Opera di Firenze: “La Bohème”

Opera di Firenze – Stagione d’opera 2016/17
“LA BOHÈME”
Scene liriche in quattro quadri su libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, dal romanzo “Scènes de la vie de bohème” di Henri Murger.
Musica di Giacomo Puccini
Mimì JESSICA NUCCIO
Rodolfo FABIO SARTORI
Musetta ALESSANDRA MARIANELLI
Marcello SIMONE PIAZZOLA
Schaunard FABIO PREVIATI
Colline GIANLUCA BURATTO
Benoît / Alcindoro SALVATORE SALVAGGIO
Parpignol CARLO MESSERI
Sergente dei doganieri VITO LUCIANO ROBERTI
Un doganiere ANTONIO CORBISIERO
Venditore ambulante LEONARDO SGROI
Orchestra e Coro di voci bianche del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Lorenzo Mariani
Scene e costumi William Orlandi
Luci Christian Pinaud
Allestimento del Teatro Comunale di Bologna
Firenze, 27 novembre 2016

Ultimata nel dicembre del 1895, dopo che il maestro accantonò il progetto di mettere in musica “La lupa” di Verga, “La Bohème” segna una svolta nell’opera pucciniana, ricca com’è di soluzioni volte a prendere le distanze dalla “giovane scuola” verista e dalla scansione in forme chiuse, verso un tessuto organico e coerente, dove l’uso delle reminiscenze compenetra passato e presente, scelte e rimorsi, giovinezza e dolore. Celebrata più volte a Firenze con memorabili allestimenti, il successo della nuova riproposizione con le scene di William Orlandi e la regia di Lorenzo Mariani non era affatto scontato e, nonostante gli apprezzamenti del pubblico, la ripresa ne ha evidenziato pregi e difetti. L’idea di base, senz’altro interessante, è quella di un impianto che bilancia l’introduzione di strutture moderne col rispetto per l’ambientazione tradizionale, ma i pochi elementi sono così distanti dal loro significato autentico da stemperarne di parecchio la riuscita. Ne è un esempio l’immensa “tela dipinta” del primo quadro, che dà più l’impressione di condurci in una sala del Louvre rispetto all’interno di una bigia soffitta di squattrinati artisti parigini, così come le lucine alla “Moulin Rouge” del Café Momus. La carenza dei cambi scenici viene curiosamente compensata dall’imponente impalcatura rotante in cui si materializza la barriera d’Enfer, che rende poliedrico lo spazio dell’azione. Eppure il tempo, scandito dal discendere di differenti elementi naturalistici, non scorre come dovrebbe. I palloncini del secondo quadro, ad esempio, traslano impropriamente la vigilia di Natale al periodo del carnevale, mentre l’intensa nevicata del terzo quadro è il solo vero momento in cui la produzione centra il rigido inverno che caratterizza e determina la drammaturgia dell’opera. La discesa dei petali posta ad annunciare l’arrivo della “stagion dei fiori” è, poi, l’unico dettaglio che rompe la concezione unitaria degli ultimi due quadri, dove neanche le fisse luci di Christian Pinaud si dimostrano d’aiuto. Accanto ad una regia convenzionale e banalizzata da continue ricadute nel caricaturale, è soprattutto la cura dei costumi, messi a punto con pastosi colori e pesanti coltroni, a coronare l’impatto visivo della messa in scena, sicuramente di tutto rispetto.
All’interno di un cast coeso e dal buon livello generale, Jessica Nuccio è stata una Mimì angelica, dolce e ben cantata, capace di un fraseggio affascinante e d’intessere morbidi filati. Il giovane soprano, che di natura è un lirico-leggero dal volume incisivo ma non iperbolico, risolve la parte improntando il canto su dinamiche cangianti dal piano al forte (di rilievo i sottili crescendo sui la della prima aria) e sulla facilità del registro acuto, perlopiù non inficiato dai bagliori metallici con cui vibrano alcune note di media altezza. Di tanto in tanto, quando la scrittura perde di linearità, l’esecuzione omette qualche abbellimento ed origina suoni più fissi, ma il sostegno dei fiati è sempre gestito con arte e la sintesi interpretativa viene meno soltanto quando la voce è costretta ad orbitare sulle passionali frasi centrali, dove un timbro più prettamente lirico avrebbe trasmesso maggiore trasporto. Non mancava certo di volume lo stentoreo Rodolfo di Fabio Sartori, il cui taglio lirico si apre progressivamente verso intenzioni dinamiche più accentuate, a fronte di movimenti scenici piuttosto impacciati e di un fraseggio ordinario. Come prevedibile, però, i tentativi di conciliare la potenza della proiezione con i legati della partitura, fondamentali nel caso di Rodolfo, hanno dato luogo a qualche stacco di troppo nei fiati ed a passaggi discendenti poco curati, attenuando la poesia di alcuni momenti lirici. Nonostante la maggiore opacità del registro grave, il corposo timbro del centro lo renderebbe sicuramente adatto al canto elegiaco. Peccato, quindi, che la voce non sia sempre ferma e che l’area acuta evidenzi una certa tensione, soprattutto sui numerosi si, eseguiti con frequenti inflessioni gutturali. Dopo la mancata partecipazione alla stagione estiva, Simone Piazzola torna all’Opera di Firenze con la presenza scenica e l’elegante fraseggio a cui si era abituati. Nel ruolo di Marcello, la voce si lascia principalmente apprezzare per i colori agli estremi della parte, producendo acuti morbidi fino al fa# e note gravi nitide, sebbene questa volta si rilevi un netto indebolimento del registro centrale. Difficile era anche non riconfermare la Musetta di Alessandra Marianelli, soprano dal fraseggio capriccioso e dal timbro fresco. Le sue doti seduttive hanno dischiuso ritmi puntati spumeggianti ed acuti precisi (d’impatto lo smorzamento sul si naturale con cui conclude l’aria), all’interno di una proiezione non esuberante ma condotta con controllo. Per di più, contrariamente a quanto si sarebbe potuto affermare dopo l’esordio al Café Momus, l’iniziale e meno appariscente canto su tessitura più grave ha trovato maggiore rotondità nel dramma dell’ultimo quadro, aumentando lo spessore della sua interpretazione. Al fianco dei due migliori amici, Gianluca Buratto ha tratteggiato un Colline gioviale e risonante, non esente da qualche difetto nell’emissione, ma capace di una sentita “Vecchia zimarra”, mentre Fabio Previati era uno Schaunard dal portamento distinto, malgrado il suo timbro opaco non si addicesse molto all’estro del giovane musicista. Una nota di merito va, poi, alla fitta tela dei personaggi secondari, a partire dai severi interventi del doganiere di Antonio Corbisiero e del suo superiore, il sergente di Vito Luciano Roberti, fino al limpido Parpignol di Carlo Messeri ed al corretto venditore di Leonardo Sgroi. Salvatore Salvaggio è, invece, caduto in qualche cliché macchiettistico di troppo, ma ha tutto sommato dato vita ad un Benoît credibilmente raggirabile, prima di figurare un insofferente Alcindoro. A differenza della sicura prova dei coristi guidati da Lorenzo Fratini, contornata dal timido intervento delle voci bianche, Francesco Ivan Ciampa ha offerto una direzione piuttosto discontinua, perlopiù vincolata entro sonorità stazionarie e ritmi sbrigativi, che gli sono valsi poca sintonia col palco. L’aridità di colori ha parzialmente sprecato i rimandi polivalenti e le cellule motiviche con cui la musica caratterizza i personaggi della vicenda, originando scene d’insieme prevaricanti e dove la sofisticata preparazione dei climax ascendenti è spesso sfumata in un dispersivo amalgama dell’insieme. Frutto di una carriera in continua crescita, la sua bacchetta è stata più fruibile nell’intimista analisi del Leitmotiv ed al momento di quella sottile tinta sonora con cui i gradi congiunti di flauti ed arpa in staccato, su pedale finissimo di archi, hanno simulato la caduta dei fiocchi di neve.

 

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