La fiamma e il cristallo. “And it burns burns burns” di Simona Bertozzi a Modena

Modena, Teatro delle Passioni. Quadro finale del Prometeo
Ideazione e Coreografia Simona Bertozzi
Musica Francesco Giomi
Interpreti Anna Bottazzi, Arianna Ganassi, Giulio Petrucci, Aristide Rontini, Stefania Tansini
Luci Simone Fini
Costumi Cristiana Suriani
Produzione Nexus 2016
Modena, 24 novembre 2014

Ancora una volta alle prese con un progetto pluriennale (dopo quello che, tra il 2009 e 2012, l’ha vista ispirarsi alle riflessioni di Roger Callois sul gioco) e con una coreografia destinata a un gruppo di interpreti (come era già avvenuto in Animali senza favola del 2014), Simona Bertozzi conclude il suo polittico coreografico ispirato a Prometeo con And it burns, burns, burns, andato in scena in prima assoluta alla Fonderia 39 di Reggio Emilia il 18 novembre e poi ripreso al Teatro delle Passioni di Modena dal 24 al 26.
Preceduto da ben sei quadri indipendenti ma correlati per suggestioni, soluzioni coreografiche, scelta di interpreti e collaboratori, And it burns, burns, burns si pone come momento conclusivo di una densa riflessione che, tra il 2015 e il 2016, ha visto Simona Bertozzi avvicinarsi al mito di Prometeo per indagare le questioni relative alla trasmissione del sapere e alla sua possibilità di esistenza, applicazione e persistenza attraverso spazi, corpi, tempi diversi.
Se, sembra chiedersi la coreografa, “ogni arte umana viene da Prometeo” (così, almeno, si legge nel Prometeo Incatenato), qual è la natura e la dinamica di questo passaggio? Qual è il dono che Prometeo ha fatto agli uomini e in che modo esso riesce a vivere fra noi?
In quest’ultimo quadro, il dono di Prometeo consiste forse nella possibilità di dare origine a una “pratica”, a un’azione, cioè, che si rigenera nell’atto stesso di essere compiuta e che si nutre dell’interazione inesauribile di quanti vi si ritrovano coinvolti.
Sottoposta a una dinamica di gemmazione inesausta, la danza procede per stratificazioni dinamiche successive, per sequenze, posture, architetture di corpi che, sempre sul punto di  agglomerarsi in una “forma” ben definita, finiscono poi per sciogliersi, infrangersi, entrare in uno stato di sospensione carico sì del ricordo di quanto appena accaduto, ma pronto, d’altro canto, a tradursi in una nuova, imprevedibile situazione. Quel saper fare che consente al danzatore di controllare il proprio corpo e di spingerlo verso la cristallizzazione della forma (vale a dire la tecnica) si dimostra allora fragile e inquieto, incapace di giungere alla perfezione assoluta eppur bisognoso, dopo ogni frattura, di ricominciare a tendere tenacemente verso di essa.
Questo articolato meccanismo di reiterazione e gemmazione rappresenta l’ossatura di And it burns, burns, burns, tutto costruito sull’avvicendarsi di situazioni destinate a rimanere “aperte” (come aperto, d’altronde, è lo spazio scenico totalmente spoglio e rischiarato con aerea levità dalle luci di Simone Fini) e ad accogliere lo scambio di informazioni e saperi dinamici fra corpi quanto mai diversi per età, struttura fisica e qualità dell’azione.
Accanto a un eterogeneo terzetto di interpreti adulti (gli intensi Aristide Rontini, Stefania Tansini e Giulio Petrucci), trovano posto le adolescenti Anna Bottazzi e Arianna Ganassi, la cui somiglianza è esaltata dalla scelta di un identico abbigliamento (un completo canotta e pantaloncino dal gusto vagamente ginnico) e dall’ipnotismo di una danza eseguita quasi sempre all’unisono. L’uno accanto all’altro, gli interpreti si lanciano generosi nella creazione di figure complesse e polimorfe, nelle quali la costruzione dell’agire individuale (con la ricerca di percorsi, sequenze e atteggiamenti diversi per ognuno) si alterna al magmatico avvilupparsi del gruppo, e la concentrazione dello sforzo esatto si affianca allo scarico d’energia nell’esplodere della forma. Il tutto senza inizio né fine, ma in un’alternanza tenace che sembra non volersi esaurire più.
“È una fiamma che non si estingue”, dichiara Simona Bertozzi nelle note di sala. Una fiamma che, forse, si compendia nei sobbalzi finali di Aristide Rontini quando, disteso al suolo, non smette di guizzare, caparbio, fino allo spegnersi delle luci. (foto Luca Del Pia)

 

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