Mario Brunello in concerto al Teatro La Fenice di Venezia

Teatro La Fenice, Stagione sinfonica 2014-2015
Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore e violoncello Mario Brunello
Franz Joseph Haydn: Sinfonia n. 60 in Do maggiore, Hob I/60 “Il distratto”; Concerto per violoncello e orchestra in Do Maggiore, N. 1 Hob. VIIb/1
Orazio Sciortino: Veglia – Cima Quattro, il 23 dicembre 1915. per orchestra (2014)
Nino Rota: Concerto per violoncello e orchestra n. 2
Venezia, 14 giugno 2015

Terrz’ultimo concerto della Stagione sinfonica 2014-2015 del Teatro La Fenice: nella doppia veste di direttore e violoncello solista, Mario Brunello. La prima parte del programma era interamente dedicata a Franz Joseph Haydn, con la Sinfonia in do maggiore Hob. I/60 e il Concerto per violoncello e orchestra in do maggiore Hob. VIIb/1. Apriva la seconda parte la prima esecuzione assoluta di Veglia. Cima Quattro, il 23 dicembre 1915 del trentunenne compositore siracusano Orazio Sciortino, nuova commissione della Fondazione Teatro La Fenice nell’ambito del progetto “Nuova musica alla Fenice”, ispirata all’omonima poesia di Giuseppe Ungaretti nel centenario dell’entrata dell’Italia nella Prima guerra mondiale. Seguiva, a conclusione della serata, il Concerto per violoncello e orchestra n. 2 di Nino Rota.  Nel 1774 Haydn scrive le musiche di scena per Le distrait, commedia in cinque atti di Jean-François Regnard, incentrata sui numerosi equivoci originati dal protagonista, lo smemoratissimo Léandre. Rappresentata, in tedesco, ad Eisenstadt presso la corte degli Esterházy, la commedia ebbe grande successo, così il compositore austriaco decise di utilizzare ouverture, intermezzi e finale per costruire una sinfonia in sei movimenti, che seguono l’originario ordine di esecuzione. Il risultato è l’umoristica Sinfonia in do maggiore Hob. I/60, che attinge, tra l’altro, al grande patrimonio della musica popolare.
Un Haydn moderatamente giocoso, quello proposto da Brunello, che ha dato particolare risalto a certi squarci lirici, anche grazie a una scelta di tempi piuttosto moderati, peraltro in controtendenza rispetto a quanto si sente sempre più spesso nelle esecuzioni del repertorio classico viennese, dove prevale generalmente una incontenibile concitazione agogica. All’impostazione moderata del direttore ha corrisposto un suono puro e corposo, distillato da una compagine orchestrale a dir poco ineccepibile. Ne è risultata una lettura meditata e analitica: così è stato nel movimento iniziale come nell’Andante, dove si è messa in risalto la grazia settecentesca e si è imposto il suono cristallino dei violini e degli archi tutti, cui si è unita l’armonia dei legni, o nel Menuetto, impreziosito da qualche passaggio di carattere contrappuntistico. Tutto si è animato nei successivi movimenti veloci – inframezzati da un Adagio (di lamentatione) eseguito con rara sensibilità – tra contrasti dinamici, salti armonici, brusche interruzioni del discorso, variazioni ritmiche, che poi sono i tratti distintivi dello humor haydniano, che viene smaccatamente allo scoperto allorché gli strumenti fingono un’improvvisa accordatura.
Il Concerto per violoncello e orchestra n. 1 in do maggiore fu scritto da Haydn tra il 1761 e il 1765, nei primi anni in cui il musicista era al servizio degli Esterházy. Scritto per Joseph Weigl, violoncellista stabile dell’orchestra di corte, andò disperso e fu riscoperto solo nel 1961 dal musicologo Oldrich Pulkert al Museo Nazionale di Praga. Nonostante la difficoltà della scrittura solistica – che non raggiunge comunque quella del Concerto n. 2 in re maggiore, posteriore di un ventennio –, il concerto presenta un virtuosismo acceso ma non ostentato e contrasti drammatici tra solista e orchestra sempre equilibrati. Per quanto non manchino momenti di tensione, prevalgono le sonorità brillanti e l’atmosfera è nell’insieme serena.
Nell’eseguire questo concerto, Brunello (che suonava un prezioso strumento d’epoca, appartenuto a Franco Rossi) ha staccato dei tempi più stretti, ottenendo ancora un suono particolarmente nitido. La sensibilità musicale e il virtuosismo del direttore-solista si sono imposti fin dal baldanzoso attacco del violoncello, cui fa seguito una parte melodica, caratterizzata da un clima più pacato, languido, tipicamente settecentesco. L’interprete ha sfoggiato un suono sempre pieno, rotondo, anche quando si avventurava nella zona sopracuta o era impegnato in qualche passaggio d’agilità, incantando il pubblico in particolar modo nella cadenza, che conclude il movimento iniziale. Sublime il violoncellista di Castelfranco veneto nel rendere la mestizia, che il successivo Adagio, concluso da una seconda cadenza, che insiste sulla zona acuta. Una grande concitazione ha animato l’esecuzione il tempo conclusivo tra marcati contrasti dinamici e agogici. Un vero trionfo – dopo questa esecuzione – per Brunello.
Ma veniamo alla prima assoluta. Nato a Siracusa nel 1984, Orazio Sciortino si è formato presso l’Accademia di Imola per il pianoforte e con Fabio Vacchi per la composizione. Veglia. Cima Quattro, il 23 dicembre 1915 è una sorta di Lied ohne Worte, ad evocare il grido silenzioso di un poeta in trincea, mentre si trova a stretto contatto con il dolore e la guerra. Il canto, evocato e mai chiaramente espresso, è dato da strati timbrici e armonici sovrapposti, dai quali emergono rifrazioni di linee melodiche. Più che commemorare una delle pagine più sanguinose della nostra storia, obiettivo della composizione è suscitare quel motus animi indispensabile a far risuonare quel senso della memoria condivisa portatrice di valori civili. Si tratta di un pezzo di grande suggestione dalle lussureggianti sonorità, costituito da un continuum orchestrale, su cui si stagliano a tratti singoli strumenti, attraversato da impetuosi climax, che si concludono con poderosi colpi di timpano anche in glissando, ad evocare i luttuosi fragori della guerra. Applausi vivissimi alla fine, in particolare all’apparizione del giovane autore.
Quanto al concerto di Nino Rota, è utile ricordare che l’autore è stato per lungo tempo confinato in una specie di limbo, ai margini della musica colta contemporanea, poiché l’etichetta di compositore di colonne sonore, e di musicista di Fellini in particolare, che gli era stata affibbiata, aveva fatto perdere di vista la sua vasta produzione non finalizzata al cinema. Quest’ultima solo di recente ha cominciato ad avere la considerazione che le spetta. È il caso dei due concerti per violoncello e orchestra, scritti tra il 1972 e il 1973, dopo il successo clamoroso riportato dalla colonna sonora del Padrino. Strutturati accademicamente nei classici tre movimenti, essi evidenziano l’innato talento del musicista per una scrittura fluida e comunicativa, fatta di slanci drammatici e levità, ingenuo candore e scanzonata ironia. Se il primo ha un’impronta più aspra e febbrile, il Concerto per violoncello e orchestra n. 2 guarda invece al Settecento e presenta, a tratti, una trasparenza e una grazia quasi mozartiane.
L’ascolto di questo lavoro di Rota si è rivelato estremamente piacevole, complice ovviamente l’arte interpretativa di Mario Brunello, sorretto, anche in questa esecuzione, da un’orchestra davvero encomiabile. Il concerto è percorso – come si è detto – da un languido clima settecentesco, anche se, a tratti, ad esempio, fa capolino qualche intervento un po’ beffardo della tromba, che fa pensare al Rota felliniano, oltre a diveri impasti timbrici inequivocabilmente novecenteschi. Brunello ha offerto un’esecuzione davvero magistrale di questa ragguardevole composizione, dove si coglie un diffuso, coltissimo eclettismo, cifra distintiva di un grande musicista, che era anche un appssdionato bibliofilo, la cui casa, a Roma, aveva le pareti tappezzate di libri. Ancora applausi incontenibili. Due bis: un arrangiamento per violoncello e orchestra della colonna sonora composta da Rota per il Romeo e Giulietta di Zeffirelli, seguito da Intermezzo e Danza finale di Gaspar Cassado (dopo entrambi, pubblico in delirio).

 

 

 

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