Venezia, Teatro Malibran, Michel Tabachnik dirige Wagner e Bruckner

Venezia, Teatro Malibran, Stagione Sinfonica 2015-2016
Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Michel Tabachnik
Richard Wagner: “Götterdämmerung”: Siegfrieds Trauermarsch (Il crepuscolo degli dei: Marcia funebre di Siegfried)
Anton Bruckner: Sinfonia n. 7 in mi maggiore WAB 107 (versione 1883)
Venezia, 1 aprile 2016
Prosegue a Venezia con un successo davvero notevole – trattandosi di un repertorio di non proprio facile ascolto – l’esecuzione integrale delle sinfonie di Anton Bruckner – compositore cui è, in particolar modo, dedicata la corrente stagione sinfonica, in occasione del 120° anniversario della morte –, a dimostrare che il pubblico, che affolla il Teatro La Fenice o, come in questo caso, il Teatro Malibran, è in possesso di strumenti culturali adeguati ad accostarsi a un autore, che ancora oggi viene considerato da molti con diffidenza: merito probabilmente anche dell’oculata politica portata avanti da anni dalla Fondazione fenicea, che alterna sapientemente i titoli di maggiore richiamo con altri meno frequentati, ma di grande interesse e spessore culturale, come peraltro è naturale che avvenga in uno dei centri culturali e musicali più importanti a livello internazionale, qual è da sempre la città lagunare.
Riguardo al concerto di cui ci occupiamo, la sinfonia in programma era una delle più eseguite di Bruckner, la Settima, particolarmente nota in Italia per essere stata scelta da Luchino Visconti come colonna sonora per uno dei suoi primi capolavori apparsi sugli schermi: Senso. Il grande regista ne seppe cogliere, evidentemente, la sensualità, di volta in volta, accesa ed estenuata, quell’instabilità emotiva, che dibattendosi tra incontenibili entusiasmi e cupi presentimenti della fine, percorre questa partitura, non a caso dedicata ad un personaggio tragicamente emblematico come Ludwig II di Baviera. Sul piano musicale, questa tensione dialettica si esprime nella contrapposizione – tipica in Bruckner – tra pannelli sonori: improntati ad una grandiosità eroica gli uni, sommessamente crepuscolari gli altri. La monumentale sinfonia è stata preceduta, in apertura di serata, dalla Siegfrieds Trauermarsch (Marcia funebre di Siegfried) dalla Götterdämmerung (Il crepuscolo degli dei) di Richard Wagner, mentre la Benjamin Suite di Michel Tabachnik, inizialmente in programma, non è stata eseguita, in quanto non è stato possibile reperire in tempi utili il materiale per l’orchestra: l’opera dalla quale deriva ha, infatti, debuttato in prima assoluta solo pochi giorni fa. Non è casuale l’accostamento della celebre pagina wagneriana alla composizione dell’autore austriaco: quest’ultima – che procurò a Bruckner, arrivato ormai quasi a sessant’anni, il primo vero, grande successo e la celebrità internazionale –, fu infatti concepita come un ulteriore omaggio a Wagner, già dedicatario della Terza sinfonia. A questo proposito, la Settima risente dell’influenza di due avvenimenti cruciali, verificatisi in quel periodo: la prima rappresentazione del Parsifal a Bayreuth (1882) e la scomparsa del Maestro di Lipsia, che Bruckner considerava il proprio nume tutelare (1883). Lo struggente Adagio rappresenta un lungo addio al venerato autore della Tetralogia, composto con il cuore gonfio di mestizia, presagendone la morte imminente, la quale avvenne quando il movimento era pressoché concluso: la Coda, intonata da quattro tube wagneriane, fu aggiunta come ode funebre, dopo aver appreso la ferale notizia. Lucida, scevra da ogni ridondanza o pesantezza, la lettura che Michel Tabachnik ha offerto della Trauermarsch, uno dei brani più sublimi composti da Wagner, che secondo alcuni  raggiunge le altezze della Marcia funebre dell’Eroica di Beethoven, da cui mutua la stessa tonalità di do minore, costituendo il culmine di tutta la Tetralogia. Buona la prestazione dell’orchestra nell’affrontare i numerosi leitmotive che compongono il pur breve brano, dando vita ad un’impressionante sequenza evocativa: accanto ai motivi principali della trenodia (rispettivamente “dell’assassinio” e “della morte”), in cui hanno primeggiato gli archi gravi, quelli “dei Velsunghi”, “della Spada”, “di Sigfrido”, in cui si è imposta la sezione degli ottoni, mentre i violini si sono messi in luce nell’intonare i temi “di Sieglinde” e “di Brünhilde donna”.
Quanto alla Settima, anche in questo caso il maestro Tabachnik ha offerto un’interpretazione lucidamente aderente alla partitura, senza peraltro esasperare le contrapposizioni, che a livello emotivo, dinamico ed agogico, la caratterizzano. Solenne l’avvio del primo movimento, Allegro Moderato, con il tema iniziale dall’intenso pathos, che si snoda lungo un’ampia linea ascendente sull’esempio della wagneriana “melodia infinita”, stagliandosi sul tremolo degli archi (altra costante della scrittura bruckneriana), prima della comparsa di due motivi, il cui diverso carattere è stato sottolineato con chiarezza dal direttore – uno lirico, esposto dai fiati, l’altro più nervoso e incisivo, che termina con una fanfara –, dopodiché contrappuntistiche elaborazioni del materiale tematico, eseguite con espressivo rigore, hanno condotto alla poderosa conclusione. Suggestivo, ma non particolarmente estenuato nella visione di Tabachnik, il celebre Adagio, in cui si alternano due temi – intriso di malinconia il primo, di più tenue lirismo il secondo –, il cui sviluppo dà origine ad un lungo crescendo, nel quale il sicuro gesto direttoriale ha guidato l’orchestra, attraverso le frequenti elaborazioni contrappuntistiche, fino al culmine, al punto di non ritorno, marcato dal colpo di piatti e dal triangolo, seguito dalla Coda, di cui abbiamo già detto. Particolarmente brioso il terzo movimento, Scherzo, con il tema squillante delle trombe su un baldanzoso ostinato ritmico, che costituisce uno squarcio di ritrovato ottimismo, inframezzato dall’aura pastorale del Trio. Assoluto rigore, nella pluralità di accenti, si è colto nel variegato quarto movimento, Finale, in cui si alternano tre temi: il primo derivato dal tema principale del primo movimento, il secondo, ricavato dall’Adagio, declinato in forma di corale (tipicamente bruckneriano), il terzo, variante del primo, che è una fanfara di ottoni in forma di recitativo. Successo pieno.

 

 

 

 

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