Venezia, Teatro La Fenice: trionfa la “Lucia”

Venezia, Teatro La Fenice, Lirica e Balletto, Stagione 2016-2017
“LUCIA DI LAMMERMOOR”
Dramma tragico in due parti e tre atti. Libretto di Salvadore Cammarano, dal romanzo “The Bride of Lammermoor” di Walter Scott.
Musica di Gaetano Donizetti
Lord Enrico Asthon MARKUS WERBA
Miss Lucia NADINE SIERRA
Sir Edgardo di Ravenswood FRANCESCO DEMURO
Lord Arturo Bucklaw FRANCESCO MARSIGLIA
Raimondo Bidebent SIMON LIM
Alisa ANGELA NICOLI
Normanno MARCELLO NARDIS
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Riccardo Frizza
Maestro del Coro Claudio Marino Moretti
Regia Francesco Micheli
Scene Nicolas Bovey
Costumi Alessio Rosati
Light designer Fabio Barettin
Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
Venezia, 23 aprile 2017
Abbastanza gradevole, e con qualche aspetto interessante sul piano visivo e gestuale, ma assolutamente superlativa dal punto di vista dell’interpretazione musicale ci è parsa questa Lucia, proposta in un nuovo allestimento dal Teatro La Fenice. Cominciando dalla messinscena – visto che ormai, a quanto pare, i registi si sono conquistati una sorta di posizione preminente nella progettazione e realizzazione di una rappresentazione lirica, da far valere anche sullo stesso direttore d’orchestra –, l’idea-base del bergamasco Francesco Micheli – direttore artistico della Fondazione Donizetti, alle prese  con un’opera del grande conterraneo – è quella di concepire i tre personaggi principali – Lucia ed Enrico, da una parte, Edgardo, dall’altra – come altrettanti orfani che hanno ricevuto dalle loro rispettive famiglie la triste eredità di un odio inestinguibile, che le oppone senza tregua. Lord Enrico Asthon, in particolare, sarebbe – secondo tale visione – il personaggio più tragicamente segnato da questa maledizione, in quanto, nel tentativo di risollevare le sorti del suo casato, è costretto a compiere una serie di nefandezze proprio ai danni della sorella. Il registra addirittura ne fa un personaggio simbolo del popolo italiano, che deve analogamente fare i conti con un  passato fatto di luci e ombre. Non a caso l’ambientazione dell’opera, corrisponde all’Italia, ancora contadina, dei primi del Novecento, quando “la roba” (terre, case, mobili) era il fondamento della prosperità, del prestigio di una famiglia. Quanto ai due sfortunati amanti, la loro ansia di libertà si fa visibile sulla scena in forma di uno smisurato fondale curvo, che campeggia praticamente in tutta l’opera, recante immagini dipinte di carattere naturalistico: uno spazio libero, sconfinato, ma – ahimè – fittizio, irreale, che ricorda i cieli corrucciati di Turner. Altro elemento simbolico praticamente costante: un gran mucchio di mobili affastellati, che ingombrano il palcoscenico – verosimilmente simbolo dell’inesorabile decadenza degli Asthon –, che a tratti  sembrano assumere nuovamente loro funzione originaria per riapparire poi – appesi a delle funi – nella scena in cui Lucia dà sfogo alla sua follia, cantando e danzando su un tavolo ingombro di bicchieri, chiara allusione al suono fascinatore della glassarmonica, ripristinata, al posto del flauto, secondo le indicazioni della versione originale. Lo spettacolo – pregevole anche per il gesto scenico sempre contenuto, ma pregnante, nonché per i costumi di raffinata fattura e per le luci funzionali, senza effetti ridondanti, ai vari momenti della vicenda – si sviluppa coerentemente sulla base di quelli già citati e di altri simboli ricorrenti: dalla costante presenza sulla scena di Enrico Ashton, come se osservasse estraniato il male da lui stesso compiuto, alle reiterate apparizioni del ritratto di Lucia, indelebile nel ricordo del fratello, alle valenze evocative dei colori che contraddistinguono, in particolare, i costumi (rosso per Edgardo e i Ravenswood, verde per Enrico e gli Ashton, bianco per Lucia, grigio per Arturo, nero per Raimondo), alla grande croce esibita da quest’ultimo in certi momenti significativi, a un misterioso mimo tutto nero, con addosso la giacca rossa, che rimanda a Edgardo e corrisponde a un’allegoria del Male. Encomiabile Riccardo Frizza, che, dimostra  un’approfondita conoscenza del linguaggio donizettiano e, con una direzione e concertazione oculata quanto sensibile, da un lato restituisce tutta la raffinatezza, l’eleganza, la brillantezza dell’orchestrazione, dall’altro rispetta le esigenze del belcanto, respirando con i cantanti, curando particolarmente il legato e – non ultimo – riaprendo tutti i tagli. Si tratta, insomma, di un’esecuzione per nulla “tradizionale”, diversamente da quanto accade (o accadeva) abbastanza spesso con un titolo famoso come Lucia. Anche la scelta di tempi – per quanto diffusamente spediti – è coerente con questa impostazione e dunque  sempre funzionale alla vocalità.
Il tutto è reso possibile, ovviamente, anche dall’eccellenza del Cast. Nadine Sierra sa calarsi completamente nel personaggio della protagonista, nel suo conflitto interiore tra passione d’amore e senso del dovere verso la famiglia: con voce squillante e omogenea di soprano lirico-leggero, dimostrando estrema facilità in acuti e sopracuti, oltre che nelle agilità, sa essere razionalmente decisa nel suo desiderio di emanciparsi e dare libero sfogo ai suoi sentimenti quanto comunicare con espressione allucinata i fantasmi che si agitano nella sua mente, nel momento in cui perde la ragione, unendo all’efficacia del canto e del fraseggio una presenza scenica, una gestualità mai sopra le righe. Una vera e propria ovazione le è stata tributata dopo la scena della pazzia. Analogamente valida sul piano vocale e gestuale la prestazione, come Edgardo, del tenore Francesco Demuro, dalla voce di nobile metallo, ben sfogata ed estesa nella zona acuta, che ha convinto nel duetto del primo atto con Lucia, ed ha letteralmente sedotto il pubblico in “Tombe degli avi miei” e nella successiva cabaletta, dove ha brillato per pathos romantico e fraseggio scolpito. Autorevole l’Enrico del baritono Markus Werba, che con voce gradevolmente timbrata trova il giusto accento nel delineare un personaggio lontano dallo stereotipo del “cattivo” e invece combattuto tra opportunismo e senso di colpa, mentre Simon Lim, nel ruolo di Raimondo, ha sfoggiato la sua bella voce di basso dal timbro nobilmente scuro, non privo di squillo. Credibile, nel suo perfido cinismo, Normanno, cui dà gesto e voce Marcello Nardis, al pari del conformista Arturo, interpretato da Francesco Marsiglia; di sicura professionalità Angela Nicoli nei panni dell’affettuosa Alisa. Scattante, dinamico ed espressivo, nelle pagine tutt’altro che facili che gli competono, il Coro istruito con l’abituale sensibilità e precisione da  Claudio Marino Moretti. Apoteosi finale a sancire un successo, a dir poco, entusiastico. Foto Michele Crosera

 

 

 

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