“Cavalleria rusticana” e “Pagliacci” al Teatro alla Scala di Milano

Milano, Teatro alla Scala – Stagione d’Opera e Balletto 2014-2015    
“CAVALLERIA RUSTICANA”
Melodramma in un atto. Libretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci da Giovanni Verga
Musica di Pietro Mascagni
Santuzza VIOLETA URMANA
Lola OKSANA VOLKOVA
Turiddu STEFANO LA COLLA
Alfio MARCO VRATOGNA
Mamma Lucia MARA ZAMPIERI
“PAGLIACCI”
Dramma in un prologo e due atti
Parole e musica di Ruggero Leoncavallo
Nedda FIORENZA CEDOLINS
Canio MARCO BERTI
Tonio MARCO VRATOGNA
Beppe/Arlecchino JUAN JOSÈ DE LEÒN
Silvio SIMONE PIAZZOLA
Un contadino BRUNO GAUDENZI
Altro contadino MICHELE MAURO
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Carlo Rizzi
Maestro del coro Bruno Casoni
Regia Mario Martone
Scene Sergio Tramonti
Costumi Ursula Patzak
Luci Pasquale Mari
Produzione del Teatro alla Scala 2011
Milano, 15 giugno 2015  
Dopo tre anni, il dittico popolare forse più amato e apprezzato dagli appassionati di opera, Cavalleria Rusticana e Pagliacci, torna alla Scala con la regia di Mario Martone, affiancato per le scene da Sergio Tramonti, per le luci da Pasquale Mari e infine per i costumi da Ursula Patzak. Il compito di salire sul podio spetta a Carlo Rizzi. Sotto la sua guida l’orchestra della Scala esegue un Preludio (fortunatamente a sipario calato, come previsto dal libretto) della Cavalleria impeccabile, dotato di tutte quelle sfumature melodiche, cambiamenti improvvisi di timbro,che tanto erano cari a Mascagni, senza dimenticare di sottolinearne la dolcezza di una musica carica soprattutto di dolore e dramma che ben anticipa la passione intensa tra Lola e Turiddu, l’odio e la vendetta che tale amore genera. A Rizzi risulta anche semplice il compito di dirigere il coro che, guidato da un bravissimo Bruno Casoni, dimostra di essere quell’irrinunciabile elemento di qualità artistica che garantisce un quid in più ad ogni rappresentazione scaligera. Unica postilla sulla direzione orchestrale per quanto riguarda la Cavalleria è l’eccessiva sonorità  che a tratti soverchia il coro (come nel Regina coeli) e il soprano Violeta Urmana (Santuzza) che pur sforzarsi, non riesce a primeggiare su coro e orchestra. Precisa e puntuale la direzione di Pagliacci, che sancisce definitivamente come ben riuscita la performance di Rizzi.
Nel ruolo di Turiddu troviamo Stefano La Colla, artista che il pubblico scaligero ha già potuto apprezzare in alcune recite  Turandot. Il suo è un ruolo difficile, in quanto il protagonista deve avere le caratteristiche tipiche del siciliano, quali l’essere altero e forte, deciso e orgoglioso, come anche ci ricorda il personaggio Bethune nell’opera I Vespri siciliani di Verdi : “ E’ il Sicilian geloso, e alter delle sue donne il core!”. La Colla, benchè toscano, ben interpreta tutte queste qualità, in cui ad un’ottima presenza scenica, come ben si nota nel duetto con Santuzza in cui adotta un comportamento giustamente violento e turbato, unisce una voce potente, brillante e calda, perfetta per il ruolo di ragazzo siciliano innamorato e che arde di passione. Peccato per il finale (Mamma, quel vino è generoso….) un po’ a corto di fiato in cui si appanna nella chiusa dell’aria ( S’io non tornassi). Nel ruolo di Santuzza troviamo Violeta Urmana che, se in un primo momento fatica ad esprimersi pienamente, risultando eccessivamente statica sul palco  e con qualche iniziale deficit di proiezioni, risulta impeccabile nella celebre Voi lo sapete, o mamma. Ben riuscito anche il duetto con Turiddu e il successivo con Alfio in cui la soprano lituana offre al pubblico scaligero una perfetta interpretazione di donna  ferita nell’onore, ben espressa da un’emissione che risulta sempre ben controllata. Riesce ad ottenere un successo personale anche  Oksana Volkova (Lola), dotata di una voce che sa essere sensuale e pungente allo stesso tempo, con fraseggio chiaro e ricercato che ben esprime la figura di una donna frivola e leggera. Non convince  invece Marco Vratogna che interpreta sia Alfio nella Cavalleria, che Tonio nei Pagliacci. Il suo dovrebbe essere un ruolo importante e delicato, di una persona in entrambi i casi ferita nell’orgoglio e piena di dolore per un amore tradito che non riesce ad essere corrisposto. Nulla di tutti questi sentimenti traspare in Vratogna che rimane sul palco fermo, senza mostrare alcun tipo di passione o sentimento. Lo stesso atteggiamento di immobilità è  evidente anche nell’ interpretare Tonio. Anche sul piano vocale Vratogna sfoggia un canto piuttosto stanco, cupo e non sempre in sintonia con l’orchestra. Mara Zampieri è una Mamma Lucia dalla vocalità esangue e dalla intonazione incerta.
Felice è stata la scelta registica di Martone, fondata tutta sul concetto di comunità, ben descritto dalle numerose sedie sulle quali poggia il coro, che rappresentano i cittadini di quel piccolo paesino siciliano. Ne consegue un’esaltazione delle caratteristiche proprie dei siciliani del tempo, rigidi nelle convenzioni sociali, bigotti e sempre pronti a giudicare gli altri. Il tema della comunità e dei pregiudizi sociali è così ben ripreso da Martone che anche nei momenti che dovrebbero essere più intimi, come i duetti o terzetti, lascia sul palco quasi sempre il coro, il popolo, proprio ad indicare quanto soprattutto le questioni private fossero oggetto di pettegolezzo. Bellissima l’idea di identificare anche mamma Lucia come un luogo, tanto che con sé, a differenza di Turiddu, porta sempre la sedia (che occupa spazio e quindi crea un luogo) sulla quale si siede, canta, piange e si dispera. Più discutibile invece è la scelta di  ambientare Pagliacci in una periferia di città tra prostitute, cavalcavia e macchine, ma soprattutto per l’idea di identificare i pagliacci con una comunità Rom, in quanto per il regista la loro cultura è quella che più rappresenta l’ambiente circense. Ciò è vero solo in parte, in quanto la cultura Rom è vero che è più legata (e ancora oggi è così) all’ambito del circo e al fatto che essi siano dei nomadi, ma in Pagliacci, più che di generali persone da circo, i personaggi sono specificatamente pagliacci, la cui caratteristica peculiare non è genericamente quello di intrattenere la gente, ma di farla ridere. Questa differenza può apparire banale, ma se non la si considera si snatura l’opera stessa, perché l’intenzione di Leoncavallo, ben descritta da Tonio nel Prologo, è quella che il pubblico …piuttosto che le nostre povere gabbane d’istrioni, le nostr’anime considerate, poiché noi siam uomini di carne e d’ossa…, quindi non a caso prende i pagliacci e non dei generali uomini da circo, perché più di tutti, loro che in apparenza sembrano sempre contenti e felici, in realtà soffrono, avendo un cuore e dei sentimenti e al pari di voi, spiriamo l’aere!. Ciò ha avuto come conseguenza diretta che il pubblico si concentrasse molto di più sugli spettacolini e le capriole dei ginnasti presenti sul palco piuttosto che sulla musica e il dramma (quell’ “uomo” e quelle “anime” che tanto Leoncavallo voleva venissero esaltate e considerate nella sua opera). Discutibile è stato sicuramente quello di non aver fatto un Tonio “difforme”, ma scattante, pronto a “batter cassa” correndo sul palco tra i coristi e ciò ha avuto effetti paradossali, soprattutto quando Nedda lo insulta e lo caccia per la sua deformità. Per quanto riguarda la parte musicale, ha brillato una  Fiorenza Cedolins in stato di grazia che ha saputo tratteggiare una Nedda completa, grazie alle sue eccellenti qualità canore, sicurezza nel canto, agilità (Oh! Che volo d’augelli..Stridono lassù), leggerezza di emissione e convinzione interpretativa. Notevolissimo il Silvio di Simone Piazzola che si dimostra fin da subito all’altezza del compito nonostante la giovane età. Si riconferma come uno tra i migliori baritoni presenti nel panorama operistico, dotato di una voce dal timbro caldo e omogeneo, in accordo perfetto con la parte di Silvio. Il suo duetto con Nedda è stato uno dei momenti più riusciti della recita. Non pretenziosa è la prestazione di Juan Josè de Leòn, nel ruolo di Beppe e Arlecchino, la cui voce è risultata comunque limpida e sufficientemente brillante. Serata no per  Marco Berti (Canio) la cui voce appare poco controllata nell’intonazione, anonimo nel fraseggio, forzata nell’emissione e privo  di quel pathos drammatico che richiede un personaggio tanto tormentato e complesso quale Canio. Nel complesso, con nove minuti di applausi per Cavalleria e sette per Pagliacci, lo spettacolo risulta ben riuscito, coronando a regine della serata le due principali protagoniste, Urmana e Cedolins.