Cielo e terra, ma l’amore? “La Bayadera” del Ballet Estable del Teatro Colón di Buenos Aires

Buenos Aires, Teatro Colón, stagione ballettistica 2016
“LA BAYADERA”
Balletto in tre atti
Coreografia Natalia Makarova da Marius Petipa e Vakhtang Chabukiani
Musica Ludwig Minkus con arrangiamenti di John Lanchbery
Artisti ospiti Herman Cornejo, Ludmilla Pagliero
Balletto Stabile del Teatro Colón
Direzione Maximiliano Guerra
Scenografia Pier Luigi Samaritani
Costumi Theoni V. Aldredge
Orquestra Filarmonica di Buenos Aires
Direzione Emmanuel Siffert
Produzione Ballet Nacional del Sodre (Montevideo, Uruguay) in collaborazione con il Teatro Colón
Buenos Aires, 13 novembre 2016

Buenos Aires.E subito il pensiero corre al tango. Al tango delle milonghe – mirada e abbracci stretti – o al tango show – volteggi e lustrini. Ma Buenos Aires, avamposto europeo in America Latina, da sempre rifugio e rilancio per immigrati di ogni parte del mondo, offre questo e altro. Qui si danza “meticcio. E così in una stessa quadra si possono trovare un appartamento con una milonga non registrata – in cui codici, musiche e passi tradizionali si mescolano a ricerche sonore e di movimento in continua evoluzione; una sala variopinta per incontri settimanali di biodanza, bioenergetica e tarocchi – in un flusso potente di energie senza età; un seminterrato con danze sacre o meditative di tradizioni tanto orientali quanto nord e sudamericane; e poi i patii e le calles, con un drappo rosso appeso a una trave per i volteggi aerei di performer e viandanti, e i balli folklorici di ogni parte del mondo che si intrecciano.
Perché questa terra è così: ogni forma che vi approda, o che qui sorge, si mischia e si trasforma; ogni movimento ne risolleva un altro dal sottosuolo o dall’acqua, in un intreccio difficilmente districabile e in un divenire senza sosta.
Il Teatro Colón, tempio del teatro lirico e del balletto nella capitale porteña, è immerso in tutto questo e “La Bayadera”, emblema dell’accademismo russo e del gusto per l’esotico, costituisce a questo riguardo una presenza non “casuale” all’interno della programmazione del prestigioso ente, noto in tutto il mondo per la sua acustica e i preziosi interni da poco restaurati. Frutto del genio di Petipa, il balletto “La Bayadère” trae infatti ispirazione, e fonde, elementi tradizionali e non.
Da trent’anni a San Pietroburgo, nel 1877 il direttore e maître de ballet del balletto imperiale prende spunto dalla visita del Principe del Galles in India per riprendere il tema dell’antica cultura orientale, già oggetto di interesse da parte di critici, librettisti e coreografi romantici: da El dios y la bayadera, apparso sulle scene nel 1830 per la coreografia di Filippo Taglioni, fino a Sakuntala, firmato nel 1858 dallo stesso fratello di Petipa, Lucien, su libretto di Teophile Gautier, folgorato dalla vista di alcune autentiche sacerdotesse indiane a Parigi.
La storia è nota e riproduce un classico triangolo amoroso. Il Grande Brahmino è folle d’amore per la bella Nikya, ma la sacerdotessa rifiuta le sue avances e giura eterno amore a Solor. Il Brahmino li sorprende e folle di gelosia informa il Rajah, che nel frattempo ha promesso in sposa la figlia al valoroso condottiero, sperando in una sua vendetta a scapito del ragazzo. Le cose, però, vanno diversamente. Solor, infatti, ammagliato dalla bellezza di Gamzatti acconsente al matrimonio e la giovane, dopo aver tentato invano di corrompere con gioielli la rivale perché rinunci al comune amante, decide di ucciderla. Durante la danza che è costretta a fare per la festa di fidanzamento dei due giovani, la bella sacerdotessa viene così morsa da un serpente e, rifiutando il rimedio offertole dal Brahmino, muore. Solor, colpito dalla morte della ragazza e tormentato dai rimorsi, va dal fachiro per trovare ristoro nei fumi. Nel regno delle ombre incontra l’amata, un’ombra che lo segue fino al giorno del suo matrimonio, quando si rende conto che è stata la promessa sposa l’artefice dell’assassinio. Il giovane si rifiuta, quindi, di pronunciare i voti nuziali; gli dei, furiosi, distruggono il tempio e tutti muoiono. Le anime dei due amanti sono ora libere di danzare insieme nell’aldilà.
La produzione del Ballet nacional del Sodre (Montevideo, Uruguay) in cooperazione col Teatro Colón, per la coreografia di Natalia Makarova, riafferma e ripropaga la fortuna di questo amore impossibile nutrito di culture diverse, spiritualità e gusto per lo sfarzo. A partire dalla scenografia – dai lussureggianti boschi e giardini alle colonne e ai tappeti dorati del palazzo reale nei primi due atti, fino al crollo spettacolare del tempio nella scena finale – sino ad arrivare ai costumi preziosissimi dei personaggi reali, alle stoffe accese di quelli indossati dalla corte o a quelli eterei di sacerdotesse e ombre, il tutto contraddistinto dall’elemento del velo. Un velo che è, al contempo, metafora degli sposalizi – con uomini o dei – che segnano le sorti delle donne protagoniste, ma anche veri e propri elementi performativi annodati a gambe e braccia delle ballerine, a vezzo e insieme simbolo della “costrizione” della loro condizione, siano esse al servizio del rajah o del tempio.
Per quanto riguarda la coreografia è da rilevare e apprezzare, invece, l’accostamento, quando non l’intreccio, di posture e mudra della tradizione orientale alla tecnica classica. Dai palmi delle mani congiunti del Brahmin (un massiccio Vagram Ambartsoumian), capaci di mostrare tutta la forza e il pericolo della strumentalizzazione del sacro, a quelli elevati al cielo di Nikya, interpretata da Ludmilla Pagliero che grazie alla sua leggiadria, soprattutto nella parte superiore del busto, riesce a evocare nello spettatore il desiderio di trascendenza e spiritualità proprio del suo personaggio. Affascinante e ben eseguita è, infine, la famosa sequenze delle ombre: ventiquattro danzatrici scendono una ad una da un piano inclinato in arabesques penchée sotto il riflesso della luna piena creando un effetto ipnotico – complice, forse, la reale fase lunare che attende gli spettatori alla loro uscita…
Carente risulta, purtroppo, l’espressività nei pas de deux dei due amanti – forse non agevolata dalla maggiore altezza della ballerina – tanto da rendere difficile al pubblico credere alla loro passione e al giuramento di eterno amore. Soddisfa fortunatamente l’aspettativa l’acceso triangolo finale, con Solor (Herman Cornejo, potente per lo più quando solo sul palcoscenico) al centro tra la evanescente Nikya e la decisa Gamzatti (una convincente Claudia Pereyra).
In conclusione, per adoperare la simbologia evocata dal pavone – più volte presente in scena, dai costumi delle soliste nella festa di fidanzamento al letto della tenda di Solor, lo spettacolo ha saputo dispiegare efficacemente tutta la vanità terrena e ha evocato qualcosa del mondo dello spirito, ma è mancato il motore dell’azione: quell’amore capace di unire e superare distinzioni e manifestazioni, proprio come il cielo e la terra. (ph. Prensa Teatro Colon / Arnaldo Colombaroli / Maximo Parpagnoli).

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