Venezia, Palazzetto Bru Zane: il pianista Philippe Bianconi in “E ora, si aprano le danze!”

Venezia, Palazzetto Bru Zane, Festival “Camille Saint-Saëns tra romanticismo e modernità”, dal 24 settembre al 3 novembre 2016
Pianoforte Philippe Bianconi
Autrefois
(In altri tempi)
Camille Saint-Saëns: Suite pour piano op. 90 (Prélude – Menuet – Gavotte – Gigue); Cécile Chaminade:Danse ancienne; Camille Saint-Saëns: “Études pour la main gauche” op. 135 (N° 4 Bourrée – N° 6 Gigue).
Ailleurs (In altri luoghi)
Camille Saint-Saëns:” Souvenirs d’Italie”; Claude Debussy: Mazurka; Mel Bonis: Barcarolle; Camille Saint-Saëns: Valse canariote.
Autrement (In altri modi)
Camille Saint-Saëns: Valse langoureuse; Charles-Valentin Alkan: Marche funèbre op. 26; Cécile Chaminade: Mazurk’ suédoise; Camille Saint-Saëns:Étude en forme de valse.
Venezia, 25 ottobre 2016
Un’altra entusiasmante esperienza si è vissuta nella deliziosa sala dei concerti del Palazzetto Bru Zane-Centre de Musique Romantique Française, nel corso del recente concerto, svoltosi nell’ambito del Festival dedicato a Camille Saint-Saëns, indagato questa volta – insieme ad altri autori francesi – circa la produzione catalogabile in base a tre categorie: Autrefois (In altri tempi), Ailleurs (In altri luoghi), Autrement (In altri modi). Si tratta, più precisamente, di composizioni in forma di danza, destinate soprattutto al pianoforte, con un carattere più intimo rispetto a quelle concepite per le feste da ballo, ad evocare il ricordo dei secoli passati o l’esotismo di un altrove immaginario; in alcune di queste opere ritmi e forme di danza vengono trasfigurati, presentandoli in modo diverso rispetto a quello codificato e alterandone così la struttura e il carattere. In ogni caso, valzer, bourrée, gighe o mazurche sono gli estremi rifugi, dove poter sospendere il tempo, mettendosi al riparo da un presente, in cui la rivoluzione industriale sta spazzando via fondamentali valori.
Una serata di così rilevante interesse, dal punto di vista musicale e culturale, e con un programma tanto nutrito e così ben strutturato, non poteva non prevedere un interprete d’eccezione. E così è stato, andando anzi ben aldilà di ogni aspettativa. Il pianista Philippe  Bianconi – concertista di fama internazionale, vincitore di numerosi premi, e attualmente direttore del Conservatoire Américain di Fontainebleau, succedendo a Philippe Entremont –  ha affrontato, infatti, i numerosi pezzi in programma – dai caratteri diversi e spesso tecnicamente davvero impegnativi – con estrema autorevolezza, unita ad una prorompente musicalità, non priva di raffinatezze nel tocco e di sensibilità per ogni sfumatura. Un’alta scuola della velocità, oltre a un perfetto dominio tecnico nelle pagine contrappuntistiche, ha sfoggiato il solista nella Suite op. 90 di Saint-Saëns, che testimonia l’interesse del compositore per questa forma antica – contribuendo, tra l’altro, alla riscoperta di Rameau – ma anche la sua volontà di reinventarla, introducendo, ad esempio, colori originali (come gli accordi di nona nella Gavotte) e contaminando le caratteristiche delle danze (il Menuet assomiglia a una sarabanda e, a tratti, a un valzer). Perfettamente a suo agio si è dimostrato Bianconi anche nella Danse ancienne di Cécile Chaminade – che risale allo stesso periodo (1893) e rivela la stessa libertà dal rigore filologico, coniugando  solennità di scrittura ed enfasi espressiva –,  nonché nei due studi, n. 4 e n. 6, tratti dagli Études pour la main gauche op. 135, ancora di Saint-Saëns –  composti  nel 1912 per Caroline Montigny de Serres, una concertista che aveva perso l’uso della mano destra –  con cui il compositore, ispirandosi alle composizioni per violino solo di Bach, fa nuovamente rivivere la suite barocca.
Il pianista ha trovato il giusto accento, nostalgico ma anche pieno di colore, nei Souvenirs d’Italie op. 80 di Saint-Saëns (1887) – forse ispirati a Firenze, come suggerirebbe un’incisione sullo spartito raffigurante Palazzo Vecchio, per quanto le due sezioni estreme, dal ritmo di barcarola, evochino piuttosto Venezia – , nella Mazurka di Debussy (1890 circa) – in cui l’armonia dal sapore modale, le cadenze “gotiche” e le particolari linee melodiche fanno pensare a Satie o Chabrier –, nella Barcarolle di Mel Bonis (1905) – in cui, analogamente ai Souvenirs d’Italie, la rievocazione di gondole che scivolano sull’acqua esorcizza i rumori della città moderna – e, infine, nella Valse canariote (1890), ancora di Saint-Saëns, dove un’introduzione lenta e solenne, precede il sofisticato valzer, diviso in sequenze irregolari, e vario nell’armonia. Il pubblico è stato, poi, letteralmente sedotto dalla Valse langoureuse di Saint-Saëns –  dove la danza regina dei salotti si tinge di languido erotismo –, dalla Marche funèbre op. 26 di Charles-Valentin Alkan – che si riallaccia alla Marcia funebre dell’Eroica di Beethoven ed ha nella sua sezione centrale i caratteri di un inno costellato di singolari concatenazioni armoniche –, nella spiritosa e affascinante Mazurk’ suédoise di Cécile Chaminade e nell’ Étude en forme de valse di Saint-Saëns, un pezzo dalla forma irregolare – che strizza l’occhio all’Invitation à la valse di Weber come al Mephisto-Walzer di Liszt –, percorso da un’accesa sensualità e culminante in un  pirotecnico finale. I fragorosi applausi hanno ottenuto un bis: Sarabande di Mel Bonis.

 

 

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