Como, Teatro Sociale:”La Traviata” (cast alternativo)

Como, Teatro Sociale, Stagione Lirica 2016/17
“LA TRAVIATA”
Melodramma in tre atti. Libretto di Francesco Maria Piave.
Musica di Giuseppe Verdi
Violetta Valéry CLAUDIA PAVONE
Flora Bervoix DANIELA INNAMORATI
Annina ALESSANDRA CONTALDO
Alfredo Germont IVAN AYON RIVAS
Giorgio Germont MARCELLO ROSIELLO
Gastone GIUSEPPE DISTEFANO
Il Barone Douphol DAVIDE FERSINI
Il Marchese D’Obigny MATTEO MOLLICA
Il Dottor Grenvil SHI ZONG
Giuseppe ALESSANDRO MUNDULA
Domestico di Flora PIETRO DE FINO
Commissario  VICTOR ANDRINI
Coro OperaLombardia
Direttore Francesco Lanzillotta
Maestro del coro Diego Maccagnola
Regia Alice Rohrwacher
Scene Federica Paolini
Costumi Vera Pierantoni Giua
Movimenti coreografici Valentina Marini
Coproduzione Teatri OperaLombardia, Fondazione I Teatri di Reggio Emilia e Teatro Comunale Pavarotti di Modena
Como, 27 ottobre 2016
“Ogni donna è – o almeno per un istante è stata – precisamente questo: una bellissima bambina”. Lella Costa chiude con queste parole il suo brillante e toccante monologo “La Traviata – L’intelligenza del cuore”. È da queste parole che prende vita la Violetta Valéry della regista Alice Rohrwacher, qui alla sua prima esperienza operistica non senza strizzare l’occhio, come vedremo, al suo originario mondo cinematografico. Questa Violetta è la freschezza, l’inconsapevolezza dei gesti e del mondo in balia tanto del prossimo, incarnato in una società spietata, quanto di un incontrollabile destino. Una creatura indifesa che per sopravvivere è costretta a recitare una parte e ritagliarsi un ruolo nel mondo: quello dell’inarrivabile donna di successo, una diva perfetta e desiderabile intrappolata nel suo personaggio così carismatico e insieme fragile (anche qui è chiaro il riferimento allo spettacolo della Costa in cui, come ricordiamo, vengono proiettate pellicole che ritraggono spesso in adolescenza una serie di icone dello spettacolo tristemente legate ad amori infelici: Maria Callas, Greta Garbo, Marilyn Monroe). Da qui il taglio cinematografico della lettura registica: Violetta interpreta se stessa come in un film, nella sua epoca e nei suoi begli abiti ottocenteschi (costumi di Vera Pierantoni Giua con creazioni in esclusiva di MiuMiu), totalmente stranianti rispetto alla realtà del set cui appartengono tutti gli altri personaggi, Alfredo compreso. Quello che vediamo sul palco non è altro che un’astrazione di quel “popoloso deserto che appellano Parigi”, una terra arida che è metafora dell’esistenza e della straziante solitudine della protagonista. Il contesto creato dalla Rohrwacher diventa dunque un surreale luogo non-luogo all’insegna dell’atemporalità, in bilico tra il realismo attualissimo del nostro mondo contemporaneo e la dimensione ottocentesca appartenente invece al mondo di – in origine – Alphonsine Duplessis.
Le scene di Federica Parolini, illuminate da Roberto Tarasco, sono funzionali ed efficaci rispetto al taglio registico. In scena vediamo un paesaggio letteralmente desertico caratterizzato da dune sinuose e inospitali sulle quali si avvicendano le tipiche attrezzature da set tra ciak, cineprese, microfoni, faretti, strumenti per trucco e parrucco. Esteticamente non troppo riuscita (a livello soggettivo) ma simbolicamente significativa è l’apertura del primo quadro del secondo atto, in cui vediamo sollevarsi un’enorme zolla con radici pendenti su cui prima giaceva la scenografia della stanza di Violetta (all’interno della quale si è vista recitare durante il preludio). È il suo tentativo disperato di cancellare il proprio passato scegliendo una vita d’amore con Alfredo, lontana dalla città, cercando la salvezza. Ma, come spiega perfettamente la regista nelle note, “il suo passato non si può eliminare, incombe su di lei e le ricadrà addosso” e così – per tornare a Parigi a casa di Flora – la zolla si richiuderà inesorabilmente e su di essa poggerà il gelido e metallico letto di morte di Violetta. Tirando le somme, una regia questa che si discosta dalla tradizione con intelligenza e tanti spunti dai risvolti psicologici interessanti, nonché notevoli suggestioni visive di rara delicatezza che da sole varrebbero lo spettacolo, ma che preferiamo non svelare agli spettatori delle prossime repliche in quanto – a parere personale – pienamente godibili solo senza alcuna anticipazione. Notizie complessivamente buone anche sul fronte vocale, affidato per questa recita al secondo cast. Nel ruolo eponimo, Claudia Pavone apre il primo atto in sordina con qualche vuoto di memoria e un “Sempre libera” purtroppo non precisissimo nella coloratura, ma chiuso con una notevole puntatura al Mib potente e pulita. Dal secondo atto è tutto un crescendo a partire dal duetto con Germont in cui il soprano dimostra grande sensibilità e versatilità interpretativa da un disperato “Morrò! La mia memoria” a un delicatissimo “Dite alla giovine”, in cui filati e pianissimi molto ben controllati non sono che un assaggio di un “Addio del passato” davvero ben cantato (e fortunatamente nella sua versione integrale, troppo spesso tagliata). Alfredo è il giovanissimo peruviano Ivan Ayon Rivas, perfezionatosi sotto la guida Juan Diego Florez. La tecnica è salda e assai potente lo squillo. Acerbo nel fraseggio e non ancora del tutto disinvolto sul fronte attoriale, il tenore ha comunque portato a casa un’ottima performance con l’entusiasmo del pubblico (applausi a scena aperta al termine di un’accorata “O mio rimorso, o infamia”). Sicuramente più convincente scenicamente che vocalmente, Marcello Rosiello è un Germont autoritario e viscido al punto giusto (chiare le indicazioni registiche nello sfiorare maliziosamente Violetta durante il duetto). Il timbro non è tra i più entusiasmanti e nemmeno l’appoggio nel registro acuto, ma c’è parecchia cura nel fraseggio e grande partecipazione drammatica. Peccato per l’abuso di sottovoce nelle sue arie (su tutte “Di Provenza il mar, il suol”) che invece di andare a valorizzarle dal punto di vista interpretativo risultano soltanto una ripetuta forzatura. Brava la Flora di Daniela Innamorati, molto disinvolta in scena tra sguardi ammiccanti e risate contagiose, nonché sempre precisa nei suoi interventi. Corretti tutti gli altri comprimari: Alessandra Contaldo (Annina), Giuseppe Distefano (Gastone), Davide Fersini (Barone Duphol), Matteo Mollica (Marchese d’Obigny), Shi Zong (Dottor Grenvil), Alessandro Mundula (Giuseppe), Pietro De Fino (Domestico di Flora), Victor Andrini (Commissario). Ottimo il Coro OperaLombardia diretto da Diego Maccagnola e davvero espressivo nel prestarsi – come fosse un’unica entità – alle indicazioni registiche e ai movimenti coreografici di Valentina Marini. La direzione di Francesco Lanzillotta valorizza le pagine più concitate dell’opera con grande sicurezza e orecchio attento al bilanciamento tra palco e golfo mistico con sapiente gestione soprattutto del concertato che chiude il secondo atto. Lo stesso impeto andrebbe forse moderato leggermente nelle pagine più liriche, anche nella scelta dei tempi, ma la resa complessiva è più che soddisfacente. Al calare del sipario grande successo per un allestimento che, pur non restando nel solco della tradizione, ha saputo emozionare anche il non giovanissimo pubblico della pomeridiana.
Si replica a Cremona (Teatro Ponchielli, 8 e 10 dicembre), Brescia (Teatro Grande, 16 e 18 dicembre) e Pavia (Teatro Fraschini, 19 e 20 gennaio).

 

 

 

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