“L’Amico Fritz” al Teatro La Fenice di Venezia

Venezia, Teatro La Fenice, Stagione 2015-2016, Lirica e balletto
“L’AMICO FRITZ”
Libretto di P. Suardon (pseudonimo di Nicola Daspuro) dalla commedia L’ami Fritz di Émile Erckmann e Alexandre Chatrian
Musica di Pietro Mascagni
Suzel CARMELA REMIGIO
Fritz Kobus ALESSANDRO SCOTTO DI LUZIO
Beppe TERESA IERVOLINO
David ELIA FABBIAN
Hanezò WILLIAM CORRÒ
Federico ALESSIO ZANETTI
Caterina ANNA BORDIGNON
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Fabrizio Maria Carminati
Maestro del Coro Claudio Marino Moretti
Regia Simona Marchini
Scene Massimo Checchetto
Costumi Carlos Tieppo
Light designer Fabio Barettin
Venezia, 3 giugno 2016
È tornato  alla Fenice, dopo cinquant’anni, L’amico Fritz, un’opera un tempo regolarmente in repertorio, ma attualmente di rara rappresentazione. Si tratta del secondo lavoro, composto per la scena da Pietro Mascagni subito dopo il trionfo di Cavalleria rusticana, destinata ad un imperituro successo di pubblico, ma anche apprezzata nell’ambito degli “addetti ai lavori”, meritandosi, tra l’altro, il lusinghiero giudizio di Gustav Mahler – fermo sostenitore anche del Fritz –, che invece (incredibilmente) considererà con estrema sufficienza la Tosca …È piuttosto singolare che il compositore livornese non abbia proseguito sulla strada aperta dalla Cavalleria, quintessenza del verismo musicale, opera inaugurale della Giovane Scuola, sanguigna nell’argomento come nella musica, costruita – quest’ultima – su un impianto melodico e armonico rigorosamente tonale, ma prevedendo, a livello vocale, significative incursioni nel declamato più vicino al parlato, fino al celebre urlo finale. Nell’Amico Fritz i toni cambiano radicalmente: il soggetto è tra i più evanescenti che si possano immaginare (il solito cliché dello scapolo impenitente, che alla fine si scioglie come neve al sole di fronte all’amore di una graziosa fanciulla), l’ambientazione corrisponde ad una bucolica, nordica Alsazia, la scrittura musicale si fa più cristallina e delicata, armonicamente meno stabile e con frequenti contrasti ritmici. Tutte cose che non sfuggirono alle orecchie sensibili di Verdi, dopo aver assistito alla prima al Teatro Costanzi di Roma, riportandone, a dire il vero, un’impressione tutt’altro che positiva. In effetti l’opera – difficilmente il Grande Bussetano errava in materia di drammaturgia musicale – denota una certa fragilità proprio a partire dalla trama, di una banalità abbastanza  disarmante, che lascia ben poco spazio ad interpretazioni “alternative”. Questa almeno l’impostazione registica di Simona Marchini – coadiuvata da Massimo Checchetto per le scene, Carlos Tieppo per i costumi e Fabio Barettin per le luci – che fondamentalmente ha inteso rispettare le intenzioni dell’autore: dentro una spessa cornice di legno verde – a simboleggiare le verdi pianure dell’Alsazia – si svolge l’azione, ora tra le mura di casa Fritz, arredata in un vago stile Biedermeier, ora in un’ incantata campagna alsaziana da cartolina. Assolutamente consequenziali i costumi, in parte ad imitazione di quelli della tradizione folklorica locale; generalmente fisse e solari le luci, che variano – fra tonalità fredde e calde –  solo nel terzo atto, a suggerire il mutamento che sta avvenendo nell’animo di Fritz Kobus.
Più convincente è risultata l’opera sul versante musicale. Fondamentalmente corretta la lettura di Fabrizio Maria Carminati, che tuttavia – a nostro avviso – indulge un po’ troppo in sonorità di stampo verista, a scapito di un’adeguata attenzione alle sfumature e, dove si conviene, alla morbidezza del suono, avvalorando l’idea di un Mascagni quasi esclusivamente improntato ad italica passionalità. Il che ci è parso di cogliere anche nell’Intermezzo, dove – come del resto in tutta l’opera – si è, comunque, fatta apprezzare l’orchestra. Di prim’ordine il Cast. Alessandro Scotto di Luzio ha sfoggiato una voce tenorile virilmente brunita, che gli ha consentito di delineare un Fritz, per quanto possibile, convincente, anche se forse avrebbe potuto marcare con maggiore evidenza i vari momenti della sua, peraltro scontatissima, evoluzione psicologica, che lo conduce da un’iniziale ritrosia, garbatamente misogina, all’amore e alle nozze (“O amore, o bella luce del core”). Piuttosto carica di passione la Suzel proposta, con bella, tipica voce di soprano lirico-leggero, da  Carmela Remigio: ne è risultato un personaggio abbastanza credibile, per quanto tendenzialmente monocorde, fissato in un unico carattere, ma comunque scevro da ogni stucchevole patetismo, come si è colto anche in “Son pochi fiori”. I due protagonisti si sono imposti insieme nel famoso Duetto delle ciliegie. Buona la prestazione del baritono Elia Fabbian, che ci ha regalato un David – rabbino, ma più che altro sensale di matrimoni a tempo pieno – giustamente sussiegoso e sornione nello svolgimento della sua missione “sociale”, trovando via via il giusto accento dopo qualche lieve incertezza iniziale. Assolutamente all’altezza nel duetto con Carmela Remigio “Faceasi vecchio Abramo”. Sbarazzina e patetica Teresa Iervolino nel ruolo di Beppe, lo zingaro, che ha fatto sentire una bella voce mezzosopranile di pasta omogenea, come nella canzone dell’ultimo atto (“O pallida, che un giorno mi guardasti”) . Di sicura professionalità le altre voci: il basso-baritono William Corrò (Hanezò), il tenore Alessio Zanetti (Federico) e il soprano Anna Bordignon (Caterina). Ottimo come sempre il coro. Applausi convinti hanno salutato gli interpreti a fine serata, compreso il primo violino, invitato dal direttore sul proscenio, per la sua prestazione davvero magistrale nell’assolo zingaresco del primo atto.

 

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