Agostino Steffani (1654-1728):Vocal Chamber Duets

Agostino Steffani (1654-1728): “Pria ch’io faccia”; “E così mi compatite?”; “Lontananza crudel, tu mi tormenti”; “Vorrei dire un non so che”; “Dolce è per voi soffrire”; “Gelosia, che vuoi da me?”; “Saldi marmi che coprite”. Elena Bertuzzi (soprano), Alessio Tosi (tenore), Francesco Baroni (tenore), Rebeca Ferri (violoncello), Michele Pasotti (tiorba). Registrazione: Chiesa di San Celestino, Pietole (Mantova), 19-22 gennaio 2014. T.Time: 50′ 23. 1 CD Brilliant Classics 94969

Va riconosciuto a Cecilia Bartoli il merito di aver riacceso i riflettori su Padre Agostino Steffani (1654-1728), figura non secondaria sulla scena musicale europea a cavallo fra XVII e XVIII secolo, decisivo momento in cui le esperienze in qualche modo ancor post-rinascimentali dell’opera veneziana di matrice montevediana subivano delle trasfromazioni per approdare al trionfo virtuosistico dell’opera tardo-barocca degli inizi del nuovo secolo che con Händel e Vivaldi avrebbe raggiunti i maggiori successi. Se la Bartoli ci aveva rivelato le possibilità del repertorio operistico di Steffani questa nuova registrazione si concentra su una produzione minore ma non priva di interesse come la musica vocale da camera. Nello sterminato corpus del compositore veneto questi numeri di ridotte dimensioni e di più facile diffusione hanno un ruolo non spregevole e presentano spesso notevole originalità; la stessa scelta del “duetto da camera” non è così abituale e permette da un lato di cercare un maggior legame con il mondo teatrale dall’altro di trovare una sorta di spazio intermedio fra l’aria solistica e la polifonia madrigalistica con la possibilità di sfruttare modi ed effetti di entrambi i generi. La musica vocale da camera rappresentò inoltre un terreno ideale per sperimentazioni sul rapporto fra musica e parole e sui rapporti fra voce e testo collegati all’attività di linguista che Steffani sempre coltivò al fianco di quelle di diplomatico e compositore.Registrati nel 2014, questi brani si giovano dell’accompagnamento di Francesco Baroni al clavicembalo, Rebeca Cerri al violoncello e Michele Pasotti alla tiorba che suonano con maestria e grande senso stilistico rendendo pienamente la ricchezza e la suggestione della musica di Steffani, capace di notevole ricchezza di effetti anche con un organico così ridotto. Steffani ha sperimentato tute le associazioni vocali possibili in questo tipo di composizioni ma nella presente registrazione si è optato per una selezione dei soli brani per soprano e tenore. Protagonisti sono Elena Bertuzzi e Alessio Tosi, cantanti di notevole esperienza in questo repertorio che affrontano regolarmente con complessi di valore e prestigio – specie Tosi già autore di importanti registrazioni monteverdiane con “La Venexiana”. Da evidenziare che la presenza di due cantanti italiani permette di valorizzare pienamente il rapporto fra musica e testo fondamentale in queste composizioni; inoltre siamo difronte a due voci timbricamente pregevoli, pulite e duttili – solo la Bertuzzi soffre a tratti di una certa fissità che però non è necessariamente impropria in questo repertorio. I brani hanno in genere tonalità soffuse e malinconiche, riflessioni sul dolore, sull’amore e suoi effetti di un gusto sostanzialmente arcadico mentre la vocalità recupera, seppur in un’ottica aggiornata e più moderna, stilemi e moduli della tradizione tardo-madrigalistica e soprattutto del madrigale monodico che Monteverdi aveva diffuso nella cultura musicale veneziana in cui Steffani si era formato. La struttura formale è di prassi abbastanza semplice tranne che in “Saldi marmi che coprite”, composizione più lunga e articolata con varie sezioni melodiche, sia ad una che a due voci, alternate a passaggi di recitativo con un taglio quasi teatrale. Proprio nell’eccessiva uniformità dei brani va visto forse il maggior limite di questa proposta che, se da un lato conferma la qualità e l’interesse della musica di Steffani, dall’altro tende ad essere al suo interno fin troppo omogeneo e poco variato nel rapporto fra i singoli brani mentre si sarebbe preferita una maggior varietà sia di moduli espressivi; Fra i brani proposti, infatti, solo “Gelosia che vuoi da me” presenta soprattutto nella prima parte un tono più leggero e ironico che di tipologie vocale. Rimane comunque un prodotto interessante e meritevole che contribuisce a far conoscere un ambito discograficamente poco frequentato della civiltà musicale del Settecento europeo.

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