Milano, Teatro alla Scala: “Madama Butterfly”

Milano, Teatro Alla Scala, Stagione Lirica 2016/17
“MADAMA BUTTERFLY”
Tragedia giapponese in due atti. Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
Versione originale del Teatro Alla Scala del 17 febbraio 1904
Musica di Giacomo Puccini
Madama Butterfly (Cio-Cio-San) MARIA JOSÉ SIRI
Suzuki ANNALISA STROPPA
Kate Pinkerton 
NICOLE BRANDOLINO
F.B. Pinkerton 
BRYAN HYMEL
Sharpless 
CARLOS ÁLVAREZ
Goro CARLO BOSI
Il principe Yamadori COSTANTINO FINUCCI
Lo zio Bonzo ABRAMO ROSALEN
Yakusidé 
LEONARDO GALEAZZI
Il Commissario imperiale 
GABRIELE SAGONA
L’Ufficiale del registro ROMANO DAL ZOVO
La madre di Cio-Cio-San MARZIA A CESTILE
La zia MARIA MISSI DI COLLEGUE
La cugina ROBERTA SALVIATO
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Riccardo Chailly
Maestro del coro Bruno Casoni
Regia Alvis Hermanis
Scene Alvis Hermanis e Leila Fteita
Costumi Kristine Jurjane
Luci Gleb Filshtinsky
Video Ineta Sipunova
Coreografia Alla Sigalova
Drammaturgia Olivier Lexa
Nuova produzione Teatro alla Scala
Milano, 13 dicembre 2016
Tempo di seconde chances. Quella prima edizione di Madama Butterfly che nel 1904 debuttò alla Scala riportando – tra le lacrime del compositore – il fiasco più totale delle cui ragioni ancora si dibatte, torna in trionfo sulle tavole del Piermarini oltre un secolo dopo prendendosi la sua meritata rivincita. Decidere definitivamente se sia lecito o meno portare in scena una “versione superata” del titolo lo lasciamo ai tipici dibattiti infiammati da melomani. Per chi scrive si tratta di un’interessantissima occasione di approfondimento dell’opera di Puccini, guidato nientedimeno che dall’esperta bacchetta di Riccardo Chailly – tra le più brillanti di oggi in ambito pucciniano – proseguendo il ricco percorso di revisione critica dedicato al lucchese, in continuità con le sue recenti proposte scaligere: la Turandot con Finale Berio e la prima versione de La Fanciulla del West antecedente ai rimaneggiamenti di Toscanini in occasione della prima assoluta al MET nel 1910. Basandosi sul meticoloso lavoro di ricostruzione di questa versione Milano 1904 affidata da Ricordi a Julian Smith, Chailly guida un’Orchestra del Teatro Alla Scala in forma smagliante nella riscoperta di un Puccini estremamente moderno, schiettamente novecentesco, coraggioso, ben più che nell’ultima Butterfly “addomesticata” che dal 1906 siamo soliti ascoltare.
Una versione non semplice (forse per questioni d’abitudine?) con un’impegnativa suddivisione in due atti, di cui il secondo consistente in un lungo ma inarrestabile incedere verso il tragico epilogo, un’ora e mezza filata di musica plasmata da Chailly con tutti i colori e la potenza che si potessero spremere dalla partitura. Fraseggio curatissimo e una frequente dilatazione dei tempi contribuiscono inoltre a dare enfasi ad ogni singolo verso e una luce nuova e profonda sull’interiorità di Butterfly, focus importante di questa versione accanto all’indagine più dettagliata sugli usi e costumi giapponesi. Nello specifico, vengono riaperti numerosi tagli introdotti successivamente: alcuni piccoli interventi nel primo atto, la reintroduzione delle battute ‘colonialiste’ di un ancor più odioso Pinkerton così ostile e cinico nei confronti della cultura orientale, la reintroduzione del siparietto buffo che vede avventarsi lo zio ubriacone Yakusidé sul buffet, che permette di gonfiare esponenzialmente la tensione drammatica della seguente apparizione del maledicente Zio Bonzo. Nel secondo atto, in sostanza, perdiamo la romanza “Addio fiorito asil”, troviamo un ruolo di maggior spessore in Kate Pinkerton in un interessante confronto diretto con Butterfly e assistiamo a un particolarissimo finale volto quasi più a dare enfasi alla solennità e alla ritualità del suicidio della geisha piuttosto che sull’estrema sintesi viscerale del “Tu, tu, piccolo Iddio” che tutti abbiamo nell’orecchio.
Chailly chiude il cerchio di questo trionfo musicale con la scelta di un cast di livello, su cui spicca la prova della protagonista Maria José Siri al suo debutto nel ruolo. Le grandi doti d’interprete del soprano uruguayano sono efficacissime nello scavare nella controversa psicologia di Cio-Cio-San, accompagnandone l’evoluzione nel corso dell’opera con sentita empatia e introspezione. Nulla da dire nemmeno sul piano vocale: l’emissione è omogenea su tutto il registro, buono il volume e curatissimo il fraseggio. Già con “Un bel dì vedremo” ne abbiamo un saggio, ma il culmine di una prova sempre in crescendo giunge nel finale, in cui Siri sa commuovere ed emozionare nel solenne rito del suicidio nel connubio perfetto tra espressività gestuale e musicale. Decisamente meno a fuoco il Pinkerton di Bryan Hymel. Il mezzo vocale è ragguardevole, con suoni molto ben proiettati e sempre squillanti, ma in sostanza ci fermiamo qui. Il gran limite è strettamente espressivo, a partire da un fraseggio piuttosto grossolano che unito a una dizione perfettibile e un’intenzione scenica piuttosto acerba non permette al tenore americano di dare il giusto spessore psicologico a un personaggio odioso e monocorde solo in apparenza, i cui moti interiori tra lo slancio affettivo del primo atto e l’ipocrita colpevolezza del secondo meriterebbero un’indagine ulteriore.
Come sempre elegante Carlos Alvarez, qui nel ruolo di Sharpless. La bella voce dal colore brunito è sorretta da tecnica solida e impreziosita dal gran gusto nel porgere ogni frase, con culmini di estrema espressività nei duetti con Cio-Cio-San. Rivelazione della serata è la Suzuki di Annalisa Stroppa, la cui performance possiamo senza troppi dubbi dire che si avvicini alla perfezione. Interessante che il suo ruolo si risollevi da semplice serva a vero e proprio alter ego della protagonista: la cura che il mezzosoprano bresciano impiega nel tradurre in gesti e sfumature della voce i moti interiori della protagonista che trovano reale espressione in lei è assolutamente sconvolgente ed efficace. In questa versione 1904 anche Kate Pinkerton, come si diceva, guadagna più spazio assumendo un ruolo più significativo e Nicole Brandolino interpreta splendidamente questa scena inedita con interventi precisi e ottimo physique du rôle. Eccellente il Goro di Carlo Bosi, il cui squillo tenorile e la disinvoltura nel canto di conversazione sono gli ingredienti perfetti per una performance memorabile nonostante il piccolo ruolo. Bene anche il comprimariato e i puntuali interventi del Coro.
A incorniciare un Puccini così ben cantato e diretto è l’allestimento di Alvis Hermanis che firma regia e scene affiancato da Leila Fteita. Ciò che a primo impatto colpisce di questa messinscena sono l’estrema eleganza e cura estetica di ogni dettaglio: l’impianto scenico della “casa a soffietto” distribuita su tre dislivelli con pannelli semoventi in carta di riso, le videoproiezioni di Ineta Sipunova che rievocano stampe giapponesi tradizionali, le coreografie di Alla Sigalova affidate alle geishe che danzano leggiadre come per trasformarsi da crisalide a farfalla, i delicatissimi costumi di Kristine Jurjane. Domina l’essenza del minimalismo giapponese, con linee semplici e colori pastello, il tutto valorizzato dalle luci morbide e gentili di Gleb Filshtinsky. Da un lato prettamente registico, è evidente come si sia fatto un grande lavoro sulla mimica degli artisti, in rievocazione del Kabuki, teatro tradizionale giapponese, il cui principio fondamentale è offrire una retorica fisica e gestuale che evidenzi il senso del testo, arricchendo il ritmo dell’azione totale. Punto debole dell’allestimento è una certa ripetitività, monotonia, perfettamente in linea con la ritualità nipponica (al suo culmine nella suggestiva scena finale), ma che alla lunga rischia di stancare fermandosi al puro esercizio di stile piuttosto che ad un vero e proprio tentativo di scavo profondo nei numerosi risvolti introspettivi del dramma. Al termine applausi per tutti con meritate ovazioni per il Maestro Chailly, Siri e Stroppa.

 

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