“La Gazza ladra”: La genesi e la trionfale prima (prima parte)

“La Gazza ladra”.  La genesi e la trionfale prima: 31 maggio 1817
La Gazza Ladra è uno dei capolavori di Rossini. La compose a Milano nel 1817, per la stagione di primavera”[1].  Con queste parole sintetiche quanto icastiche, Stendhal, nella sua biografia rossiniana, definì La Gazza ladradi Rossini, opera accolta dal pubblico in modo trionfale  alla sua prima rappresentazione avvenuta al Teatro alla Scala di Milano il 31 maggio 1817.
Lo stesso Stendhal, presente a quella trionfale première, ricordò la serata scrivendone quasi una puntuale recensione sempre nella sua biografia rossiniana:
Il successo fu così travolgente, l’opera suscitò un tale furore (ho bisogno a questo punto di ricorrere all’energia della lingua italiana) che ad ogni istante il pubblico, tutto quanto, si alzava in piedi per subissare Rossini di acclamazioni. L’amabile autore raccontò poi, la sera, al caffè Accademia che, indipendentemente dalla gioia del successo, si sentiva distrutto dalla fatica per le centinaia di inchini che era stato costretto a fare al pubblico, il quale, incessantemente, interrompeva lo spettacolo gridando: «bravo maestro! e viva Rossini». Il successo fu dunque immenso e si può dire che mai maestro ne è stato più degno. Gli applausi erano tanto più lusinghieri in quanto, come già dissi, quel pubblico del 1817 era ancora composto dal fior fiore della gente colta di tutta la Lombardia […]. Ero presente alla prima della Gazza ladra. Fu uno dei successi più unanimi e brillanti che io abbia mai visto e resse per quasi tre mesi con lo stesso intenso entusiasmo. Rossini fu fortunato nella scelta degli interpreti; Galli[2] aveva allora la più bella voce di basso in Italia, la voce più forte e la più accentuata; interpretò la parte del soldato con una abilità degna di Kean o di de’ Marini. La signora Belloc[3] cantò la parte della povera Ninetta con la sua voce magnifica e pura che sembra ringiovanire di anno in anno; interpretava quella facile parte con moltissimo spirito. Ricordo che la nobilitava molto; più che una serva volgare era la figlia di un valoroso soldato, costretta dalle disgrazie paterne a cercarsi un lavoro. Monelli[4], piacevole tenore, era il giovane soldato Giannetto che fa ritorno alla casa paterna, e Botticelli[5] il vecchio contadino Fabrizio Vingradito, parte così bene interpretata a Parigi dal Barilli. Ambrosi[6], con la sua magnifica voce e con la sua interpretazione tutta d’un pezzo, rappresentava assai bene il cattivo podestà; infine le grazie della signorina Galianis[7], nella parte di Pippo, erano inimitabili e davano una seducente attrattiva al duetto del secondo atto tra Pippo e Ninetta. Tutti gli interpreti cercavano di comune accordo di nobilitare l’opera. La signora Fodor, invece, l’ha resa assai volgare[8].
Quando, intorno al mese di marzo del 1817, giunse a Rossini la commissione della Scala di Milano per una nuova opera da rappresentarsi nella stagione di primavera dello stesso anno, il compositore pesarese era assente dalle scene milanesi da ben tre anni. Le ultime opere l’Aureliano in Palmira e il Turco in Italia, che avevano calcato le scene del prestigioso teatro lombardo, erano state rappresentate rispettivamente nel 1813 e nel 1814 con esito poco brillante. Per Rossini, reduce dal contrastato successo della Cenerentola, che, accolta in modo piuttosto freddo alla prima rappresentazione avvenuta al Teatro Valle di Roma il 25 gennaio 1817, si impose, tuttavia, dopo poche recite diventando popolarissima, si trattava, dunque, di un importante ritorno sulle scene del teatro milanese. Per l’occasione gli fu dato un libretto scritto da Giovanni Gherardini (Milano 1778 – 1861), poeta non più giovanissimo, ma alle prese per la prima volta con un libretto d’opera. Proprio con il libretto della Gazza ladra, il cui soggetto era tratto da La pie voleuse di T. Babouin d’Aubigny e Louis-Charles Caigniez, un melodramma da boulevard rappresentato a Parigi nel 1815 e basato su un fatto di cronaca, Gherardini aveva vinto un concorso indetto dall’Impresa dei Reali Teatri di Milano. Apprezzato dal neoclassico Vincenzo Monti al quale l’azione appariva sviluppata con naturalezza e chiarezza e i caratteri ben lumeggiati e felicemente messi in contrasto, questo libretto fu aspramente criticato dal romantico Stendhal che lo liquidò definendolo un dramma nero alquanto insulso[9], riscattato dalla musica di Rossini che, sempre secondo Stendhal, compose  della bella musica su un argomento abominevole [10]. Consapevole dell’importanza della commissione, Rossini si riservò ben tre mesi di tempo per comporre questa nuova opera, per la quale egli non utilizzò la solita tecnica degli autoimprestiti consistente nella ripresa di musica già scritta per altre sue opere, ma scrisse una musica del tutto nuova. Nonostante l’importanza dell’occasione il compositore non rinunciò a giocare un tiro mancino al basso Galli, suo rivale in amore, come raccontato dallo stesso Stendhal:
Quando Rossini compose la Gazza ladra, era in disaccordo col Galli, suo felice rivale presso la M***. Ora bisogna sapere che Galli, nella sua bellissima voce, ha due o tre note che canta giuste solo quando sorvola rapidamente, ma che stona quando è costretto a soffermarvisi proprio sulle note che non sapeva rendere con la giusta intonazione. […] Galli sempre sicuro della sua magnifica voce, s’impuntò e non volle cambiare le note alla rappresentazione: eppure non v’era nulla di più semplice. Questa ostinazione ha rovinato la sua entrata a Roma, a Napoli, a Parigi; e poiché il gusto severo e piuttosto freddo di questa capitale preferisce la mancanza di ogni errore alla presenza di sublimi bellezze offuscate da qualche imperfezione, il successo di Galli non è mai stato, come avrebbe dovuto essere, un successo veramente caloroso. Galli si è irrigidito contro i silenzio! del pubblico, non ha voluto cambiare dieci note; e poiché la timidezza influenzava il suo organo vocale a dispetto dei suoi sforzi, questo inizio di una parte così bella è sempre stato viziato da tre o quattro note arrischiate[11].
Come già accennato in precedenza, la prima fu un trionfo; lo stesso Stendhal ricordò l’accoglienza del pubblico alla cavatina di Ninetta Di piacer mi balza il cor:
Temerei di stancare il pubblico se ancora gli parlassi dell’entusiasmo del pubblico nell’ascoltare quest’aria così semplice, così naturale, così facile da comprendere. È il sublime del genio campagnolo. […] Gli spettatori della platea erano saliti sulle panche, fecero ripetere l’aria della signora Belloc  e l’ascoltarono in piedi. A gran voce richiedevano questa cavatina per la terza volta, allorché Rossini disse, dal suo posto al pianoforte, agli spettatori delle prime file della platea: «La parte di Ninetta è molto impegnativa; la signora Belloc non sarà in grado di arrivare alla fine, se la trattate così». Questa ragione, ripetuta e discussa in platea, raggiunse il suo scopo dopo una interruzione di un quarto d’ora. Tutti i miei vicini discutevano fra loro con calore e schiettezza, come se fossero stati vecchi conoscenti. Non ho mai   più rivisto una simile imprudenza in Italia[12].

 [1] Stendhal, Vita di Rossini, a cura di Mariolina Bongiovanni Bertini,  EDT, Torino, 1983, p. 162.
[2]
Filippo Galli (Roma 1783 – Parigi 1853), basso italiano e primo interprete del personaggio di Fernando Villabella. Vantò una lunga collaborazione con Rossini, partecipando alle prime rappresentazioni di molte sue opere.
[3]
Maria Teresa Belloc Giorgi (San Benigno Canavese, Torino, 1784 – San Giorgio Canavese, Torino 1855), soprano. Per lei Rossini scrisse anche L’inganno felice.
[4]
Savino Monelli (Fermo 1784 – Fermo 1836), tenore italiano.
[5]
Vincenzo Botticelli (Boticelli), basso italiano.
[6]
Antonio Ambrogi “Chizziol”, basso italiano
[7]
Teresa Galianis, contralto italiano.
[8]
Stendhal, Op. cit., pp. 163-164.
[9]
Ivi, p. 162.
[10]
Ibid.
[11]
Ivi, p. 168.
[12]
Ivi, pp. 166-167.

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