Ricordando Manuel de Falla a 70 anni dalla morte: “El amor brujo”

Manuel de Falla (Cadice 23 novembre 1876 – Cordoba, Argentina, 1946)
“El amor  brujo” (L’amore stregone)
Introduzione e scena (Allegro furioso ma non troppo) – Dai gitani (Notte) (Tranquillo e misterioso) – Canzone delle pene d’amore (Allegro) –  Lo spettro (Vivo ma non troppo) – Danza del terrore (Allegro ritmico) – Il cerchio magico (Racconto del pescatore) (Andante molto tranquillo) – Mezzanotte (I sortilegi) (Lento e lontano) – Danza rituale del fuoco (Per scacciare gli spiriti maligni) (Allegro ma non troppo pesante) – Scena (Poco moderato, Allegro) – Canzone del fuoco fatuo (Vivo) – Pantomima (Allegro, Andantino tranquillo) – Danza della gara amorosa (Allegretto mosso) – Finale (Le campane del mattino) (Allegro tranquillo).
Durata: 25′ca

El amor brujo, pur essendo uno dei lavori di Manuel de Falla più amati dal pubblico, non riscosse un grande successo alla prima rappresentazione, avvenuta al Teatro Lara di Madrid il 15 aprile 1915. Questa prima versione, una “gitaneria” per canto e danza scritta per la zingara andalusa Pastora Imperio, cantante e ballerina di flamenco di grande successo, si avvaleva di un organico orchestrale alquanto ridotto, in cui figuravano un flauto con obbligo di ottavino, un oboe, un corno, una cornetta, un pianoforte, il quintetto d’archi e, infine, alcune percussioni. Il compositore attribuì la causa dello scarso gradimento del pubblico, nonostante le positive recensioni sulla sua abilità nell’orchestrazione, alla scelta di questo organico, dettata dalla struttura architettonica del teatro, destinato alla rappresentazione di opere di prosa e, quindi, privo di una fossa in cui ospitare l’orchestra, tanto che decise di riorchestrare la partitura.
La seconda versione, il cui organico, molto più ampio, prevedeva la presenza di due flauti, un oboe, due clarinetti, un fagotto, due trombe, timpani, pianoforte, archi e percussioni, ebbe un notevole successo alla prima esecuzione avvenuta il 28 marzo 1916 per la Società Nazionale di musica presso l’Hotel Ritz di Madrid;  tale successo assicurò, a quest’opera, tramutata in balletto con canto, un posto sicuro nel repertorio sinfonico. Non si conosce il nome del direttore di quella serata trionfale, in quanto non figura nella nota di sala, ma alcuni studiosi attribuirono la direzione dell’Orchestra Filarmonica di Madrid a Bartholomé Perez Casas, mentre altri a Enrique Fernández Arbós.
Il nucleo originario dell’opera è costituito da una canzone gitana, il cui testo fu scritto da María Lejárraga per la prima rappresentazione della commedia Lirio entre spinas (Il giglio tra le spine), di cui era coautrice insieme al marito Gregorio Martinez Sierra; la canzone, musicata da Gerónimo Giménez (1845-1923) e introdotta ad apertura della commedia, cantava le pene d’amore di una giovane gitana tradita dall’uomo di cui era innamorata e nei confronti del quale esprimeva propositi di vendetta. La commedia ebbe un notevole successo in questa versione anche se i coniugi decisero di stamparla non nella forma teatrale, ma in quella originale che non prevedeva la presenza della canzone.
Proprio in quel periodo il compositore conobbe i coniugi Martinez Sierra con i quali iniziò un’importante e produttiva collaborazione che prevedeva la composizione di musiche di scena per la rappresentazione dei loro lavori teatrali per la stagione 1914-1915 al Teatro Lara di Madrid. In questo teatro era consuetudine chiudere gli spettacoli con un brano musicale e l’impresario, in quell’anno, decise di ingaggiare la famosa ballerina di flamenco Pastora Imperio, il cui repertorio era molto disorganico, in quanto prevedeva l’esecuzione di canti e danze, accompagnati da una chitarra e da un pianoforte senza alcun legame tra di loro. Proprio per dare una certa coerenza allo spettacolo della famosa ballerina nacque il nucleo originario dell’Amor brujo, che ruotò attorno a quella canzone riscritta da María Lejárraga per l’occasione con il titolo Canción del amor dolido (Canzone delle pene d’amore). Alla canzone De Falla fece seguire la Danza del fin del día (La danza della fine del giorno) che, nella versione definitiva, sarebbe diventata la celeberrima Danza rituale del fuoco. Da questo nucleo originario, con l’aggiunta di brani nuovi, nacque la prima versione dell’Amor brujo, il cui libretto, scritto da Gregorio Martinez Sierra, narra di una gitana, innamorata e non sufficientemente corrisposta che ricorre alle sue arti magiche per intenerire il cuore dell’uomo, riuscendo nel suo intento. Protagonista della seconda versione per balletto è, invece, Candelas, che ama, corrisposta, un gitano di nome Carmelo, ma alla sua felicità si oppone lo spettro di un suo vecchio amore che la tormenta con la sua gelosia postuma. Soltanto alcuni sortilegi, grazie ai quali Candelas riuscirà ad allontanare l’attenzione dello spettro da sé per rivolgerla ad un’altra gitana di nome Lucía, permetteranno ai due giovani di liberarsi dall’incubo e, quindi, di coronare il loro sogno d’amore.
Dopo l’energico attacco orchestrale, Introduction y Escena (Introduzione e scena), in cui al pianoforte, al flauto, all’ottavino e all’oboe è affidato un motivo dal carattere ossessivo, il tremolo degli archi gravi fa da introduzione al successivo brano En la cueva (Dai gitani) che esprime le inquietudini causate dall’atmosfera notturna. In questo clima inquieto, accentuato dalla scansione delle ore ad opera dei due flauti, del pianoforte e della prima fila dei primi violini, si erge il canto della zingara di Granata, Candelas, che intona la sua Canción del amor dolido (Canzone delle pene d’amore). Il senso di terrore diventa ulteriormente più intenso nel brano successivo El aparecido (Lo spettro) con l’apparizione dello spettro la cui immagine, delineata dal tema della tromba formato da note ribattute, sparisce immediatamente con le veloci folate del pianoforte, del flauto e degli archi, lasciando, tuttavia, sopravvivere un seguito di stati d’animo angosciosi provocati dal ricordo inquietante degli amori defunti che, nella Danza del terror, si personalizzano intrecciando un ballo sinistro intorno a Candelas. La donna cerca di porre rimedio a questi incubi ricorrendo alla magia, rappresentata da un etereo motivo affidato alle trombe nel successivo brano El circolo magico (Il cerchio magico). Finalmente è Mezzanotte (Medianoche) e i rintocchi battuti dal pianoforte ricordano che è il momento opportuno per iniziare i sortilegi; la Danza rituel del fuego (Danza rituale del fuoco) per cacciare gli spiriti malvagi può così iniziare con i suoi ritmi ancestrali e quasi “barbarici”, a cui seguono i motivi orientaleggianti dell’oboe nella Escena (Scena) successiva. Nei sortilegi interviene anche il fuoco il cui potere magico è richiamato nella successiva Danza rituel del fuego fatuo (Danza rituale del fuoco fatuo) alla quale segue una pantomima i cui personaggi diventano il malinconico violoncello e il dolce oboe. La Danza del juego dell’amor (La danza della gara amorosa) costituisce un ultimo momento di inquietudine con le cupe sonorità orchestrali prima che la gioia si possa finalmente liberare in Las campanas del amanecer (Le campane del mattino). Qui le campane annunciano la fine delle tenebre e i due amanti possono scambiare il loro pegno d’amore. L’incantesimo è, finalmente, sciolto e l’amore può così trionfare.

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