La trilogia Mozart-Da Ponte secondo Currentzis – 1: “Le nozze di Figaro” K.492

Dramma giocoso in quattro atti su testo di Lorenzo da Ponte K.492. Christian van Horn (Figaro), Fanie Antonelou (Susanna), Andrei Bondarenko (Il Conte d’Almaviva), Simone Kermes (Contessa di Almaviva), Mary-Ellen Nesi (Cherubino), Nikolai Loskutkin (Don Bartolo), Krystian Adam (Don Basilio), Maria Forsström (Marcellina), James Elliott (Don Curzio), Garry Agadzhanian (Antonio), Natalya Kirillova (Barbarina). MusicAeterna (Orchestra e coro della Perm Opera and Ballet Theatre), Teodor Currentzis (direttore). Registrazione P. I. Čajkovškij State Opera and Ballet, Perm 24 settembre – 4 ottobre 2012. 3 CD Sony 88883709262
Capita di rado che una registrazione colpisca a tal punto da mettere in discussione ogni certezza acquisita e di spalancare un baratro di domande su un’opera apparentemente conosciuta in ogni dettaglio; eppure bastano pochi accordi di queste “Le nozze di Figaro” per vivere questa sensazione tanto la lettura proposta da Teodor Currentzis non ha nulla in comune con tutto quanto si sia ascoltato finora. L’ouverture si apre con accordi aspri, sferzanti, sciabolate di suono che non si possono definire classicamente belle ma che hanno una carica teatrale forse mai sentita con tanta energia e veramente si percepisce fisicamente lo spirito rivoluzionario che in quei decenni avrebbe fatto tremare ogni secolare struttura della società europea. Teatro di suoni, vita, espressione, questo interessa a Currentzis e ai suoi musicisti e questo viene perseguito con ogni mezzo. Il giovane direttore greco-russo ha la fortuna di disporre di masse che ha forgiato fino all’ultima fibra secondo la sua idea del fare musica: gli strumentisti e i coristi della MusicAeterna sono il meglio che il direttore ha raccolto nella sperduta Perm, piccola città della provincia russa nella regione degli Urali non lontano dal confine siberiano che per la prima volta appare sulla scena musicale internazionale. Il lavorare in un centro periferico ha inoltre permesso a Currentzis tempi di preparazione impossibili altrove; la presente registrazione ha richiesto undici settimane di prove che si sentono in pieno nella perfetta macchina finale dove non una nota, non un accento sono trascurati o lasciati a loro stessi ma tutto è perfettamente calibrato e inserito nella struttura complessiva.
Un errore assolutamente da evitare approcciandosi all’esecuzione di Currentzis è quella di pensare a un’esecuzione filologica perché qui siamo per molti aspetti all’antitesi di essa; sebbene sia vero che Currentzis utilizza un complesso storicamente informato, che conosce e rispetta le passi esecutive del tempo – si ascoltino le variazioni inserite nelle singole arie di solito ben integrate con la scrittura mozartiana salvo qualche eccezione meno riuscita come la puntatura acuta di Figaro in “Non più andrai” – ma tutto questo per lui non è un fine ma solo uno strumento per raggiungere la propria, personale versione dell’opera. In questo più che un direttore filologico Currentzis si rivela essere forse la più compiuta declinazione moderna del mito romantico del direttore demiurgo, moderno Prometeo capace di dare nuova vita alla materia che riplasma con le proprie mani.
Impossibile ovviamente descrivere in dettaglio una direzione tanto ricca e tanto articolata. In linea di massima si nota un’agogica molto variegata, con prevalenza di tempi tesi e concitati ma anche capace d’improvvisi, luminosi squarci di pace. Le sonorità orchestrali hanno – quando il direttore lo vuole – una pienezza e un calore veramente rari per un’orchestra filologica, il che mostra chiaramente come certe durezze, certe vetrosità siano dovute a una precisa scelta stilistica e che questa durezza di molti passaggi ancor più evidenzi il piacere sensuale, quasi fisico con cui Currentzis accompagna i momenti più lirici dell’opera che in lui spesso divengono – come dovrebbero ma come troppo raramente si ascolta – carichi di autentica tensione erotica. L’altro aspetto è la cura maniacale per ogni dettaglio che emerge in modo lampante tanto nella chiarezza delle architetture armoniche tanto nell’attenzione posta ai recitativi dove non solo emerge la bravura di Maxim Emelyanychev, capace al forte-piano di una ricchezza di soluzioni rimarchevole ma soprattutto nella capacità di valorizzare ogni singola sillaba, dato ancor più significativo considerando che nessuno dei cantanti è di madre lingua italiana.
Il cast non è sempre all’altezza della direzione ma ha il merito di essere totalmente coinvolto nella visione di Currentzis. Vocalmente emerge lo splendido Conte di Andrei Bondarenko, voca ampia, solida, di bellissimo colore, tecnica ineccepibile – quale infinita dolcezza del pianissimo di “Contessa perdono” – dizione italiana ineccepibile; tratteggia un Conte per una volta veramente temibile, vera incarnazione di un potere feudale tanto più altero nel proprio ruolo quanto più questo viene messo in discussione ma anche un uomo di profonda, intensa umanità come si può apprezzare nella grande aria “Vedrò mentr’io sospiro”, la cui ricchezza e sincerità di accenti la pone fra le esecuzioni di assoluto riferimento.
Al suo fianco entusiasma meno la Contessa di Simone Kermes, grandissima interprete – e forse mai il ruolo è stato vissuto con tanta passionalità e umano dolore, senza nessuna traccia di cipria o di estenuati languori – ma a cui nuoce una vocalità non sempre controllata con sonorità a tratti fisse e metalliche specie nel settore acuto. A proposito della sua performance c’è, tuttavia, da chiedersi se un canto più classicamente bello avrebbe potuto esprimere con altrettanta pregnanza emotiva il sordo dolore che Currentzis riesce a delineare con tanta efficacia. Discorso per certi versi simile per il Cherubino di Mary-Ellen Nesi, voce un po’ asciutta ma perfettamente integrata nella direzione e capace di centrare al meglio l’idea di un giovinetto autenticamente maschile, di una virilità non ancora compita ma sempre più montante e ormai privo di ogni tratto leziosamente femminile. Una fisicità maschile che rende evidente il fascino che il giovane paggio può suscitare nella Contessa specie quando questa è avvolta in atmosfere di elettrizzata tensione erotica come quella che accompagna “Venite inginocchiatevi”.
Susanna è il soprano greco Fanie Antonelou, voce leggera ma brillante, musicale e molto espressiva. La sua è una Susanna in cui prevale una giovanile vitalità, una floreale luminosità che ben si adatta al carattere del ruolo. Il controllo vocale è ottimo e la pronuncia italiana anche se non sempre perfetta è però efficace. Certo il settore grave è un po’ latitante, la discesa al La grave di “Notturna face” più accennata che compiuta ma la mancanza di un’autentica sensualità del timbro è compensata dalla ricchezza dell’accento con cui crea una seduzione più di testa che di carne ma non per questo meno pericolosa tanto più quando avvolta nelle carezze di sensuali veli sonori fatti turbinare dall’orchestra. Al suo fianco Christian van Horn è un Figaro di interessante presenza vocale anche se un po’ più grezzo nell’emissione e con qualche problema in più di pronuncia. In compenso la voce è solida, timbrata e sonora e una certa grettezza contadina non è impropria per il ruolo specie se serve a esaltare l’impeto veramente rivoluzionario di “Se vuol ballare” o l’asciutta essenzialità di “Aprite un po’ quegli occhi” giustamente tolta da ogni inflessione buffa e intrisa di una dolente umanità.
La cura complessiva dell’operazione emerge poi nelle parti di fianco di una qualità raramente ascoltata; l’opera è eseguita integralmente quindi con la presenza delle arie normalmente tagliate di Marcellina e Basilio. Tratto comune è la pulizia con cui questi sono affrontati, senza nessuna inflessione buffa o caricaturale, ma rivisti con una sincerità espressiva e drammatica che di molto li arricchisc; qualche concessione è fatta solo al Don Curzio di James Elliott per altro dotato di una voce ben più importante di quanto di solito si ascolti nel ruolo. Don Bartolo ha l’autentica voce di basso di Nikolai Loskutkin dai gravi imponenti e ricchi di suono, mentre alla Marcellina di Maria Forsström nuoce solo un timbro troppo sopranile che poco la differenzia da Susanna nel duetto del primo atto. Per una volta, però, l’aria del IV è un vero pezzo teatrale e non una concessione edonistica fine a se stessa; il Basilio di Krystian Adam, oltre a disporre di una voce ragguardevole per colore ed estensione, dona all’aria del “cuoio d’asino” la serietà di un’autentica dichiarazione filosofica. Natalya Kirillova è una Barbarina lirica e luminosa ma attraversata da ombre di inquieta sensualità; impressionante per robustezza l’Antonio di Garry Agadzhanian.

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