61° Festival Puccini, Torre del Lago: “Turandot”

Gran Teatro Giacomo Puccini – 61° Festival Puccini
“TURANDOT”
Dramma lirico in tre atti e cinque quadri, libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
Musica di Giacomo Puccini
La Principessa Turandot  GIOVANNA CASOLLA
L’Imperatore Altoum  MARCO VOLERI
Timur  LUIGI RONI
Il Principe Ignoto (Calaf)  RUDY PARK
Liù  ALIDA BERTI
Ping  NICOLÒ AYROLDI
Pang  GREGORY BONFATTI
Pong  ORFEO ZANETTI
Un Mandarino  CLAUDIO OTTINO
I Ancella  FRANCESCA BORRELLI
II Ancella  SOFIA NAGAST
Il Principe di Persia  ROBERTO FERRARO
Orchestra e Coro del Festival Puccini
Direttore  Bruno Nicoli
Maestro del Coro  Stefano Visconti
Maestro del Coro Voci Bianche  Sara Matteucci
Regia, scene e costumi  Angelo Bertini
Disegno Luci  Valerio Alfieri
Assistente alla regia  Luca Ramacciotti
Torre del Lago, 25 luglio 2015
Fra tutti gli stravolgimenti operati alla programmazione del Festival in seguito al cambio di guardia al vertice, quelli subiti da Turandot sono stati a mio avviso i più brutali. Fino a poco più di una settimana fa il sito del Festival informava che le quattro rappresentazioni dell’incompiuta pucciniana nel bellissimo allestimento di Angelo Bertini si sarebbero eseguite con quattro finali diversi: quello di Luciano Berio, quello integrale di Alfano rifiutato da Toscanini, quello “standard” sfigurato dai tagli sempre di Alfano, e la versione data alla prima assoluta scaligera, in cui il direttore parmense in uno dei gesti più celebri della storia dell’opera abbandonò il podio subito dopo il corteo funebre di Liù, ultima scena scritta da Puccini prima della morte. Un festival dedicato ad un compositore, oltre a quello di attrarre un folto pubblico, dovrebbe prefiggersi lo scopo di offrire stimoli culturali, mettere in luce lati nascosti di partiture stranote, far conoscere versioni diverse di una stessa opera, e qui le occasioni non mancherebbero, dato che Puccini continuò a ritoccare quasi tutte le proprie “creature” in maniera quasi ossessiva con continui ripensamenti. Alla fine invece siamo rimasti con la versione “tradizionale” di Alfano, per fortuna comprensiva dell’aria “Del primo pianto”, quasi sempre omessa sulle sponde del lago di Massaciuccoli.  Per di più ci sarebbe stata la ghiottissima occasione di un convegno di studiosi dedicato al quattro finali, anch’esso caduto sotto la scure. Ignoro quanti costi addizionali avrebbe comportato quest’operazione culturale-filologica, e spero vivamente che possa esser ripresa in considerazione nelle prossime stagioni.
Una seconda visione dell’allestimento di Angelo Bertini che ha inaugurato la stagione scorsa ha pienamente confermato le mie impressioni di allora, ovvero la convinzione che si tratti di una messinscena oserei direi geniale per il modo in cui non offre neanche un momento di sosta, di noia fra una soluzione scenica e l’altra, il tutto in una scenografia elegantissima e ricca di colori. Dato che ho profusamente riversato il mio entusiasmo per questo progetto nella recensione dello scorso anno, vorrei a quella rimandare il lettore per una descrizione ed un’analisi più dettagliate, onde evitare di ripetermi inutilmente. Sono ormai diverse stagioni che per interpretare la Principessa Turandot viene scritturata Giovanna Casolla, soprano molto amato dal pubblico che la segue fedelmente da più di quattro decenni; ed infatti quando si parla della Signora Casolla, prima o poi il discorso quasi inevitabilmente verte sulla sua ammirevole longevità vocale; in passato sono caduto anch’io con poca galanteria nella trappola di menzionare l’età, di cui in ogni caso il celebre soprano non fa mistero. Se tiro ancora in ballo il dato anagrafico è perché in questi anni ultimi quattro anni ho assistito a ben sette recite di Turandot in cui appariva la Casolla, esecuzioni dalla diversissima riuscita vocale, e non necessariamente in ordine cronologico. Se un paio di anni fa a Pisa lo strumento del soprano napoletano pareva irrimediabilmente compromesso, ieri sera al contrario la Casolla ha offerto una vocalità incommensurabilmente più fresca, sicura nello lanciarsi senza timore verso i vari si e do acuti, e sfoggiando anche un bel legato e una suggestiva mezzavoce come, ad esempio, in “Figlio del cielo”. Il volume inoltre non è diminuito, ma su quello poteva contare anche nelle recite in cui la voce dava segni di ossidazione, e prova ne è che non si è fatta sopraffare da un cantante con la voce enorme come Rudy Park, il quale, autentico tenore spinto, scaglia in aria tonnellate di suono come pochi altri adesso in circolazione, ma sempre accompagnandole da una tecnica di emissione di buona scuola, ben appoggiata sul fiato e molto immascherata. Fiati molto lunghi gli permettono imprese che non hanno mancato di far presa sul pubblico, quale l’interminabile si bemolle in “La vita, padre, è qui! Turandot!”, o il la naturale tenuto fino all’ultimo battito sul gong. Stranamente ha evitato la variante al do acuto di “ti voglio tutta ardente d’amor!”, ampiamente ricompensata dal si naturale di “Nessun dorma”, prontamente bissato (e almeno il bis è servito a far ascoltare la musica composta da Puccini normalmente alterata per permettere l’applauso dopo la romanza). Nonostante preferisca un soprano dal timbro più lirico e corposo nel ruolo di Liù, una Mimì piuttosto che una Musetta insomma, Alida Berti ha cantato molto dignitosamente, eseguendo con destrezza tutto quello che le veniva richiesto dalla partitura, con apprezzabili messe di voce su “m’hai sorriso” o sull’ultimo “pietà” di “Signore ascolta”; molto buona anche “Tanto amore segreto”, tutto sul fiato, e commovente “Tu che di gel sei cinta”. Luigi Roni era molto più convincente nei panni di Timur che in quelli di Angelotti vestiti la sera prima, e molto affiatato era il terzetto delle maschere, Nicolò Ayroldi (Ping), Gregory Bonfatti (Pang), e Orfeo Zanetti (Pong), i cui rispettivi timbri si amalgamavano pur riuscendo a farsi distinguere. Completavano il cast Claudio Ottino (apprezzato già varie volte nel ruolo del Mandarino), Marco Voleri (Altoum), Francesca Borrelli e Sofia Nagast (le due ancelle) e Roberto Ferraro (Principe di Persia). Il Coro si è prodotto in alcune insolite sbavature e imprecisioni. Nel segno di una sicura, tranquilla gloriosa tradizione era la direzione di Bruno Nicoli, che non avrà offerto idee particolarmente personali (e in un teatro all’aperto con l’acustica imperfetta è probabilmente la migliore soluzione), ma che ha comunicato al pubblico tutto lo splendido colore orchestrale e l’impeto drammatico dell’opera. Il modo in cui ha dato forma alle esitanti frasi orchestrali nel momento in cui Calaf cerca la risposta agli indovinelli era di per sé una lezione di eloquenza e tensione pucciniana.
Purtroppo c’è stato un accompagnamento sonoro non previsto dalla partitura allorché durante l’aria “Dal primo pianto”, allo scoccare della mezzanotte, da una vicina discoteca si sono uditi per alcuni interminabili minuti fastidiosissimi scoppiettii di fuochi d’artificio: se almeno avessero atteso solo qualche minuto in più avrebbero meno inopportunamente fatto da cornice ai festeggiamenti per il “vissero felici e contenti” finale. Foto Giorgio Andreuccetti

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