Bari, Teatro Petruzzelli: “Turandot”

Bari, Teatro Petruzzelli, Stagione Lirica 2016 
“TURANDOT”
Dramma lirico in tre atti e quattro quadri, libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
Musica di Giacomo Puccini
Turandot TIZIANA CARUSO
Altoum RINO MATAFÙ
Timur DEYAN VATCHKOV
Calaf  CARLO VENTRE
Liù  DARIA MASIERO
Ping  DOMENICO COLAIANNI
Pang  SAVERIO FIORE
Pong  MASSIMILIANO CHIAROLLA
Un mandarino  TIZIANO TASSI
Il principe di Persia RAFFAELE PASTORE
Prima ancella  MARIA SILLECCHIO
Seconda ancella  IVANA PADOVANO
Orchestra e Coro del Teatro Petruzzelli
Direttore Giampaolo Bisanti
Maestro del Coro Fabrizio Cassi
Coro di voci bianche Vox Juvenes diretto da Emanuela Aymone
Regia Roberto De Simone (ripresa da Ivo Guerra)
Scene Nicola Rubertelli
Costumi Odette Nicoletti
Disegno luci Vincenzo Raponi
Coreografie Domenico Iannone
Bari, 9 novembre 2016
La messinscena della Turandot con la regia di Roberto De Simone nel 2009 inaugurò la riapertura del Petruzzelli dopo l’incendio del 1991. La scelta di riproporre (con la ripresa di Ivo Guerra) questo fortunato allestimento – ripreso al Comunale di Bologna (2011-12) al Teatro dell’Opera di Roma (2012-13) e al San Carlo di Napoli (2015-16) – proprio al termine della stagione 2016, contrassegnata da aspri problemi della più varia natura, sarà certo di buon auspicio per il futuro del massimo teatro barese che conoscerà un’ulteriore rinascita all’insegna della ‘limpidezza’ (su tutti i fronti). È il De Simone antropologo, prim’ancora che drammaturgo, a proporre una suggestiva rilettura dell’antica fiaba orientale declinandola come rito collettivo, prossimo a una sacra rappresentazione o alla teatralità liturgico-devozionale del quattrocento europeo espressa dal genere del mistero/misterio/mistery play/mystère. Turandot come un ‘mistero’ che rimanda a riti di possessione e di trance: la principessa cinese è infatti ‘posseduta’ dallo spirito della sua ava Lo-u-Ling (materializzata sul palco da un’attrice), che fu stuprata da uno straniero nemico, e in nome di quest’antenata rifiuta l’amore, uccidendo uno ad uno i suoi pretendenti. Ricordo che De Simone, in una conversazione privata avvenuta a ridosso dei fatti di Avetrana (26 agosto 2010), ipotizzò – e teorizzò da par suo – la natura rituale dell’omicidio di Sarah Scazzi. Non stupisce dunque la decisione di far terminare l’opera non con il posticcio happy end lasciato incompiuto da Puccini (completato da Franco Alfano nel 1926 e da Luciano Berio nel 2001), bensì con un’uccisione rituale: il suicidio-sacrificio di Liù va a placare lo spirito dell’ava violentata e il suo corpo viene deposto nell’ipogeo che ne conteneva le spoglie. Da questa impostazione deriva la stilizzazione gestuale dei movimenti di scena e delle coreografie (curate da Domenico Iannone) come pure la ieraticità dell’impianto visivo: le imponenti scene di Nicola Rubertelli, che si sviluppano in senso verticale, conferiscono ad apertura di sipario un senso di monumentalità arcaica; lo stesso può dirsi per i costumi, ricavati dalle centinaia di statue in terracotta presenti nella tomba dell’imperatore Qin a Xian, che Odette Nicoletti affida a coro e comparse corredandoli di maschere. Vividi invece i colori degli abiti di Turandot, Calaf, Liù e dei tre personaggi grotteschi Ping Pang Pong, così come vivace e ben connesso allo svolgersi del dramma e della musica il gioco di luci composto da Vincenzo Raponi. Nel terzo atto la presenza dei simboli  del sole e della luna (in verità non troppo amalgamati con il resto della scenografia, considerata la loro allusione a certo modern design) alludeva a quella ierogamia solare-lunare che secondo De Simone si pone come unico possibile scioglimento del nodo drammatico. Turandot è prima di tutto un’opera corale e al Coro del Teatro Petruzzelli, diretto da Fabrizio Cassi, va indirizzato il primo encomio per la maturità interpretativa, l’omogeneità di volumi e la compostezza scenica.
Ottimo anche il lavoro del coro di voci bianche Vox Juvenes di Emanuela Aymone che ha richiesto ai bambini un impegno attoriale non indifferente: anche loro infatti, con indosso gli abiti e le maschere ispirati ai guerrieri di terracotta, erano parte integrante del tableau scenico, andando ad aggiungere una scala ridotta a quella gigante delle statue in resina e a quella a dimensioni reali dei coristi adulti. Tiziana Caruso, dopo la recente interpretazione della parte di Turandot all’Arena di Verona, ha approfondito il personaggio donandogli il giusto spessore psicologico e una gestualità adeguata (peraltro vincolata dalla scelta registica). Sul fronte vocale non ha ancora risolto qualche problema tecnico nella zona centrale e, più in generale, la dizione del testo non è impeccabile. Compensa questi nei il bel timbro nella tessitura acuta.
Notevolissima la Liù di Daria Masiero che ha offerto filati memorabili, fraseggio perfetto e un’interpretazione attoriale intensa. Carlo Ventre, in coppia con la Caruso la scorsa estate a Verona, è impeccabile: lo squillo è sempre presente; fraseggia con un rigore che nulla concede ai facili esibizionismi connessi a questa parte; calibra a dovere tutte le dinamiche; si muove sul palcoscenico con intelligenza attribuendo al personaggio una misurata baldanza. Merita un particolare elogio il Ping di Domenico Colaianni (una delle parti che più cantano in Turandot) a suo agio con questa parte grottesca e tagliente, perfettamente congeniale al timbro vocale, alla fisicità e alle doti istrioniche del baritono barese che interpreta il gran cancelliere nello spirito di quella commedia dell’arte alla quale pensò Carlo Gozzi (primo divulgatore europeo della fiaba orientale). La sua voce baritonale è possente e duttile sapendo variegarsi a seconda dei toni espressivi di questo personaggio sfaccettato, tra i più avveniristici dell’opera (che troverà un erede nell’Albrigòr della Donna serpente di Casella del 1932). Ottima l’intesa di Colaianni negli assieme con Saverio Fiore (Pang) e Massimiliano Chiarolla (Pong). Buona la prova del tenore Rino Matafù (l’imperatore Altoum) anche se la sua posizione sopraelevata e arretrata sul trono inficiava la piena udibilità. Lodevoli il basso Deyan Vatchkov (Timur) e il baritono Tiziano Tassi nei panni dello stentoreo proclamatore degli editti reali. Ben promettenti le voci di Maria Silecchio e Ivana Padovano, prima e seconda ancella. Un applauso al di sopra di tutti merita Giampaolo Bisanti che speriamo possa legare sempre più a doppio nodo il suo nome al teatro barese poiché ha impedito che la recente re-immissione in ruolo di alcuni orchestrali a seguito di controversie legali e sindacali potesse compromettere l’equilibrio che nei mesi passati aveva raggiunto il precedente organico. Sotto la sua bacchetta autorevole e precisissima nel dare gli attacchi anche all’ultimo dei coristi, per fortuna tutte le polemiche che hanno avvelenato i quotidiani locali si tacitano; e trionfa l’esattezza del ritmo, il gusto delle dinamiche, l’adeguatezza stilistica al mondo pucciniano. Caloroso l’applauso di un teatro che ha fatto registrare il sold out.

 

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