Andrea Bocelli interprete di “Manon Lescaut”, “Turandot” e “Aida”

Opera in quattro atti di Luigi Illica, Marco Praga, Domenico Oliva e Ruggero Leoncavallo da “Histoire du chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut” de l’Abbé Prevost. Ana Maria Martinez (Manon Lescaut), Andrea Bocelli (Des Grieux), Javier Arrey (Lescaut), Matthew Peña(Edmondo), Miriam Battistelli (Musico), Maurizio Muraro (Geronte), German Olvera (L’oste, un sergente), Valentino Buzza (Un lampionaio), Francesco Salvadori (Il comandante), Avid Astorga (Il maestro di musica), Coro de la Generalitat Valenciana, Orquestra de la Comunitat Valenciana, Placido Domingo (direttore). Registrazione: Valencia Palau de les arts Reina Sofia, 24, 25, 28, 29 gennaio e 1, 3-05 febbraio 2014. 2 CD Sugar 478 7490   
Andrea Bocelli rappresenta un unicum difficilmente definibile: buon cantante di musica leggera con impostazione tenorile che si tenta quasi incomprensibilmente di sdoganare come tenore – anche se puramente discografico – grazie a un’attenzione mediatica senza precedenti. É all’interno di questo processo mediatico che s’inserisce la presente edizione in studio di “Manon Lescaut che però si rivela in quasi tutte le sue componenti un’occasione mancata.
A compromettere la resa complessiva è in primo luogo la modesta direzione di Placido Domingo, pur alla guida di ottimi complessi quali quelli dell’Orquestra de la Comunitat Valenciana e del Coro de la Generalitat Valenciana. Domingo fornisce una lettura senza smalto, senza emozioni, senza drammaticità; fin dai primi accordi si nota una placidità, una mancanza di autentica energia che caratterizzerà tutta l’opera anche nei momenti più concitati dove le improvvise accelerazioni dinamiche – si veda il terzetto del II atto – non diventano mai autenticamente drammatiche. Per il resto opta per tempi molto ampi e distesi che creano non pochi problemi a cantanti, spesso non in grado di reggere certe dinamiche.
La Manon di Ana Maria Martinez è in qualche modo bifronte. La voce è rilevante, solida e robusta nonostante un certo vibrato che emerge nel registro acuto ma il timbro è scuro, fondo, brunito, decisamente molto maturo specialmente nei primi due atti dove la seducente gioventù del ruolo latita alquanto; con il prosieguo dell’opera e con l’accendersi della drammaticità si trova progressivamente sempre più a suo agio raggiungendo il suo meglio in un IV atto di forte intensità interpretativa e di una drammaticità che giustamente rinuncia a facili effettismi per concentrarsi sulle ragioni della musica e del canto, sempre corretto e controllato e mai sguaiato.
Al suo fianco il Des Grieux di Bocelli è sicuramente più problematico; nonostante si tratti di una registrazione discografica – che permette di compensare i limiti di volume e proiezione –, rimangono il timbro povero, privo di fascino e una tecnica precaria che condiziona tutto il suo canto non solo nelle palesi difficoltà in acuto e nei limiti di un legato mai naturale ma soprattutto impedendogli anche solo di cercare un approfondimento interpretativo. Quando c’è qualche tentativo al riguardo, rapidamente si scivola in effetti esageratamente veristi nel senso più deteriore del termine (si ascoltino i singhiozzi al termine di “Pazzo son”). Le  cose vanno un po’ meglio nel IV atto dove il cantante sembra sciogliersi in un canto più naturale e anche meno ingessato sfruttando al meglio la chiarezza di dizione che è sicuramente la sua miglior dote. Javier Arrey è un Lescaut di buona presenza vocale ma alquanto anonimo sia come timbro sia come interprete e non lascia traccia particolare all’ascoltatore limitandosi a una prova di onesto professionismo. Buono invece il Geronte di Maurizio Muraro che dimostra quanto il ruolo guadagni a essere affidato a voci sane e fresche piuttosto che a vecchie glorie sul viale del tramonto. Mediocre e timbricamente arido il Musico di Mariam Battistelli; pessimo l’Edmondo sgraziato e ingolato di Turandot BocelliMatthew Peña e nell’insieme professionali le altre parti di fianco.
Dramma lirico in tre atti e cinque quadri su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni. Jennifer Wilson (Turandot), Andrea Bocelli (Calaf), Jessica Nuccio (Liù), Alexander Tsymbalyuk (Timur), Germán Olivera (Ping), Valentino Buzza (Pang), Pablo García Lόpez (Pong), Javier Agullό (Altoum, Il principe di Persia), Ventselav Anastasov (Il mandarino), Carmen Avivar (Ancella), Jacqueline Squarcia (Ancella), Coro de la Generalitat Valenciana, Orquestra de la Comunitat Valenciana, Zubin Mehta (direttore). : Valencia Palau de les arts Reina Sofia 2015. 2 CD Sugar 478 8293
L’anno successivo a “Manon Lescaut”  fa seguito  “Turandot” sempre centrata su Andrea Bocelli, scommessa quanto mai ardita considerando le ancor più esigenti richieste vocali di quest’opera.
Se il risultato nel suo complesso risulta decisamente migliore rispetto al titolo precedente, il merito spetta in primo luogo a Zubin Mehta e il confronto con la modesta prestazione direttoriale di Domingo non potrebbe essere più lampante. Gli stessi complessi valenciani appaiono come trasfigurati sotta la direzione di Mehta mostrando pienamente le loro possibilità. La lettura fornita dal direttore non si distanzia da quelle offerte nelle precedenti edizioni dell’opera a cominciare dalla storica – e ancora fondamentale – registrazione del 1972 con Sutherland e Pavarotti. Per Mehta “Turandot” è una grande favola orientale dai colori sgargianti, dagli improvvisi riflessi di gemme preziose fra le ombre della notte di Pechino: un trionfo di effetti timbrici e coloristici che esaltano la natura quasi klimtiana della partitura e non è casuale che proprio le parti orchestrali e corali siano i punti di forza di questa registrazione, le gemme più smaglianti di un monile dove però mancano i due elementi fondamentali.
Tutti gli splendori orchestrali di Mehta si scontrano infatti con la modestia dei due protagonisti. Jennifer Wilson è una Turandot molto vecchio stile, legata alla tradizione wagneriana delle principesse di gelo. Voce possente ma non sempre ben controllata – soprattutto nel settore acuto che appare sfodera delle poco piacevoli fissità – e personaggio limitato a una gelida esecutrice di note, dove il gelo di Turandot è quello di un tetragono blocco d’acciaio senza nessuna apertura a quell’introspezione più umana in cui cantanti di altra provenienza hanno saputo trovare accenti di gran lunga più vitali e stimolanti. Una Turandot che guarda a un modello Nilsson senza però averne la personalità e onnipotenza vocale.
Come Calaf Bocelli è palesemente oltre i suoi limiti. La voce rispetto alla Manon non è certo migliorata ma sembra ancor aver perso smalto. La dizione resta buona ma manca totalmente la capacità di quel declamato epico che così spesso deve caratterizzare Calaf: si ascolti quanto flebile appaia già nella scena iniziale con Timur e Liù o come la sua voce suoni meno squillante e sicura di quella dell’Altoum di Javier Agullό nel II atto. Gli acuti sono si presentano corretti, ma resta sempre un senso di sforzo e fatica e il settore grave spesso è fin troppo povero di armonici. Le due romanze sono meglio riuscite – appare evidente come tutta la preparazione si sia concentrata su di esse – ma Calaf non si riduce a quello e il resto naufraga impietosamente. Il resto del cast si muove su livelli decisamente più alti ma non basta ovviamente a compensare i limiti dei protagonisti.
Jessica Nuccio è una Liù liliale, dalla vocalità leggera e dal timbro quasi adolescenziale ma sorretto da un canto di grande eleganza e musicalità, arricchito di un bell’uso delle mezzevoci e sempre centrato sul versante espressivo; Alexander Tsymbalyuk presta a Timur la sua bellissima voce di autentico basso cantante, ricca di armonici e omogenea su tutta la gamma oltre che di bellissimo colore. Il trio delle maschere vede al centro il Ping di Germán Olivera, dalla pronuncia un po’ pasticciata ma dalla voce robusta e sonora affiancato da due ottimi giovani tenori come Valentino Buzza (Pang) e Pablo García Lόpez (Pong) tutti prodotti del centro di perfezionamento di Placido Domingo. Javier Agullό è un Altoum ottimamente cantato e senza inutili senilità nel canto mentre Ventseslav Anastasov è un mandarino di particolare autorevolezza e potenza vocale.
Aida BocelliOpera in quattro atti su libretto di Antonio Ghislanzoni. Kristin Lewis (Aida), Andrea Bocelli (Radames), Veronica Simeoni (Amneris), Ambrogio Maestri (Amonasro), Carlo Colombara (Ramfis), Giorgio Giuseppini (Il re), Maria Katzarava (Una sacerdotessa), Juan José de Leon (Il messaggero), Orchestra e coro del Maggio Musicale Fiorentino, Zubin Mehta (direttore). Registrazione 11-15 aprile 2015. 2 CD Sugar 483 0075   
L’ultima delle registrazioni che vedono come protagonista Andrea Bocelli segna il passaggio da Puccini a Verdi e si realizza con una nuova  “Aida”. Alla guida dei validi complessi del Maggio Musicale fiorentino troviamo un Zubin Mehta perfettamente a suo agio con un’orchestra che ha diretto per anni e praticamente forgiato al suo modo di suonare; tuttavia il direttore  opta per scelte non sempre convincenti. Fin dal preludio di una leggerezza e di una trasparenza quasi cameristiche si nota l’idea di un’”Aida” di intenso lirismo cui si contrappone nei momenti più grandiosi una monumentalità solenne e ieratica ma sempre retta da tempi ampi e distesi.
Una lettura di questo tipo richiederebbe voci capaci di sostenere l’impegno richiesto, altrettanto solenni e sontuose e purtroppo non è questo il presente caso. Kristin Lewis è un’Aida, delicata, sostanzialmente lirica e dal timbro giovanile e luminoso, il che è anche confacente con un ruolo troppo spesso virato verso una drammaticità fin eccessiva.  Qui la fragilità della voce è spesso evidente così come un registro acuto mal controllato, con note spesso fisse e sconfinanti nell’urlo e uno grave veramente  povero di armonici cui non si aggiunge quella capacità di leggere il ruolo quasi in un’ottica belcantista che ha permesso ad altre interpreti anche recenti di ottenere ottimi risultati nella parte. E se la cantante non convince in pieno, altrettanto vale per l’interprete tutta impostata su un lirismo manierato, fin troppo intimidita nel duetto con il padre, priva di seduzione in quello con Radames. Questi  è un Bocelli che sostanzialmente conferma se stesso con i pochi pregi e i molti difetti; come per Aida non è impropria l’idea di un Radames lirico e giovanile, smaltato guerriero da leggenda cortese ma per farlo servirebbe comunque una presenza vocale e una seduzione timbrica che a Bocelli mancano e se un buon lirismo si ascolta in “Celeste Aida” – a parte la salita di “un trono vicino al sol” veramente forzata – tutte le parti più eroiche o declamate – lo vedono quasi scomparire nelle masse sinfonico-vocali che lo circondano – e Mehta al riguardo non fa nulla per agevolarlo.
Di impostazione sostanzialmente lirica anche Veronica Simeoni che tratteggia un’Amneris di certo anti-convenzionale cui mancano lo scatto ferino che il ruolo richiede in certi passaggi e forse un po’ di potenza vocale ma in compenso la cantante costruisce un personaggio sicuramente interessante. La sua Amneris è decisamente più una ragazza innamorata che una furia come è giusto che sia; il timbro è chiaro ma luminoso e femminile e rende bene la giovinezza e la passionalità del personaggio, l’accento sempre vario, curato, puntuale ed eccola veramente insinuante nel duetto con Aida oppure autenticamente coinvolta in quello con Radames. Se la scena del giudizio manca un po’ di forza, gli va riconosciuta la intelligenza musicale che le evita ogni scivoloni veristi a favore di un canto sempre corretto. Un ruolo sicuramente ancora da maturare ma per cui già si scorgono interessanti elementi di sviluppo. Ambrogio Maestri è un Amonasro piuttosto convenzionale e poco controllato  vocalmente – specie il settore acuto mostra più di una traccia di sforzo – fortunatamente non eccessivamente caricato sul piano espressivo, giustamente più padre che scomposto barbaro. Ben riusciti sia vocalmente che interpretativamente il Ramfis di Carlo Colombara – autentico veterano della partee il Re di Giorgio Giuseppini entrato per altro in extremis a sostituzione dell’indisposto Ferruccio Furlanetto e perfin troppo lusso nella parte di fianco con la luminosa sacerdotessa di Maria Katzarava e lo squillante messaggero di Juan José de Leon impegnati in ruoli fin troppo piccoli per le loro belle qualità vocali.

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