossibile da descrivere. La sua è una danza che va ascoltata. I suoi danzatori mettono in scena la musica che crea gli ambienti dove essi si muovono: ambienti impersonali, totalmente privi di quinte sceniche. Il coreografo israeliano, che da anni ha scelto di lavorare in Francia, paese simbolo del mecenatismo artistico, ha un po’ spiazzato il Ristori di Verona. Il prolungato applauso del pubblico è sembrato un segno liberatorio, a giudizio della bravura dei ballerini e di stima per la coraggiosa messa in scena. La danza di Gat è una danza laboratoriale che gioca sui contrasti delle relazioni interpersonali e ambientali, per cui si vede il singolo in contrappunto con il gruppo e il gruppo in relazione coreografica con la luce e la musica. Il contrasto è oltremodo marcato anche tra quest’ultima, in certi momenti eseguita in scena, con quel tono dimesso e ricorsivo, e le scenette e le battute umoristiche di chi guadagna la luce più importante in scena. Quindi dovremmo vedere una spiaggia, la “Plage Romantique”, in cui le dinamiche tra bagnanti avvengono per la difesa del proprio spazio che per alcuni è di relax e silenzio, mentre per altri è ostentazione del proprio ego, qui traducibile in esibizioni artistico-musicali. Sembrerebbe facile il compito per lo spettatore di ritrovare queste espressioni, tuttavia non le si scovano così agevolmente, perché in Gat non c’è riferimento simbolico-espressionista, la sua danza è impressionista e non possiamo dire di ritrovarci una ricerca antropologica come in Olivier DuboisI movimenti dei danzatori, di rado in esibizione singola, non sono lirici, sembrano scomposti, goffi e comici in quell’affanno continuo nel guadagnarsi la posizione in scena; molto bello è poi quando d’un tratto li si vede ricomporsi ad eseguire una medesima coreografia. Una danza sussurrata e poi urlata. Quei buoni venti minuti di intrecci diagonali scanditi da rintocchi di chitarra e da voci che chiamano insistentemente, a ritmo continuo: “François”, “Michelle”, fa da binomio con la confusione delle voci urlanti dei ballerini immobili. Lo strumento musicale della chitarra è preminente nello spettacolo, la si vede imbracciata dal cantastorie, la si sente di commento, come sintassi del pensiero. Quegli assoli accompagnano ora movimenti leggeri quasi aerei, ora posture complesse composte a terra: gesti come note che fanno percepire musica anche quando essa non c’è.

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