Roma, Teatro dell’Opera: “Rigoletto”

Teatro dell’Opera di Roma  – Stagione Lirica 2016/2017
“RIGOLETTO”
Melodramma in tre atti  su libretto di Francesco Maria Piave dal dramma Le Roi s’amuse di Victor Hugo
Musica di Giuseppe Verdi
il Duca di Mantova PIERO PRETTI
Rigoletto  LUCA SALSI
Gilda  LISETTE OROPESA
Sparafucile DARIO RUSSO
Maddalena ERIKA BERETTI*
Giovanna  REUT VENTORERO*
Il Conte di Monterone  FABRIZIO BEGGI
Marullo TIMOFEI BARANOV*
Matteo Borsa ALEANDRO MARIANI*
Il Conte di Ceprano LEO PAUL CHARIOT
La Contessa di Ceprano SARA ROCCHI*
Usciere di Corte FABIO TINALLI
Paggio della Duchessa CLAUDIA FARNETI
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Michele Gamba
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Regia  Leo Muscato
Scene Federica Parolini
Costumi Silvia Aymonino
Luci Alessandro Verazzi riprese da Agostino Angelini
* dal progetto “Fabbrica” – Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma
Allestimento del Teatro dell’Opera di Roma
Roma, 07 dicembre 2016
Ripresa di uno spettacolo prodotto dal teatro lo scorso anno questo Rigoletto andato in scena al Teatro dell’Opera di Roma per la direzione di Michele Gamba e la regia di Leo Muscato. Premesso che non abbiamo visto l’allestimento precedente, l’impressione che se ne trae è quella di una grande confusione con scarsa chiarezza di intenti a vari livelli, una serie di idee alcune delle quali anche interessanti ma che non riescono a prendere una forma unitaria e restano episodi slegati. Il regista ambienta l’opera in una generica età contemporanea in cui si fuma, la corte diviene una sorta di festa privata di una specie di società corrotta stile anni venti dove i cortigiani indossano il frac e dove albergano vizio, corruzione e soprattutto cattivo gusto, il Duca di Mantova indossa improbabili mantello e corona imperiale e nel terzo atto una divisa militare stile dittatore dell’altro secolo, Rigoletto è vestito da buffone formato esportazione per i paesi del terzo mondo nel primo atto e poi da portiere d’albergo, Gilda con un vestitino bianco che la fa sembrare tanto Olivia di Braccio di Ferro e Maddalena e Sparafucile con due costumi francamente solo brutti e che in nessun caso aiutano nella caratterizzazione dei rispettivi personaggi. Buona l’idea dei sipari mobili per la definizione dei vari ambienti contemporaneamente presenti in scena in cui predomina tuttavia un po’ troppo il buio. La narrazione della vicenda che per fortuna possiede una sua nota ed autonoma vitalità teatrale non viene ostacolata o distorta anche se è difficile scorgervi un qualche indirizzo interpretativo di rilievo, pur restando all’interno dell’ortodossia del testo. Incomprensibile la scelta per esempio di mostrare la finta gobba di Rigoletto che alla fine della prima parte del primo atto resta a torace scoperto. E’ vero che il secolo scorso è stato il secolo delle immagini e che in nome di questo sembra che tutto debba essere mostrato, l’architettura ci ha fatto vedere pilastri, tubi, bulloni e cemento armato in quantità creando opere che il gusto delle generazioni precedenti forse sbagliando avrebbe giudicato come incompiute, gli scenografi si sono compiaciuti di proporre gli apparati tecnici e le macchine del palcoscenico in veste espressiva e via dicendo con riuscite alterne, però questo è parso un dettaglio d’effetto ma al quale non siamo riusciti ad attribuire un senso espressivo. Analogo discorso per la parte musicale. Il direttore Michele Gamba ha fatto eseguire al baritono protagonista la parte nella cosiddetta versione filologica senza i “brutti” acuti della tradizione lasciandone inspiegabilmente alcuni al soprano ed al tenore senza intraprendere una scelta coerente ed univoca a tale proposito quale che fosse e non perché disponesse di un baritono “corto”. Inoltre ha diretto l’orchestra con sostanziale povertà di colori, un ritmo perennemente concitato, un volume tale da coprire completamente i cantanti in diversi momenti e qualche problema di collegamento tra buca e palcoscenico tali da fargli avere alla fine qualche fischio di dissenso forse eccessivamente severo ma legato alla chiara percezione che qualcosa non fosse ancora ben a fuoco in questa lettura del Rigoletto. Discreta la prova del coro. Nella parte del protagonista il baritono Luca Salsi anche lui ha dato l’impressione di un qualche cosa di non completamente risolto nell’interpretazione e tale da fargli riscuotere un discreto successo personale ma probabilmente non il trionfo che la voce ampia e bella sia pure meno sonora nel grave e la sua lunga militanza verdiana avrebbero meritato. Ciò che ha lasciato perplessi, tralasciando qualche ininfluente momento di difficoltà nel duetto con il soprano del I atto, è stata intanto la scelta di eseguire la parte come è scritta cantandola anche in alcuni momenti molto bene ma sempre in modo esteriore, come se si fosse alla ricerca di tanti effetti piuttosto che di una ragione musicale o teatrale profonda ed unitaria, senza un chiaro sviluppo del personaggio del quale ne è stato sottolineato solo l’aspetto intimo  e dolente. La recitazione infine molto prevedibile e convenzionale suggerita dalla regia, certamente non lo ha aiutato nel trovare una chiave di lettura espressiva tale da compensare la mancanza dei  fuochi d’artificio vocali di tradizione. In crescendo durante la serata  sia pure in modo discontinuo il Duca di Piero Pretti, dopo un primo atto arruffato nella pronuncia e frettoloso, ha regalato al pubblico un’aria del secondo atto e una “donna è mobile” di tutto rispetto, sfoggiando voce sicura e interessanti intenzioni musicali. Buona e di solida tenuta la Gilda di Lisette Oropesa che affida la riuscita interpretazione del suo personaggio alla ottima aderenza alla linea musicale, grazie ad un bel fraseggio sempre sorvegliato e vario, a dispetto di qualche asprezza negli estremi acuti. Nei panni di Sparafucile il basso Dario Russo ha cantato la parte con bel timbro, ottima dizione e forse qualche apertura di suono di troppo ma è apparso penalizzato nella raffigurazione del personaggio dal costume e dalla recitazione impostagli. Il passaggio dal mondo del mito e degli eroi alla dimensione piccolo borghese è sempre ricco di insidie e non sempre alla fine conduce a risultati convincenti. Corretta la Maddalena di Erika Beretti anche lei penalizzata da un brutto costume come già detto e totalmente coperta insieme a Sparafucile dall’incongruo volume dell’orchestra nel finale del terzetto. Ottimo il Conte di Monterone di Fabrizio Beggi per ampiezza e omogeneità della voce e autorevolezza interpretativa. Musicalmente corretti  e funzionali ma senza particolare lustro vocale gli interpreti dei ruoli minori. Deprecabile infine l’idea di eseguire l’opera senza intervallo tra secondo  e terzo atto seguendo una moda che va diffondendosi sempre di più ma per ragioni probabilmente estranee all’ascolto della musica. Alla fine applausi per tutti, il Rigoletto comunque sia lo si ascolta sempre volentieri.

 

 

 

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