“Moeder” dei Peping Tom al Festival Aperto di Reggio Emilia

Peeping Tom
MOEDER”
regia Gabriela Carrizo
assistenza registica e drammaturgia Franck Chartier
creazione e interpretazione Marie Gyselbrecht, Charlotte Clamens, Hun-Mok Jung, Simon Versnel, Maria Carolina Vieira, Brandon Lagaert, Yi-Chun Liu, Eurudike De Beul
assistenza artistica Diane Fourdrignier
composizione sonora e arrangiamenti Raphaëlle Latini, Renaud Crols, Peeping Tom
missaggio audio Yannick Willox, Peeping Tom
luci Giacomo Gorini, Amber Vandenhoeck
costumi Diane Fourdrignier, Kristof Van Hoorde (stagista), Peeping Tom
scene Amber Vandenhoeck, Peeping Tom
Reggio Emilia, 15 ottobre 2016- Prima italiana

Secondo capitolo della trilogia dopo Vader (Padre) 2014, Moeder (Madre) sarà seguita, probabilmente nel 2018 da Kinderen (Figli) 2018. Si tratta di un lavoro (in alternanza registica tra Gabriela e Franck) sulle relazione parentali che sta maturando e si spera raggiunga più alti livelli artistico espressivi. Infatti Vader non aveva convinto per quel suo prevalere addirittura del recitato, seppur laconico e ripetitivo, molto minimale quasi puerile, a scapito delle ottime performance di contorsione e dei colpi di scena carichi di suspense ammirate invece in “A Louer” e in “32 rue Vandenbranden”. Il teatro danza dei Peeping Tom è originalissimo e unico; un appuntamento irrinunciabile per i fans italiani, considerata l’unica tappa emiliana. Anche questo spettacolo, seppur notevole per l’intensità dei quadri e delle figure a mio giudizio, sembra un po’ sbilanciato verso la declinazione della prole (un’attenzione maniacale verso quest’ultima) che incentrato sulla figura ancestrale e primordiale della madre, la cui presenza è una presenza più performativa nella sua accezione di “essere socialmente utile” che biologicamente impegnata, perciò carica più che di concetti, di azioni sempre giocate sul filo affettivo. A parte questo nei Peeping Tom sta venendo a mancare la danza: quell’equilibrio tra i duetti corpo a corpo, le contorsioni dei singoli al limite del possibile, spinte ed elevate all’eccesso e mantenute nel tempo, e le intese corali, dove, tutti in scena, ci si scambia di posto, addirittura ci si trasfigura e si sparisce nel nulla. In Moeder c’è tutto ma manca forse quella regìa capace di dosare i tempi, ovvero dilatarli per farli entrare nella dimensione dello spettatore, nel momento in cui perde coscienza ed entra in scena accanto e dentro al performer. Come pubblico prendiamo un fremito quando Marie Gyselbrecht annaspa in quella pozza d’acqua solo sonoramente percepibile e ci manda in affanno; rimaniamo affranti quando Brandon Lagaert trema tutto nel ripetere che deve andare perché l’aspetta la figlia, ché è il suo compleanno e le luci al neon sfarfallano al ritmo convulso delle sue evoluzioni. Poi sorridiamo al balletto delle guardie del museo, ondeggiato sui fianchi, tutt’attorno alla ladra del quadro: un quadro che lei ricorda stava appeso in cucina sopra al banco dove lavorava sua mamma. Ma dove siamo? In una nursery o in un museo? Chi sono quei personaggi dai tic epilettici: visitatori del museo o infermieri e ostetriche? Non importa, perché ciò che vogliamo intendere è ciò che vediamo nel bello del rivelarsi mentre si canta (la bella voce lirica di Eurudike De Beul nel “Miserere”), si recita, si danza e si suona (l’ukulele del mariachi) e qui il sound design mai come stavolta è cifra stilistica ed espressione virtuosa tra una canzone rock e una strimpellata al piano forte. Ancora Lynch viene di nuovo citato, dopo l’ambientazione di A Louer (2012), ripresa da Twin Peaks nel momento del sogno dell’agente Dale Cooper (quello del nano che parla al contrario seduto su una poltrona in una stanza col pavimento a scacchi racchiusa dentro tende rosse), nella ragazza della macchina del caffè (che esce da essa), ripresa da “The Lady In The Radiator” in Eraserhead. Lynch e Peeping Tom sono concordi che nell’esasperazione della psiche dei personaggistia la cifra stilistica, la godibilità dello spettacolo (mise en scene). Purtroppo, il voler dare spazio al sistema linguistico verbale, anziché a quello non verbale comporta rischi tecnici. Mi riferisco al fatto che la sovratitolazione era alle volte asincrona rispetto al recitato, nonché poco visibile in quanto fioca.
Fiume di applausi finali da farli uscire tre volte, i Peeping Tom ci lasciano soddisfatti, carichi di scene da riosservare ripetendole agli amici che sono stati seduti accanto a te e concordi nel ritenere gli spettacoli della compagnia belga delle performance in cui c’è espressione di personalità, quella del ballerino e del suo mondo interiore e parallelo, quel mondo che cerca di sopravvivere pur se alienato dalla routine quotidiana.

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