Catania, Teatro Massimo Bellini: “Salome”

Catania, Teatro Massimo Bellini, Stagione lirica 2017
SALOME”
Dramma musicale in un atto dall’omonimo dramma di Oscar Wilde nella traduzione di Hedwig Lachmann
Musica di Richard Strauss
Salome JOLANA FOGASOVA
Erode ARNOLD BEZUYEN
Jochanaan SEBASTIAN HOLECEK
Erodiade JANICE BAIRD
Narraboth KARL MICHAEL HEIM
1° Ebreo IURIE CIABANU
2° Ebreo ENZO PERONI
3° Ebreo ALDO ORSOLINI
4° Ebreo ANDI FRÜH
Paggio SONIA FORTUNATO
1° Nazareno ROMAN POLISADOV
2° Nazareno GIOVANNI MONTI
1°Soldato ROMAN  POLISADOV
2° Soldato DANIELE BARTOLINI
Schiavo GIOVANNI MONTI
Uomo Cappadocia ALESSANDRO BUSI
Orchestra del Teatro Massimo Bellini di Catania
Direttore Günter Neuhold
Regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi
Nuovo allestimento 
Catania, 28 maggio 2017.

Wie schön ist die Prinzessin Salome heute nacht! (Quanto è bella la principessa Salome questa notte!). Questo verso di apertura dell’opera cantato da Narraboth può riassumere epigraficamente il sentimento di chi ha assistito a questo nuovo allestimento del Teatro Massimo di Bellini di Catania di Salome di Richard Strauss assente dal palcoscenico del teatro etneo da circa 30 anni. Sin dall’affascinante Lever du rideau, la scala del clarinetto che sensualmente apre l’opera, si percepisce di trovarsi di fronte ad una raffinata lettura del capolavoro straussiano. Al Lever du rideau l’occhio è, infatti, attratto da una scenografia semplice, ma estremamente simbolica, in quanto la grande terrazza del palazzo di Erode è resa dallo scenografo Pier Luigi Pizzi, che ha curato anche la regia e i costumi, con una struttura che non ha nulla di terrestre. Sembra di vedere un paesaggio cosmico con la luna che domina dall’alto una struttura circolare che assomiglia a Saturno e ai suoi anelli concentrici al cui centro, però, non c’è il pianeta, ma la cisterna dove è rinchiuso Jochanaan. È proprio questo luogo quasi primigenio, un buco nero, da dove tutto nasce e dove tutto muore a costituire il vero centro della scenografia e della regia di Pizzi, in quanto è proprio verso di esso che l’eponima protagonista sente un’attrazione fatale irresistibile. È da quel “buco nero” che esce la voce del profeta e in un certo momento anche il suo mezzo busto in un atteggiamento ieratico, mentre Salome, morbosamente e quasi animalescamente attratta dal’uomo, gira per quasi tutta l’opera intorno a quella cisterna muovendosi a carponi e perdendo così quasi ogni aspetto umano. Statici gli altri personaggi sulla scena da Narraboth, che all’inizio contempla la luna/Salome in un’identificazione già presente nel testo di Wilde, ad Herodes ed Herodias, quest’ultima ammantata di una regalità appariscente e superficiale che le viene conferita dal lungo mantello tenuto da un servo che l’accompagna. Nelle scelte registiche, sembra, inoltre, che si marchi una netta differenza tra una mobilità portata all’esasperazione e alla consumazione di se stessa che caratterizza la parte di Salome e la staticità di Jochanaan, immobile e sicuro nella sua fede. In realtà tutti i movimenti scenici di Federico Ruiz sembrano piuttosto lenti e non appaiono particolarmente accattivanti come si può notare anche nella danza dei sette veli; questa risulta, infatti, piuttosto scialba, essendo quasi del tutto priva della carica erotica che invece dovrebbe caratterizzarla  a causa proprio della lentezza del movimenti della donna la quale, peraltro, per una parte anche piuttosto consistente della danza, sparisce. Non si capisce alla fine perché Herodes dovrebbe impazzire di fronte a quello spettacolo, anche se è apprezzabile la volontà del regista di creare, in questo momento topico della partitura, un’atmosfera magica che si percepisce quando i ballerini, che danzano insieme a Salome, coprono con un lenzuolo la donna la quale, rientrata nella cisterna, ne esce con un abito rosso sangue. Precedentemente la donna era stata vestita con un velo bianco che copriva un abito altrettanto bianco come la luna di cui Salome, del resto, è la metafora. Nella scelta dei costumi sembra che Pizzi abbia voluto creare una netta demarcazione tra la prima parte dell’opera, nella quale la bellezza della donna è virginea e inattingibile come la luna, e quella conclusiva caratterizzata dal sangue, quello versato del Battista e quello della stessa Salome che alla fine muore schiacciata dagli scudi dei soldati di Herodes non prima di essere risucchiata come da un vortice nell’imboccatura di quella cisterna dove si conclude tragicamente la sua esperienza umana. Perfettamente coerenti i costumi degli altri personaggi, dai manti regali di Herodes ed Herodias alle divise dei militari e di Narraboth per finire a quelli laceri di Jochanaan, mentre le luci insistono per tutta l’opera su una bicromia bianco-nero che, forse, proprio nella parte finale, coerentemente con l’intuizione di vestire di rosso di Salome poteva essere sostituita da questo colore, dal momento che la luna con la sua luce bianca finisce per sparire. Le luci appaiono, quindi, un po’ monotone, ma è questo, forse, un dettaglio nel complesso di una struttura visiva in generale abbastanza convincente.
Passando alla parte musicale va segnalata l’ottima concertazione di Günter Neuhold che interpreta pienamente il carattere sinfonico della partitura; il direttore, infatti, tratta le voci come altrettanti strumenti dell’orchestra, mai soverchiandoli e curando sempre le sonorità nei dettagli. Molto bello e sensuale è, per esempio, il tema degli archi che introduce la parte conclusiva del celebre assolo finale di Salome, mentre in alcuni passi l’orchestra si scatena in quelle sonorità selvagge e quasi “barbariche” che caratterizzano la sconvolgente modernità di questa partitura. Sul piano vocale emerge la prestazione di Jolana Bubnik Fogašová nel ruolo dell’eponima protagonista. Dotata di un bell’organo vocale soprattutto nella parte centrale ed acuta del registro, l’artista si mostra padrona del ruolo grazie ad una precisa intonazione e ad un’attenta lettura del fraseggio. Sul piano interpretativo riesce bene a rappresentare Salome in tutte le sue sfaccettature da quella verginale a quella mostruosa del finale. Nel cast emerge anche la performance di Sebastian Holecek, bella voce di baritono in ogni parte del suo registro; il suo Jochanaan si evidenzia per un carattere maestoso e ieratico sin da quando la sua voce si percepisce dall’interno della cisterna oltre che per un’intonazione precisa e un’emissione molto buona realizzata grazie ad uno strumento vocale di assoluta imponenza. Convincenti le prove del tenore Arnold Bezuyen, che dà della parte di Herodes una lettura nel complesso coerente grazie anche ad una voce che si adatta perfettamente alla scrittura di Strauss, e del mezzosoprano Janice Baird che riesce pienamente a conferire al suo personaggio quel carattere regale ed elegante che le è proprio grazie ad un raffinato fraseggio. Per gli acuti svettanti si segnala, invece, la performance di Michael Heim particolarmente attento al gioco delle dinamiche che esprimono pienamente gli stati d’animo del suo personaggio. Corrette le prove degli altri interpreti da Sonia Fortunato che, già apprezzata altre volte in questa stagione operistica, si mostra a suo agio anche nel ruolo del paggio fino a Iurie Ciobanu, Enzo Peroni, Aldo Orsolini, Andi Fruh, Alessandro Busi (i cinque Ebrei) e Roman Polisadov (il primo soldato)

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