Rovereto, Oriente Occidente Dance Festival: Instrument 1, scoprire l’invisibile

Rovereto, Auditorium Melotti, Oriente Occidente Dance Festival 2016
INSTRUMENT 1, scoprire l’invisibile
Compagnia Zappalà danza
Coreografia e regia Roberto Zappalà
Musica originale dal vivo  I Lautari
Musicista Puccio Castrogiovanni
Testi Nello Calabrò
Scene, luci e costumi Roberto Zappalà
Danzatori: Adriano Coletta, Alain El Sakhawi, Gaetano Montecasino, Roberto Provenzano, Fernando Roldan Ferrer, Salvatore Romania, Antoine Roux-Briffaud
Coprodotto da Compagnia Zappalà Danza, Etnafest Arte, Scenario Pubblico, Uva Grapes Festival
Prima tappa del progetto re-mappingSicily
Rovereto, 8 settembre2016
 La migliore rappresentazione, intendiamo storica,della Sicilia, non è mai stata una mappatura sincronica ma una diegesi attraverso i suoi usi e i suoi costumi, passando per i nomi dei suoi abitanti più discussi. Dapprincipio è madre, per cui un gruppo di donne (le pie addolorate piangenti), col vestito e tacco nero, compaiono dalla nebbia, coi passi sincroni al seguito di un metronomo. Si tratta del marranzano (scacciapensieri), suonato in quinta da Puccio Castrogiovanni, che se non è proprio un protagonista dello spettacolo è per l’indiscussa prestanza scenica dei sette ballerini, espressione ognuno di forte personalità. Lo strumento, onnipresente, in modo ossessivo e ipnotico, sarà coinvolgente e anche teatrale, e lo si capirà nel finale, dopo gli applausi. Infatti Castrogiovanni (de I lautari), virtuoso del ritmo e dell’acustica, coinvolgerà il pubblico, a destra e a sinistra della platea a scandirgli il tempo, da una parte con “pìulu” e dall’altra con “pàulo”.“Piulu, paulo, piulu, paulo, piulu, paulo, …” partiamo da qui, dalla complicità; dal ritenerci capaci di vedere e riconoscere, se non ormai di comprendere quello che è stata, almeno nel 900, la Sicilia. Il suono metallico e inconfondibile del marranzano, più che leitmotiv è il trait d’union di tutte le credenze, i luoghi comuni di ieri, di oggi e di sempre dell’isola che fu dapprima dominio cartaginese e borbonico, persino arabo e normanno, e ancora mafioso. C’è un momento in cui i danzatori, disposti come marionette (pupi siciliani) mimano i gesti dei clan malavitosi: l’aggiustamento della coppola in testa e il “tzè” schioccato in bocca dalla lingua che si stacca dal palato; breve ensemble di gesti e posture che controbilancia le splendide coreografie prima e dopo. Ci sembra di aver riconosciuto, nei corpi racchiusi nelle tuniche, l’eleganza dell’auriga di Mozia e la leggiadria del Fauno di Mazara del Vallo, nelle movenze. L’arte si nota, si nota tutta la passione di Zappalà per la danza, di quanta ricerca siano il frutto quegli slanci per terra sul pavimento e per aria sopra le spalle. Le sue scene, però, non danno confini geografici alla Sicilia, né il mare che la bagna, né la luce che l’acceca: lo stage è delimitato da una parete di pizzo bianco con disegno floreale che dona una bella luce rievocativa, entro cui i danzatori non disegnano perimetri, né trinacria, ma si esibiscono, in assoli e in duetti senza soluzione di continuità, l’uno dentro l’altro, in una perfetta intesa e ammiccamento. Sono come i pensieri, forse è proprio questo l’invisibile che si scopre, delle foglie che di colpo prendono il volo e poi, mentre si posano, ne spostano altre che fanno altrettanto. Instrument 1è anche un amarcord a cui il coreografo catanese, già fondatore di un centro coreutico di produzione nazionale e co-autore di scene di famosi musical “Jesus Christ Superstar” e “Evita”, a un certo punto concede di mostrarsi, non per mezzo del gesto coreografico ma mettendolo praticamente a nudo. Tutti nudi, ma di spalle, sono i ballerini che si muovono, sulle note di “You Are The First, My Last, My Everything” di Barry White, come i performers di Full Monty, dopo l’esibizione, prima di lasciare il palco. “My first, my last, myeverything; and the answer to all my dreams; you’re my sun, my moon, my guiding star; my kind of wonderful, that’s what you are”, ci sembra non essere che una dichiarazione d’amore per la sua Sicilia, quella che sa riconoscere e apprezzare, che ritroviamo persino nelle posture statuarie di bagnanti che, distesi e fermi, sorretti su un gomito, mirano l’orizzonte.Infine c’è quel momento recitato del ballerino spagnolo che proclama di essere uno strumento e il suo compito è di ballare nella nebbia nel bene e nel male, quindi fa l’elenco di nomi di famiglie mafiose, come leggesse pagine di Saviano, famose come star hollywoodiane.

 

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