Milano, Teatro alla Scala: “L’heure espagnole” – “L’enfant et les sortilèges”

Milano Teatro alla Scala, stagione lirica 2015-16
“L’HEURE ESPAGNOLE”
Opera in un atto su libretto di Franc Nohain
Musica di Maurice Ravel
Conception STÉPHANIE D’OUSTRAC
Gonzalve YANN BEURON
Torquemada JEAN-PAUL FOUCHÉRON
Ramiro JEAN-LUC BALLESTRA
Don Iñigo Gomez VINCENT LE TEXIER
“L’ENFANT ET LES SORTILÈGES”
Fantasia lirica in due parti su libretto di Colette e Maurice Ravel
Musica di Maurice Ravel
L’enfant MARIANNE CREBASSA
Maman, la tasse chinoise, la libellule ANNA DEVIN
L’orologe comptolse, le chat JEAN-LUC BALLESTRA
La chatte, l’écureuil STÉPHANIE D’OUSTRAC
Le feu, la princesse, le rossignol ARMELLE KHOURDOÏAN
Le fauteuil, un arbre JERÔME VARNIER
La théière, le petir vieillard, la rainette JEAN-PAUL FOUCHÉRON
Une pastourelle FATMA SAID
Un pâtre CHIARA TIROTTA
La chouette ELISSA HUBER
Les soliste de betes ALLA SAMOKHOTOVA, SILVIA MAPELLI, AMOR LILIA PEREZ LOPEZ, AGNESE VITALI, GIUSEPPE BELLANCA, DAVIDE BARONCHELLI
Orchestra e coro del Teatro alla Scala
Direttore Marc Minkowski
Regia e costumi Laurent Pelly
Scene Barbara de Limbourg (L’enfant et les sortilèges), Carline Ginet e Florence Evrand (L’heure espagnole)
Produzione originale Glyndebourne Festival
Milano, 22 maggio 2016    
Il dittico operistico di Ravel mancava alla Scala dal lontano 1978, quindi quanto mai opportuna l’iniziativa di riproporlo, per di più in una produzione già accompagnata da grande successo nel 2012 al Festival di Glyndebourne e resa nel migliore dei modi nella ripresa milanese. Firmata alla regia da Laurent Pelly (autore anche dei costumi) affiancato per le scene da Barbara de Limbourg (per “L’enfant et les sortilèges”) e Carline Ginet e Florence Evrand (per “L’heure espagnole”), si presenta come due regie fortemente caratterizzate quasi contrastanti entrambe pienamente centrate nelle loro ragioni espressive. Più moderna e scanzonata quella de “L’heure espagnole” che rinuncia in toto all’ambientazione settecentesca del libretto di Franc Nohain per portarci invece direttamente in certe commedie a sfondo erotico cui il cinema spagnolo ci ha abituato in questi anni e ad atmosfere non lontane da certi titoli di Almodovar. L’impianto è realistico con la bottega dell’orologiaio non solo ricca ma invasa da orologi – persino l’oblò della lavatrice non manca di lancette e tacche orarie, la vetrina con scritta in oro, le due pendole per la stanza di Concepcion – ma anche piena oltre modo di ogni sorta di ciarpame spagnolesco – dai poster dei toreri ad un toro impagliato – in una proliferazione barocca e sovraccarica in questo molto iberica. I costumi  richiamano agli anni 60-70 del secolo scorso dai colori e dai disegni vivaci: Concepcion in sottoveste e vestaglia a fiori; Gonzalve poeta hippy che potrebbe essere appena tornato da Woodstoc; Don Iñigo Gomez prototipo di un certo arricchito che se non fosse per il nome potrebbe essere perfettamente milanese. La recitazione è curatissima, brillante, scatenata, moderna ma allo stesso tempo capace di non sacrificare nessun dettaglio dove al centro di tutto domina una Concepcion giustamente tolta all’archetipo di una Carmen di provincia e trasformata in una sorta di casalinga disperata – o meglio di una donna sull’orlo di una crisi di nervi per tornare ai richiami ad Almodovar – ma non per questo priva di un’ironia e di una prontezza di spirito che l’eleva dalla piattezza del mondo maschile circostante.
E’ invece un mondo di pura magia quello che si schiude con “L’enfant et les sortilèges”, in quanto l’impianto scenico è più che essenziale, quasi una scena vuota che si anima delle apparizioni più disparate soprattutto grazie agli straordinari costumi firmati dallo stesso Pelly, veri e propri elementi scenici mobili – come le poltrone, la vampata di fuoco che esce dal camino, gli alberi che sono uomini i quali muovendosi trasmettono la pulsante vita del bosco non limitata ai soli animali – e per altro poche volte si sono visti animali così credibili pur nella loro dimensione totalmente fiabesca. Quello costruito da Pelly è un mondo grande, un mondo fuori misura in cui l’enfant non può che smarrirsi. Già all’apertura del sipario l’enorme tavola e la stessa madre, che, mossa da un carrello, svetta come figura gigantesca,  segnano un netto contrasto fra la scala di questo mondo e quella minuta del protagonista che potrà confrontarsi alla pari solo con la principessa anch’essa piccola e quasi sperduta sulla gigantesca sedia dove sono cadute le pagine stracciate del libro di fiabe e con gli animali del bosco che pur ingranditi in dimensioni umane agiscono allo stesso piano simbolico del fanciullo. Particolare curiosità vi era nell’ascoltare Marc Minkowski in un repertorio così lontano da quello tardo-barocco e neo-classico cui siamo soliti associarlo e il direttore non ha deluso attese e speranze. Ritroviamo anche qui quella brillantezza sonora, quel fortissimo senso teatrale, quella capacità di giocare a livello espressivo i colori e i pesi orchestrali che tante volte abbiamo ammirato nel suo repertorio d’elezione. Ne “L’heure espagnole” non solo è capace di una lettura carica di quella spumeggiante leggerezza così tipicamente francese ma anche di mettere in evidenza quella dimensione quasi meccanica della partitura – si pensi al finale con i ritmi spagnoleschi composti in una sorta di fugato – ma dove tutto resta artificio nella scandita precisione di un meccanismo d’orologio che dà a questa musica un sapore quasi futurista. La sua dote maggiormente apprezzabile è, tuttavia, la capacità di essere teatrale nelle stesse dinamiche orchestrali; si veda con quanta leggerezza fino quasi all’inconsistenza è accompagnato il canto di Gonzalve come a ribadire la futilità del personaggio o la pomposa e stucchevole altisonanza riservata a Don IñigoL’“L’enfant et les sortileges” è una tavolozza di colori sempre cangianti su cui si allunga una patina sempre più inquietante di mistero così prossima a questa favola sempre attraversata da ombre minacciose. Il direttore alterna magistralmente esplosioni sinfoniche e preziosismi cameristici. Quanto viva e brulicante è la natura del bosco della seconda parte! La sua direzione è, inoltre, ritmicamente inappuntabile nello scandire le diverse apparizioni spesso a ritmi di danza definiti, quest’ultimi, con una chiarezza e un rigore veramente ammirevoli e sempre perfettamente inseriti in una visione complessiva della partitura in cui tutti gli elementi si amalgamano alla perfezione.
Ne “L’heure espagnole” assoluta protagonista la Concepcion di Stéphanie D’Oustrac, mezzosoprano dal timbro chiaro e penetrante con cui tratteggia un personaggio brillante e vitale, di una sensualità mai troppo caricata ma sempre pervasa dal sorriso dell’ironia che la rende ancor più seducente. Al suo fianco Jean-Luc Ballestra è un Ramiro vocalmente di notevole robustezza e che soprattutto ha il merito di non cedere alla tentazione di un machismo troppo esibito optando invece per una lettura del ruolo che ne evidenzia i tratti di una ingenua e tenera timidezza. Yann Beuron con la sua voce di tenore chiaro e leggero è un Gonzalve ben cantato che volteggia sulle fatuità delle sue armonie danzanti, mentre Jean-Paul Fouchéron è un Torquemada in punta di forchetta. Vincent Le Texier si difende come Don Iñigo Gomez ma la sensibilità dell’interprete e le doti di attore non compensano totalmente una vocalità non sempre ben controllata e troppo spesso sconfinante nel parlato. Ne “L’enfant et les sortileges” si segnala la prova magistrale di Marianne Crebassa, un enfant semplicemente perfetto sia vocalmente – voce compatta, omogenea, acuti timbrati e squillanti – sia e ancor più sul versante espressivo dove vengono fatte vibrare tutte le corde del personaggio dagli scatti rabbiosi dell’inizio e al senso di crescente terrore di fronte alle apparizioni fino all’autentica commozione del finale cui si aggiunge una totale identificazione scenica con il ruolo derivata dall’abituale frequentazione dei ruoli en-travesti. Intorno a lui una compagnia perfettamente integrata in tutte le sue componenti. La D’Oustrac e Ballestra si concedono un abbandono autenticamente sensuale nel duetto dei gatti dopo il gioco della seduzione tutto cerebrale dell’opera precedente oltre a dare il loro meglio nei monologhi dell’orologio e dello scoiattolo; Fouchéron è un’aritmetica cantata alla perfezione e sempre con quel retro gusto malefico che rende a suo modo terribile il petulante vecchietto cui aggiunge il ruolo della teiera. Armelle Khourdoïan gorgheggia con sufficiente sicurezza nei virtuosismi del fuoco e tratteggia con efficacia il melanconico lirismo della principessa. Anna Devin è un’ottima pastorella e un efficacie pipistrello, mentre Delphine Haidan, solida Maman, trova il suo meglio negli scilinguagnoli della tazza cinese. Buone le parti di fianco e come sempre inappuntabile quella del coro scaligero qui per altro non particolarmente impegnato. Unica nota negativa la scarsità di pubblico per uno spettacolo che meriterebbe ben altra partecipazione.
 
 

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