Venezia, Stagione Sinfonica 2015/16: John Axelrod

Venezia, Teatro Malibran, Stagione sinfonica 2015-2016
Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore John Axelrod
Daniela Terranova: “Haiku”Nuova commissione «Nuova musica alla Fenice» con il sostegno della Fondazione Amici della Fenice – prima esecuzione assoluta
Hans Werner Henze:
Quattro poemi per orchestra
Johann Strauss: “An der schönen blauen Donau” (Sul bel Danubio blu) op. 314
Anton Bruckner: Sinfonia n. 3 in re minore WAB 103 – versione 1889
Venezia, 17 giugno 2016
Penultimo appuntamento della stagione sinfonica 2015-2016. Come di consueto, quando si presenta una prima assoluta relativa al progetto “Nuova musica alla Fenice”, il concerto è stato preceduto da una breve cerimonia alla presenza del compositore selezionato, questa volta si tratta di Daniela Terranova – pianista e compositrice, allieva di Azio Corghi e Ivan Fedele, una delle stelle nascenti tra i giovani compositori, già autrice di lavori che le hanno  procurato numerosi riconoscimenti –, presentata al pubblico dal sovrintendente Cristiano Chiarot (in sostituzione di Barbara di Valmarana), dal maestro Axelrod – che non ha nascosto il suo entusiasmo di fronte a questa nuova composizione della Terranova – e da Marina Gelmi di Caporiacco, cui è dovuto uno speciale contributo al progetto, che ha anche il sostegno della Fondazione Amici della Fenice. L’Haiku è un componimento poetico, nato in Giappone nel XVII sec., formato da tre soli versi, costotuiti da un numero preciso di sillabe o per meglio dire di “more” (la mora è l’unità di suono, che determina la quantità di una sillaba). Il primo verso ne contiene cinque, il secondo sette, il terzo verso di nuovo cinque. All’origine i contenuti dell’Haiku erano la natura, i sentimenti e le emozioni del poeta nei confronti della natura. Il pezzo della Terranova rivela una raffinata ricerca nel campo sonoro, aprendosi appunto con una particolare sonorità dei tamburi (due, posti a distanza l’uno dall’altro) ottenuta strofinando delicatamente la loro superficie. Da qui si dipana un pezzo fatto di tenui sibili e note tenute degli archi in crescendo che vengono concluse da un colpo di frusta, da glissando e particolari tremoli dei violini realizzati pizzicando parossisticamente le corde, nonché da echi di campane. Il pezzo, dal carattere atmosferico e dai toni generalmente sommessi – forse una sorta di emozionata ed emozionante contemplazione della natura, in ossequio al titolo –, si conclude con una sonorità più “tellurica”, che supera decisamente la soglia del silenzio, da cui fin poco prima la musica non si era mai allontanata se non per brevi tratti. Caloroso successo per Daniela Terranova – complici ovviamente gli strumentisti dell’orchestra e l’autorevole Axelrod –, che si è confermata una promessa davvero promettente nel panorama musicale italiano.
I Quattro poemi per orchestra sono il frutto invece della commissione ricevuta da Hans Werner Henze dalla città di Darmstadt in occasione degli Internationale Ferienkurse, i corsi estivi internazionali per la nuova musica del 1955, gli ultimi cui Henze – estraneo ad ogni radicalismo e aperto ad una molteplicità di soluzioni – volle partecipare, rifuggendo poi dal dominante serialismo radicale “post-weberniano” e dal conseguente clima di intolleranza instauratosi, secondo lui, nei confronti dei giovani autori interessati ad altre prospettive. Nel 1955 il compimento dell’opera König Hirsch (Re Cervo, dalla fiaba teatrale di Carlo Gozzi) costituì una prova decisiva della sua indipendenza. Al clima dell’opera si possono ricondurre anche i Quattro poemi (dal titolo volutamente formulato  in italiano da un amante del Bel Paese, qual era Henze), quattro brevi pezzi per orchestra il cui titolo generale (Poemi) come i singoli titoli (Elogio, Egloga, Elegia, Ditirambo) rimanda a un ambito extramusicale, a modelli poetici e generi letterari con precisi contenuti e caratteri. La partitura porta la data 15 aprile 1955, mentre la prima esecuzione, diretta da Stokowski alla Radio di Francoforte (Hessischer Rundfunk), avvenne il 31 maggio 1955. La scrittura è ovviamente estranea a radicalismi, ma concentrata e sorvegliatissima. Esemplare l’orchestra della Fenice – guidata con sensibilità e rigore dal maestro Axelrod – nel trovare sempre il giusto fraseggio, il timbro più cristallino nell’esecuzione di questi Poemi, in cui si è pienamente colta l’eleganza formale, la sapienza nell’orchestrazione, il piacere di fare musica secondo il principio estetico dell’“Arte per l’Arte”: dall’Elogio con il suo climax ascendente e discendente fino al pianissimo , alla spigliata Egloga, alla breve Elegia, che si snoda tra silenzi e arcane trasparenze, all’espressivo incalzante Ditirambo.
A questi due lavori si è contrapposto con la sua danzante cantabilità An der schönen blauen Donau (Sul bel Danubio blu) op. 314, il più celebre dei valzer di Johann Strauss Jr., composto nel 1866 in una doppia versione (con o senza coro maschile) ed eseguito per la prima volta il 15 febbraio 1867 (nella versione con coro, poi divenuta rara). È uno degli esempi della piena maturità di Strauss, che non sfigura affatto in un concerto: anche in questo caso gli esecutori hanno saputo far apprezzare la strumentazione sapiente e raffinata della lunga Introduzione, che nella sua prima parte, oltre a preannunciare la melodia famosissima del valzer principale, sembra evocare suggestioni paesaggistico-descrittive; come la verve che anima i successivi cinque valzer – anche se forse mancava qualche sfumatura in più a livello agogico in ossequio alla tradizione viennese – fino alla Coda, che li rievoca in ordine diverso concludendo con il primo.
La seconda parte della serata era incentrata su Anton Bruckner – dedicatario di questa Stagione sinfonica nel 120° anniversario della morte – con l’esecuzione della Terza Sinfonia, nota anche comeWagner-Symphonie, visto che la composizione è dedicata all’autore del Tristano. Nel 1873 Bruckner si recò a Bayreuth per presentare a Richard Wagner la Seconda e la Terza sinfonia con l’intenzione di dedicargliene una a sua scelta: Wagner, che non conosceva il compositore austriaco, fu attirato dalla partitura della Terza, e ne accettò la dedica. A questa prima versione ne seguirono altre due: una in occasione della prima esecuzione a Vienna, segnata da un clamoroso insuccesso (dicembre 1877), l’altra realizzata nel 1888-89, che invece, al suo debuttò nella capitale austriaca, nel 1890, riportò un successo memorabile. Proprio quest’ultima versione è stata eseguita dall’Orchestra del Teatro La Fenice.
Alquanto spedita, in generale, la lettura di John Axelrod, che ha privilegiato la sintesi nell’interpretare la monumentale partitura bruckneriana, di cui ha messo in particolare risalto il carattere eroico di certe pagine, manifestato da squilli e perorazioni, e forse meno l’afflato religioso, che promana da altre. Suggestiva la tromba nel primo tempo, Moderato, misterioso, intonando, sul tipico sfondo mormorante degli archi supportato da suoni tenuti dei legni, l’incisivo primo tema, formato da intervalli dell’accordo perfetto di re minore; un tema che, per la sua essenzialità, colpì Wagner. Esso svolge una funzione determinante in tutto il movimento iniziale e ricompare nella coda dell’ultimo, ad affermare l’unità dell’opera. Di carattere diverso il secondo tema – dove hanno brillato gli archi – dal ritmo inconfondibile di danza popolare austriaca modellato sull’opposizione di una duina e di una terzina, una formula diventata celebre come Bruckner Rhytmus. Vigorosi, intonatissimi, rotondi nel suono gli ottoni nel terzo tema, che dopo i primi accordi finisce per assumere la forma severa di un corale. Assolutamente energico e preciso Axelrod nel condurre la sezione, ampia e animata, dello sviluppo, che ripresenta i tre temi in una continua rotazione di elementi, ora in contrasto, ora combinati contrappuntisticamente, fino alla Coda imponente, suggellata dal ripetersi ostinato del tema dell’inizio sulle terzine ribattute degli archi e dei legni.
Meno convincente ci è parso l’Adagio, vertice poetico di tutta la partitura – dove la musica stessa spesso dovrebbe farsi pensiero religioso –, di cui non è emerso appieno il carattere introspettivo e misticheggiante, che dovrebbe emergere soprattutto nel terzo tema, ma anche nel primo cantabile e nel secondo più delicatamente sentimentale, oltre tutto per l’essenzialità della loro strumentazione. Particolarmente brioso lo Scherzo, che  partendo da un’idea rutilante passa, nel Trio, ad un clima danzante vicino al Ländler, qui elaborato in eleganti contrappunti. Un tono eroico si è percepito inizialmente nel movimento finale Allegro, aperto da un vigoroso crescendo degli archi, cui si è opposta una deliziosa polka sovrapposta a un corale (corni e tromboni), che secondo Bruckner rappresenta un simbolo della vita opposto alla sua fine (il precedente corale). Dopo episodi contrastanti, con echi vagamente wagneriani (fortissimo degli ottoni), la ripresa è terminata in una sfolgorante trasformazione in re maggiore del primo elemento tematico del primo tempo. Applausi convinti.

 

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