Filippo Mineccia interpreta Attilio Ariosti e Niccolò Jommelli

Attilio Ariosti – London – arias for alto. “Sorga pur l’oppressa Roma” (Vespasiano); “Bella mia, lascia ch’io vada” (I gloriosi presagi di Scipione l’Africano); “Perdonate, o cari amori” (Caio Marzio Coriolano); “Premerà soglio di morte” (Vespasiano); Ouverture e Presto (Caio Marzio Coriolano); “Rinasce amor” (Aquilio Consolo); “Spirate,o iniqui marmi…Voi d’un figlio” (Caio Marzio Coriolano); “Venga pur quel sì terribile” (Tito Manlio); Sinfonia (La profezia d’Eliseo nell’assedio di Samaria); “Col nemico di mia pace” (Tito Manlio); “Benchè l’ultimo al tormento” (La madre de’ Maccabei), “Aure care” (Tito Manlio); “Quando il mondo fabbricò” (La madre de’ Maccabei); “Lo spero che in quei guardi” (Caio Marzio Coriolano). Filippo Mineccia (controtenore); Ensemble Odyssee, Andrea Friggi (direttore). Registrazione: Diemen, Schuilkerk De Hoop, Olanda, gennaio 2015. T.Time: 74.49. 1 CD Glossa, GCD923506  -2016

Il bolognese Attilio Ariosti (1666 – 1729) è una figura emblematica del mondo cosmopolita ed enciclopedico dell’ultima età barocca all’alba dell’illuminismo nascente. Figlio di una famiglia della buona borghesia cittadina, iniziato in gioventù agli studi religiosi, poi diplomatico e musicista nel senso più ampio del termine, fu organista, virtuoso della viola da gamba, cantante, compositore orchestrale e operistico attraverso le corti di mezza Europa: prima a Mantova, poi dal 1697 al 1711 a Berlino come protegé dell’Elettrice Sofia Carlotta di Brunswick-Lüneburg, quindi a Vienna fino al 1716 quando la sua carriera di diplomatico – era stato nominato Agente generale per l’imperatore in Italia – s’interruppe a seguito dell’espulsione dallo Stato Pontificio e infine a Londra dove avrebbe gareggiato con Händel e Bononcini nelle stagioni della Royal Academy of Music.
A tanta gloria in vita – alcune sue opere furono fra i maggiori trionfi della scena londinese del tempo e in esse si esibirono divi assoluti come la Cuzzoni e il Senesino – è seguito un oblio praticamente totale fatta salva qualche estemporanea ripresa di brani strumentali dovuta anche a una conservazione quanto mai precaria delle sue composizioni operistiche di cui spesso si hanno solamente lacerti conservati all’interno di raccolte o antologie.
Va quindi accolta con il meritato interesse questa iniziativa della Glossamusic di registrare una selezione di arie tratte dalle opere londinesi di Ariosti in occasione del trecentocinquantesimo anniversario della nascita del compositore affidandone l’esecuzione al giovane controtenore italiano Filippo Mineccia accompagnato dall’Ensemble Odyssee diretto da Andrea Friggi. Proprio dalla parte orchestrale arrivano alcuni degli elementi più stimolanti della registrazione. L’ottima esecuzione proposta, stilisticamente attendibile, di grande brillantezza sonora ma anche di una precisione e di una pulizia ammirevoli, permette di apprezzare la ricchezza e l’originalità della scrittura del bolognese in cui se, da un lato, è palese l’influenza di Händel, dall’altro si segnala per espliciti tratti di originalità; inoltre se il virtuoso degli strumenti a corda si palesa nell’uso concertante della tiorba in “Bella mia, lascia ch’io vada”, non possono non attirare l’attenzione l’uso degli ottoni a creare suggestioni spaziali nella sinfonia per “La profezia di Eliseo nell’assedio di Samaria” o il raddoppio del basso continuo nel recitativo introduttivo di “Spirate, iniqui marmi” soluzione che sarà poi ripresa da Rameau del “Dardanus”. Con questo recitativo comincia una scena di grande complessità in cui si palesano pianamente le doti compositive e drammaturgiche di Ariosti che costruisce una sequenza di grande effetto ed estremamente moderna nel suo sviluppo soprattutto nel grande recitativo introduttivo che supera le normali strutture della forma sia per l’orchestrazione particolarmente ricca sia per il continuo cambiare dei registri fra il recitativo vero e proprio e l’arioso che trova come unici confronti certe soluzioni vivaldiane come la scena della follia nell’”Orlando furioso” solo che qui questa scena introduce un’aria altrettanto complessa nei violenti e improvvisi scarti emotivi fra le due sezioni lente e la rapinosa esplosione virtuosistica di quella centrale.
Filippo Mineccia ha una voce piacevole, morbida e musicale, con un sottofondo di calda brunitura non privo di piacevolezza che si esalta soprattutto nei brani più lirici e distesi o in quelli dal taglio più vicino al gusto galante come “Aure care” dal “Tito Manlio”. Di contro la voce fresca ma un po’ giovanile sembra richiedere ancora un po’ di maturazione e un’acquisizione di maggior potenza ed elasticità per risolvere pienamente gli ampi scarti di tessitura o i più impervi passaggi di coloratura che, pur risolti, lasciano il sentore di una pur necessaria prudenza.
Resta comunque la scoperta di un autore interessante e ci si augura che possano sorgere altre iniziative in tal senso.
 The Jommelli Album – “Fra il mar turbato” (Bajazete); “Se mai senti spirarti sul volto” (La clemenza di Tito); “Come a vista”(La Passione di Nostro Signore Gesù Cristo); “Pastor son io” (Cantata per la Natività della Beatissima Vergine); Sinfonia; “O vos omnes” (Lamentazione per il Mercoledì Santo); “Ritornerà fra voi” (La Passione di Nostro Signore Gesù Cristo); “Parto, ma la speranza” (La schiava liberata); “Salda rupe” (Pelope). Filippo Mineccia (controtenore); Ensemble “Nereydas, Javier Ulises Illán (direttore). Registrazione: Madrid, Teatro Real e Escuela Municipal de Musica, dicembre & Maggio 2014. T.Time: 61.01 1 CD Pan Classics PC 10352 2016
Ritroviamo Filippo Mineccia protagonista di questo secondo CD dedicato questa volta al campano Niccolò Jommelli (1714 – 1774), figura di primissimo piano sulla scena musicale europea intorno alla metà del XVIII secolo e forse il maggior operista nel periodo compreso fra la morte di Haendel e l’emergere dell’astro di Gluck.
Il programma attraversa l’intera produzione di Jommelli alternando alla più celebre produzione operistica una serie di brani tratti da composizioni sacre o strumentali che contribuiscono a dare un’idea più ampia dello stile compositivo del maestro aversano. Ad accompagnare il controtenore toscano vi sono qui gli strumentisti spagnoli dell’ensemble Nereydas diretti da Javier Ulises Ilán, ulteriore testimonianza della crescita della prassi esecutiva barocca anche in realtà fino a pochi anni fa rimasti abbastanza marginali. La compagine spagnola non fa rimpiangere per qualità e senso stilistico complessi più noti e blasonati e se alcune scelte di organico possono lasciare qualche dubbio filologico – come l’uso della chitarra a rinforzo del basso continuo – nel sembrare più dovute alla tradizione nazionale degli strumentisti che all’effettiva prassi del tempo – bisogna  riconoscere che l’effetto musicale è sicuramente piacevole e che non suonano così aliene a queste musiche specie considerando l’importante tradizione che questi strumenti avevano nella cultura napoletana.
Posta in apertura di programma “Fra il mar turbato” da “Bajazette” è una classica aria di tempesta dagli impervi passaggi di bravura e nel bene e nel male ritroviamo le caratteristiche di Mineccia ascoltate nella precedente registrazione: il timbro bello, morbido, le buone doti di cantabilità ma anche le difficoltà nella tenuta dei fiati più prolungati e una certa meccanicità nel canto di coloratura così mentre l’orchestra evoca alla perfezione la tempesta descritta nel testo, le polveri del canto restano un po’ bagnate. Decisamente più a suo agio nella splendida “Se mai senti spiranti sul volto” da “La clemenza di Tito” non troppo distante come qualità dalla sublime versione gluckiana che spinse Mozart ad espungerla dalla propria revisione dell’opera. Qui il canto nobilmente disteso e la prevalenza delle ragioni melodiche su quelle virtuosistiche aiutano Mineccia che può far valere le sue doti migliori.
Seguono due arie sacre in cui si nota come Jommelli non modifichi in modo radicale il suo stile con il cambio di destinazione dei brani, limitando al più le esplosioni virtuosistiche ma mantenendo un taglio di scrittura palesemente operistico. Si segnala la bellissima pastorale “Pastor son’io” dalla “Cantata per la Natività della Beatissima Vergine” composta su commissione del Cardinal Stuart a Roma nel 1750; in questo brano caratterizzato da un suggestivo abbandono melodico si apprezza la dizione e la capacità di dar senso e valore alle parole di Mineccia.
Dopo una selezione di brani orchestrali, quasi una piccola suite per dar idea delle capacità di Jommelli, anche in questo genere ritroviamo altri due brani sacri fra cui uno estratto – “O vos omnes” – dalle “Lamentazioni per il Mercoledi Santo”, esempio di quelle musiche pensate per accompagnare i riti della settimana santa che tanta fortuna avevano avuto nell’Italia post-tridentina e che continuavano a godere di buona fortuna ancora alla metà del XVIII secolo. Rispetto agli altri brani proposti qui la scrittura appare più prosciugata ed essenziale, tutta concentrata su un’espressività intensa e coinvolgente; essenzialità che purtroppo evidenzia le imprecisioni e le incertezze del canto di Mineccia.
Si torna all’opera con i due brani di chiusura. “Parto, ma la speranza” da “La schiava liberata” ricorda in parte l’universo espressivo dell’aria di Sesto da “La clemenza di Tito” seppur con soluzioni di maggior virtuosismo mentre in chiusura “Salda rupe” da “Pelope” chiude il programma con un gioioso tripudio musicale. Qui la mancanza di lunghi passaggi e la prevalenza di colorature rapide e staccate aiuta Mineccia a nascondere i limiti visti nelle altre arie virtuosistiche così da chiudere al meglio la registrazione.

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