Il Béjart Ballet Lausanne al Teatro Canal di Madrid

Madrid, Teatros del Canal, Temporada 2016-2017
“BÉJART BALLET LAUSANNE”
Le Mandarin merveilleux – Tombées de la dernière pluie – Bhakti III- Boléro
Coreografia Maurice Béjart, Gil Roman
Musica Béla Bartók, Franz Schubert, Citypercussion, Maurice Ravel
Direttore artistico Gil Roman
Costumi Anna De Giorgi, Henri Davila, Germinal Casado
Scene Christian Frapin, Magali Baud, Germinal Casado
Solisti e corpo di ballo Béjart Ballet Lausanne
Madrid, 29 aprile 2017

La serata dedicata a Maurice Béjart sin dall’inizio è sovraccarica di erotismo e di senso di libertà. L’attuale direttore artistico del Ballet di Lausanne, Gil Roman, ha voluto proporre un’interessante antologia di alcune tra le più significative coreografie di Béjart, affiancandovi un suo lavoro, per suggerire la continuità degli stili e allo stesso tempo la spinta interna al rinnovamento. Il mandarino meraviglioso, che il pubblico italiano conosce meglio come brano da concerto sinfonico che come balletto, ha una storia compositiva risalente ai primi anni del Novecento (1918-1924) e si deve al testo di Melchior Lengyel; Bartók la trasforma in una pantomima in un atto dalle movenze e dallo sviluppo molto inquietanti. Béjart decise di reinterpretarla con l’inevitabile finale tragico, ma in modo anche sarcastico, ridicolizzando appena un po’ i personaggi. Il coreografo rispettò meticolosamente la partitura, la narrazione musicale e drammatica di Bartók, facendo attenzione a non mutare alcun passaggio del libretto originale: nel suo esito il tasso di pantomimo resta alto, ma all’interno di una coreografia sempre in equilibrio con i valori virtuosistici, di ricerca formale ed espressiva; personaggio dopo personaggio, ciascun carattere si staglia in modo molto definito, con un tempo di presentazione iniziale che permette di capire le relazioni interne (in particolare all’arrivo del mandarino). Luci, scene e costumi ricordano più un’opera musicale di Broadway che un’ambientazione di un balletto classico del Novecento; in realtà, lo spettacolo non ha niente di classico, soprattutto se si tiene conto che la storia e la musica originali hanno quasi cent’anni, ma che la prima rappresentazione della coreografia di Béjart risale soltanto al 1992 (Salle Métropole de Lausanne). E poi c’è un altro fatto importante: i costumi, riproposti da Anna De Giorgi, richiamano un’ulteriore fonte di ispirazione indispensabile al progetto artistico di Béjart: la prostituta (interpretata da un ballerino), lo sfruttatore, il primo cliente e il mandarino stesso vestono esattamente come i personaggi di alcuni celebri film di Fritz Lang: rispettivamente la donna-robot di Metropolis, il protagonista di M, il mostro di Düsseldorf, Siegfried dei Nibelunghi, e il giovane Freder in tuta da operaio, ancora secondo la suggestione di Metropolis. Béjart ha sempre dichiarato che Lang fosse stato uno dei suoi maestri più importanti in termini di estetica e drammaturgia. Anche questo, alla luce della tournée di Madrid, permette di apprezzare quante arti il coreografo fosse in grado di unire e valorizzare: la musica sinfonica, l’arte del mimo e il cinema, tutto negli stili della sua formazione, ossia la prima metà del Novecento.
Il secondo brano del programma è quello più astratto e intellettualistico, con coreografia di Gil Roman, il ballerino che dal 1979 collaborò con Béjart e ne divenne il braccio destro e ora il continuatore: Tombées de la dernière pluie sin dall’inizio utilizza la musica in modo molto interessante, perché abbina Schubert (l’ultimo dei quartetti per archi) ai Citypercussion di Thierry Hochstätter e jB Meier. Il filo conduttore rispetto all’eclettismo figurativo di Béjart si ritrova nell’uso delle videoproiezioni: sequenze di vero e proprio cinema in cui il ballerino protagonista percorre cunicoli e gallerie di una miniera, immancabilmente gocciolanti di pioggia, alla ricerca della realtà o della verità (in forma di risveglio, presenza femminile, via d’uscita da un oscuro mondo sotterraneo). In questo caso, a parte le peregrinazioni dell’étoile, tutta la storia è a carico del corpo di ballo femminile. Roman libera l’energia delle ragazze, con mosse esplosive che coinvolgono tutti gli arti, come per disarticolare il corpo, secondo un principio tipico del metodo di Martha Graham.
Nel percorso antologico dedicato alle produzioni di Béjart, Bhakti III, una breve coreografia basata su musica tradizionale hindu, risale al 1968 (per il Festival di Avignone): la danza rappresenta un momento rituale dedicato all’amore, occupato dalla presenza della divinità; l’assenza di scene e di narrazione permette di concentrarsi esclusivamente sull’arte della danza, che crea connessione e intimità tra i danzatori che officiano il rito e il pubblico che partecipa al suo svolgimento. Il rosso sfolgorante dei costumi domina su tutto, mentre la coppia divina Shiva e Shakti si compenetra con movenze intense e posture tipiche della tradizione orientale. Gli interpreti, come sempre, sono all’altezza del pezzo.
Creato per il Théâtre Royal de la Monnaie di Bruxelles nel 1961, Boléro è la più antica coreografia di Béjart di questo programma, posta a emblematica conclusione della serata. Già Ravel aveva confessato che la musica del suo Boléro dovesse “entrare nella testa” degli ascoltatori, ossia imporsi come melodia centrata su un ritmo che si ripete ossessivamente identico, con la sola variazione di sonorità e strumentazione. Béjart trasforma la danza composta per Ida Rubinstein in una sorta di rito collettivo, organizzato dalla melodia stessa: un ballerino, sopra una grande piattaforma circolare, incita al movimento una folla esclusivamente maschile, che dapprima si trova seduta ai lati del soppalco, poi si avvicina e celebra ogni dettaglio ritmico; la figura in alto, dominante e autorevole, rappresenta infatti la melodia, mentre il gruppo esprime il ritmo e le sue sfaccettature di meccanica precisione. Ma al virtuosismo metronomico succedono il coinvolgimento sensuale e una specie di febbre da invasamento religioso: sembra più di assistere a una versione del Sacre du printemps, tanto per restare nell’ambito cronologico e stilistico prediletto da Béjart. Dopo l’ultimo, risolutivo accordo, la platea del Teatro Canal libera grida di gioia e di ammirazione, scatta in piedi, applaude con incredibile frenesia: è semplicemente “l’effetto Béjart”, cioè il fascino della perfezione dei movimenti, la completa coerenza tra musica e gesto, la bravura assoluta degli interpreti. Anche noi ci uniamo alle grida, per festeggiare una serata indimenticabile.   Foto Ballet Béjart Lausanne

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