Torino, Teatro Regio: “La Bohème”

Torino, Teatro Regio, Stagione lirica 2016/17
“LA BOHÈME
Opera in quattro atti di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa dal romanzo “Scènes de la vie de Bohème” di Henry Murger
Musica di Giacomo Puccini
Mimì IRINA LUNGU
Rodolfo GIORGIO BERRUGI
Musetta KELEBOGILE BESONG
Marcello MASSIMO CAVALLETTI
Schaunard BENJAMIN CHO
Colline GABRIELE SAGONA
Benoît e Alcindoro MATTEO PEIRONE
Parpignol CULLEN GANDY
Un sergente dei doganieri MARCO BARRA
Un doganiere DAVIDE MOTTA FRÉ
Direttore Gianandrea Noseda
Maestro del coro Claudio Fenoglio
Regia Àlex Ollé
Scene Alfons Flores
Costumi Lluc Castells
Luci Urs Schönebaum
Nuovo Allestimento Teatro Regio Torino in coproduzione con Opera di Roma
Torino, 16 ottobre 2016
Il legame di Torino con “La Bohème” è antico e profondo: l’opera, nata sul palcoscenico del Regio nel 1896, è forse quella più rappresentata in assoluto nel teatro torinese. L’idea di presentare una nuova produzione in occasione dei centovent’anni dalla prima aveva quindi un suo senso essendo il precedente allestimento – quello per altro splendido realizzato da Patroni Griffi per il centenario – quasi inflazionato dalla frequenza delle riprese così come quello storico firmato da Guglielminetti e ripreso con sistematicità anche negli ultimi anni. Considerando questa situazione pregressa, l’idea di un allestimento non solo nuovo ma totalmente diverso come impostazione dai precedenti aveva una propria ragione. L’idea di affidarlo al gruppo catalano de La fura dels Baus – qui rappresentata da Àlex Ollé per la regia, Alfons Flores per le scene e Lluc Castells per i costumi – rappresentava sicuramente una scommessa essendosi distinto il gruppo catalano soprattutto per letture spettacolari e fantascientifiche dell’universo wagneriano di cui “La bohème” rappresenta una sorta di antipodo.  Il risultato resta purtroppo a metà del guado. L’idea di fondo è quella di ambientare la vicenda in una periferia degradata di una città contemporanea – che alcuni dettagli indicano essere una grande città italiana non definita e non Parigi – dove la fragile vicenda dei protagonisti si svolge fra gelidi e squallidi palazzoni. Le scene si compongono di un insieme di strutture metalliche, tubi e pannelli, che costruiscono i profili dei vari edifici con in primo piano quello abitato dai ragazzi. La struttura a cassoni autonomi permette buone soluzioni teatrali nel primo atto rendendo visibili i vari fatti che avvengono in contemporanea all’esterno e nei vari interni – l’arrivo di Benoît, Mimì intenta a lavorare a macchina, il ruzzolone di Colline – mentre in seguito scade un po’ nel bozzettismo. Le strutture agili nella loro monumentalità possono essere inoltre mosse con una certa facilità ricomponendosi per definire i vari ambienti dell’opera. Di banale quotidianità i costumi di Lluc Castells. All’interno di questo impianto la regia di Ollé si snoda di contro su parametri assolutamente tradizionali seguendo la vicenda senza forzature. Di tratti moderni se ne vedon pochi: qualcuno necessario – il far morire Mimì di cancro anziché di un’anacronistica tubercolosi – qualcuno forse evitabile come le lavandaie trasformate in quel gruppo di prostitute e transessuali ormai diventato d’obbligo dopo Almodovar per i registi spagnoli senza però mai snaturare la vicenda. Di contro si notano uno scarso lavoro di recitazione con la forte impressione che molto fosse lasciato ai singoli cantanti – fortunatamente tutti molto bravi al riguardo ma in cui restavano segni di una concezione tradizionale dei propri ruoli non sempre in linea con lo spettacolo. Si sono notate, inoltre, una certa difficoltà a muovere le masse corali troppo spesso semplicemente schierate ai lati del palcoscenico e una certa trascuratezza dei dettagli che sembra indicare un lavoro abbastanza superficiale sul libretto e più rivolto all’impatto spettacolare complessivo. Quello che manca è però quel sentore di tenue nostalgia che pervade l’opera. La scelta di Puccini e collaboratori di ambientare l’opera intorno al 1830 non ha uno specifico valore storico ma serve a segnare uno stacco con la contemporaneità per rievocare la nostalgia verso un qualche cosa che fu con una sensibilità già gozzaniana seppur con qualche anno di anticipo dove le note del maestro lucchese come proustiane madeleine aprono su un mondo di ricordi e nostalgie perdute. L’appiattimento su un presente totalizzante elimina purtroppo questa dimensione e, specie nei primi due atti, un sentore di freddezza risulta innegabile; poi le emozioni prendono ala ma il merito è di Puccini e della sua musica (e degli ottimi esecutori) molto meno del contributo registico. A reggere le fila musicali Gianandrea Noseda si conferma uno dei più interessanti direttori pucciniani dei nostri tempi. La sua è una lettura che di Puccini esalta gli aspetti più moderni della scrittura, tersa, nitida, precisa, senza nessuna concessione al facile sentimentalismo che troppo spesso scivola nella zuccherosità. E così nitida e pulita la musica di Puccini riesce a esprimere in modo ancor più intenso il proprio potenziale espressivo; si senta un “Ma quando vien lo sgelo” in cui si sente veramente il primo raggio di sole della primavera o la forza poetica ed emotiva che pervade l’accompagnamento di “Donde lieta uscì”. L’orchestra e il coro del Regio perfettamente in sintonia con il direttore eseguono al meglio le sue indicazioni contribuendo alla piena riuscita musicale dello spettacolo. “La Bohème” è opera sostanzialmente corale in cui le prestazioni di tutti contribuiscono alla riuscita complessiva e in questo caso era evidente trovarsi di fronte ad un’autentica compagnia perfettamente affiatata e in piena linea con le scelte del direttore. Irina Lungu è una splendida Mimì. Il soprano russo sfoggia una voce invero molto bella per timbro e colore, omogenea su tutto la linea e di una morbidezza flautata di grande suggestione. Sul piano interpretativo la sua è una Mimì intensa e composta, senza inutili fronzoli e centrata sull’essenza espressiva del ruolo. L’elegante bellezza della cantante russa dà l’ultimo tocco alla completa riuscita del personaggio. Al suo fianco Giorgio Berrugi è un Rodolfo di schietta tenorilità, dalla voce generosa e squillante e dall’ottimo controllo che gli deriva da una non trascurabile frequentazione del repertorio mozartiano. Ottima linea di canto e notevole attenzione al dato espressivo completano la sua prestazione che emerge soprattutto in un terzo atto di rara intensità con le due voci di Berrugi e della Lungu che si fondono alla perfezione. Massimo Cavalletti è un po’ più ruvido ma il materiale vocale a disposizione è ragguardevole e l’interprete di coinvolgente comunicativa. Kelebogile Besong è una Musetta dalla voce di autentico soprano lirico più che lirico leggero con belle sfumature brunite nel settore medio grave che si inserisce bene nella lettura orchestrale di Noseda che del ruolo evidenzia più gli aspetti umani che le frivolezze cui nuoce solo una pronuncia italiana ancora bisognosa di aggiustamenti. Gabriele Sagona è un Colline giustamente giovanile e molto ben cantato mentre Benjamin Cho (Schaunard), pur dotato di una vocalità molto interessante, manca di quella naturalezza linguistica necessaria nel canto di conversazione in cui si esprime il ruolo. Matteo Peirone riprende con la solita qualità i ruoli di Benoît – solo caricato di qualche eccessiva volgarità voluta dalla regia – e Alcindoro di cui ormai è diventato una sorta di interprete d’elezione nel teatro torinese. Ben centrate le numerose parti di fianco. Successo convinto per tutti gli interpreti ma sala non gremita, cosa insolita per un titolo di così forte richiamo. Forse le voci successive alla prima relative all’allestimento possono aver allontanato una parte del pubblico.

 

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