Opera di Firenze: “Lucia di Lammermoor”

Opera di Firenze – Stagione d’opera e balletto 2015/2016
“LUCIA DI LAMMERMOOR”
Dramma tragico in due parti e tre atti su libretto di Salvatore Cammarano, dal romanzo “The bride of Lammermoor” di Sir Walter Scott.
Musica di Gaetano Donizetti
Lord Enrico Ashton JULIAN KIM
Miss Lucia JESSICA PRATT
Sir Edgardo di Ravenswood JEAN-FRANÇOIS BORRAS
Lord Arturo Bucklaw EMANUELE D’AGUANNO
Raimondo Bidebent RICCARDO ZANELLATO
Alisa SIMONA DI CAPUA
Normanno SAVERIO BAMBI
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Fabrizio Maria Carminati
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Graham Vick
Scene e costumi Paul Brown
Luci Nick Chelton
Allestimento del Maggio Musicale Fiorentino
Firenze, 22 settembre 2015

Nell’anno del pareggio del bilancio, entro una politica che impone di saturare il calendario col rischio di svantaggiarne il livello, il Maggio Musicale Fiorentino rispolvera lo storico allestimento di Graham Vick, portato alla luce nel ’96 per lo stesso teatro. Una scelta che, seppure presentata sotto i migliori propositi divulgativi, insegna a fare di necessità virtù e consente per lo meno di affrontare questo titolo con un cast adeguato.
Scene e costumi non rinunciano alla migliore tradizione scozzese. Ce lo preannuncia il grande tartan esteso a sipario, in continuità con le fasce usate da Paul Brown per contraddistinguere le due casate e trait d’union del duetto d’amore, mentre una luna bidimensionale difende goffamente le atmosfere di Walter Scott. Il gelido della brughiera, i contorni levigati delle pietre, le accurate mise settecentesche, insieme alle chiazze violacee dell’erica ed ai grovigli verdi delle sterpaglie, sono le pennellate che compongono il quadro del primo atto, la cui aura fiabesca si specchia nella livida sorgente. A questa cornice essenziale ben poco si aggiunge nel seguito, fatta eccezione per i cangiantismi della sfumatura di fondo, impalpabile eco dei puri sentimenti che legano un Ravenswood ad una ragazza Ashton. L’apparato scenico ricerca infatti una simbiosi con quello registico e ci riesce tagliando la scena con pannelli semoventi, che sincronizzano le azioni implicite ed i pensieri illusori dei personaggi di cui si parla. A fronte di una regia ricca ma convenzionale, sono sicuramente le soluzioni illuminotecniche, quasi caravaggiste, con cui Nick Chelton approccia l’ultimo atto a riscattare la longevità di questa produzione. La rincorsa tra le gradazioni del rosso e del blu non può qui essere rimandata; così la proiezione dell’ombra di Edgardo arde nel fuoco della passione tanto quanto i toni freddi della natura in tempesta plasmano i lineamenti di Enrico, portando a reinterpretare il sinistro albero deviato dell’inizio come monito del tetro destino indotto dal baritono. Il conflitto concettuale diviene dunque di elevato impatto visivo.
Davanti ad un allestimento già visto, ci si sarebbe aspettati una rilettura integrale da parte di Fabrizio Maria Carminati. Se chi vuole ascoltare il recitativo tra pazzia e scena finale rimane soddisfatto, il direttore non esita a concludere i duetti senza riprese, risparmiando a malapena le arie. Senza calcare troppo la mano sui semitoni dolenti, si sofferma invece sugli aspetti di maggiore freschezza, legando con incedere sostenuto i momenti di frammentazione fraseologica. Più che privilegiare gli strumenti solisti, escludendo l’efficace risonanza dei rulli di timpano che simulano i tuoni, il maestro respira col palco guardando sempre all’insieme, soprattutto quando si tratta di saggiare i sommessi accompagnamenti lirici. La ponderatezza iniziale volge però verso un’ingiustificata frenesia in fase di stretta, dove l’attenzione per i contrasti dissonanti lascia spazio a sonorità più invadenti e monocromatiche. D’altro canto, mai impreparato sul lato scenico e sempre compatto al variare dell’agogica, il coro guidato da Lorenzo Fratini conferma una prova di elevata duttilità vocale.
Guardando sul palco, si stenta un po’ a credere all’Enrico di Julian Kim, sommario nel fraseggio e piuttosto impacciato in scena. Non lo aiuta neppure una dinamica per lo più statica, con agilità abbozzate e qualche fissità nei suoni, ulteriori indici di una parte ancora da assestare. In compenso, la scura tempra timbrica dà autorevolezza ai toni, assicura solidità negli acuti (fermo il fa# sovracuto) ed omogeneità nell’estensione, dando giusto l’impressione di una maggiore vulnerabilità sulle note gravi. In sintesi, una resa che mira ad un’emissione timbrata, riuscita di fatto nell’area medio-acuta, ma non scevra da qualche forzatura in preparazione al sostegno.
Ancora un’aria di sortita sul filo della sordina per Jessica Pratt, all’abbassarsi della scrittura di Lucia. Lo si nota costruttivamente, in quanto il rinforzo dell’ultima ottava è il principale punto scoperto di un’interpretazione che già si distingue per ricchezza timbrica. È così che l’ultimo si della cabaletta viene intrecciato in crescendo con buona proiezione del suono, mentre i legati a chiusura del duetto con Edgardo, dopo i delicati smorzamenti del “Deh! Ti placa, deh! Ti frena”, danno prova di una respirazione notevole. L’eleganza vocale non l’abbandona neanche nell’atto successivo, dove al coraggioso rimprovero “Il pallor funesto, orrendo”, cantato con carattere ma senza perdere nel controllo, segue un introspettivo “Soffriva nel pianto”, in cui il soprano australiano intraprende filati di limpida emissione. Insieme ad un’estensione che centra un fa sovracuto, trilli ed acciaccature impreziosiscono i passi d’agilità, sempre sgranati senza indugio. Noncurante dell’incomprensione generale, le puntature acute con cui scolpisce il concertato sigillano la disillusione di un dramma che si consuma interamente dall’interno, senza cadere nei bruschi contrasti emotivi del genere e ponendosi, per questo, ad un livello più sottile. Del resto, la costante attenzione alla continuità della linea di canto e alle dinamiche, riflessi del sofisticato gioco di sguardi, seguono il flusso di una psicologia già vulnerabile, rendendone coerente il bilico. Per lei, non è dunque difficile conciliare l’innata luminosità degli armonici con un fraseggio fino, risalendo le insidie della “pazzia” fino ai mi conclusivi.
Jean-François Borras non avrà certo un’emissione impeccabile, ma il debutto fiorentino lo vede districarsi con tenacia tra gli accenti drammatici e veementi di Edgardo, per i quali si avvale di un fraseggio sentito, voce omogenea e buon volume. Gli sorride meno una certa apprensione nei fiati che, oltre a condurlo verso un canto avaro di legati con diverse semplificazioni negli abbellimenti, gli costa qualche difficoltà negli staccati e quell’errore di sostegno sul mi del duetto d’amore. Peccato, perché acuti e sovracuti suonano tutti in estensione. Seppure con non poche asperità nei passaggi di frase, il timbro caldo del tenore sembra avere più di una carta per questo ruolo, la cui effettiva influenza è tuttora stemperata da una dinamica poco rifinita e dalla mancata messa a punto delle mezze voci.
Al fianco di Lucia, Simona Di Capua è un’Alisa partecipe e di morbida proiezione, mentre la prudenza con cui Riccardo Zanellato gestisce la linea di canto fa del suo Raimondo un credibile e sonoro mediatore tra le parti, a dispetto di un’emissione perfettibile. Soltanto corretti, invece, gli interventi di Emanuele D’Aguanno come Arturo, affetti da un mezzo vocale flebile che non stenta a stringersi nel vibrato. Chiude la parabola discendente dei secondari il Normanno di Saverio Bambi, il cui timbro ingrigito lo tiene in disparte nella sezione col coro. “Lucia di Lammermoor andò. […] Ha piaciuto e piaciuto assai”; lo scrisse Donizetti dopo il successo della prima, lo decreta ancora oggi l’abbraccio di un teatro al completo. Foto © Pietro Paolini / TerraProject / Contrasto

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