Palermo, Teatro Massimo: “Werther”

Palermo, Teatro Massimo, Stagione Lirica 2017
“WERTHER”
Dramma lirico in quattro atti e cinque quadri. Libretto di Édouard Blau, Paul Milliet e Georges Hartmann da Goethe
Musica di Jules Massenet
Werther FRANCESCO MELI
Charlotte VERONICA SIMEONI
Sophie SERENA GAMBERONI
Albert CHRISTIAN SENN
Le Bailli NICOLÒ CERIANI
Schmidt FRANCESCO PITTARI
Johann CLAUDIO LEVANTINO
Kätchen CARMEN GHEGGHI
Brühlmann GIANFRANCO GIORDANO
Orchestra, Coro di voci bianche e Coro femminile del Teatro Massimo
Direttore Omer Meir Wellber
Maestro del Coro Piero Monti
Maestro del Coro di voci bianche Salvatore Punturo
Regia Giorgia Guerra
Scene Monica Bernardi
Costumi Lorena Marin
Luci Bruno Ciulli
Nuovo allestimento del Teatro Massimo in coproduzione con Auditorio de Tenerife
Palermo, 26 maggio 2017
Una fanciulla abbigliata in stile anni ’40 si aggira con civettuola grazia per la platea. Come la Betty Boop di Chi ha incastrato Roger Rabbit?, la cigarette girl ha appeso al collo un vassoio con una sfilza ben ordinata di pacchetti. E sorridente ci accoglie con un sonoro “Benvenuti al cinema!”, distribuendo un volantino che ricostruisce una locandina vintage del Werther. Guardando in giro, ci si accorge che sono anche altri i personaggi fuori epoca, confusi con studiata nonchalance fra il pubblico. Ma se i due giovani dell’esercito possono ancora trarre in inganno, non vi sono dubbi per la signorina che sfoggia con orgoglio la tipica pettinatura con gli inconfondibili victory rolls. Quando poi iniziano a risuonare le prime note del preludio, quegli stessi personaggi cominciano a girovagare in cerca di un posto in sala, come se fossimo veramente al cinema. Stasera si proietta il Werther di Massenet, sembrerebbe dire un’immaginaria voce fuori campo. Una storia di amore, di disperazione, di sentimenti urlati con veemenza che si contrappongono a quelli celati con pudore. In entrambi i casi l’amore è vissuto con sofferenza. E in entrambi i casi sembra di trovarsi di fronte a un mélo della golden age hollywoodiana, quelli alla Edmund Goulding che avevano come protagoniste tragiche eroine condannate alla rinuncia e alla solitudine. Ma se i costumi di Lorena Marin e le ambientazioni di Monica Bernardi rimandano agli anni ’40, le dinamiche espressive della regia di Giorgia Guerra sono quelle del cinema muto. E sono proprio i restringimenti di inquadratura a evidenziare questo stretto legame, indugiando sui dettagli nei momenti di maggiore pathos – come ad esempio durante la consegna delle pistole alla fine del terzo atto – o focalizzandosi sui protagonisti quando rimangono da soli con i propri pensieri. Analoga funzione narrativa è rivestita dalle luci di Bruno Ciulli. In una storia che non lascia spazio alla speranza, le gradazioni luminose non possono che virare sui toni freddi, amalgamandosi ai colori spenti che costituiscono la cifra stilistica dell’allestimento. La prevalenza dei grigi, del bianco e del nero non è soltanto legata al raggiungimento dell’effetto cinematografico, ma pure si sposa alle particolari atmosfere della vicenda. Si crea così un affascinante rapporto di somiglianza tra il côté desolato dello spettacolo e la tessitura piuttosto sombre della maggior parte dei personaggi, che viceversa si ribalta in contrasto se consideriamo la ricchezza della partitura orchestrale. Un contrasto vigorosamente accentuato dalla bacchetta di Omer Meir Wellber, in grado di infondere vero e proprio soffio vitale alla variegata pasta timbrica dei temi musicali. Alcuni di essi arrivano perfino a trasformarsi in personaggi a tutto tondo, dosando accenti appassionati e impetuosi in virtù delle trascinanti sonorità dell’Orchestra del Teatro Massimo. E se a tratti voci e orchestra sembrano viaggiare su binari paralleli, destinati in apparenza a non incontrarsi mai, l’impetuosità della direzione di Wellber riesce a tinteggiare di nuove sfumature le melodie di Massenet, rivelando una raffinatezza stilistica inedita. In un’opera che si muove lungo direttrici di cupezza, gli sprazzi di luce non sono dati soltanto dalla tavolozza orchestrale, ma anche dai puntuali interventi del Coro femminile del Teatro Massimo, dai contributi del Coro di voci biancheche qui apre e chiude la vicenda con la consueta destrezza e morbidezza di suono – nonché dalla voce cristallina di Sophie, una festosa e ingenua Serena Gamberoni che rivela eleganza di gusto nella spontaneità dell’interpretazione. Ad eccezione di questi casi, gli altri personaggi sembrano concorrere a un cupo scenario. A partire dai due bravissimi Christian Senn e Nicolò Ceriani, rispettivamente nel ruolo di Albert e del Bailli. Il primo eccelle per compostezza e nobiltà di canto, mantenuta uguale a se stessa nei diversi momenti dell’opera, allo scopo di costruire un carattere irremovibile e privo di evoluzione. Espressività e capacità attoriali caratterizzano anche la prova di Ceriani, unite a emissione sonora e ben proiettata. Coerentemente incolori Claudio Levantino (Johann) e Francesco Pittari (Schmidt), che completano il cast insieme a Carmen Ghegghi (Kätchen) e Gianfranco Giordano (Brühlmann). Discorso a sé per i due protagonisti, qui più che mai cuore emotivo dell’opera. Francesco Meli non è certo nuovo al ruolo, mostrando familiarità con la psicologia di Werther e raggiungendo vette di coinvolgimento in corrispondenza delle pagine più celebri affidate al personaggio. Anche nella romanza di apertura Meli si abbandona a un canto elegiaco e insieme dinamico, in un crescendo passionale che nonostante qualche traballamento nel fraseggio riesce a colpire nel segno e che tende a un abbraccio ideale con la natura. Quest’ultima è rappresentata non soltanto dagli elementi presenti in scena (alberi, arbusti, piante rampicanti), ma soprattutto dalla proiezione nel fondale di un panorama idilliaco, con cieli aperti e campi sconfinati. Ma l’incontro fra Werther e Charlotte getta una nube su quel cielo. Pur dotata di un registro pressoché sopranile, Veronica Simeoni conferisce varietà a un personaggio che muove da una iniziale spensieratezza a una tragicità quasi lancinante, caricata di impetuose inflessioni (il suo “Albert m’aime, et je suis sa femme!” si infigge come un pugnale nel nostro cuore, così come nel cuore di Werther). La maestria della Simeoni si apprezza nel terzo atto, quando riesce a reggere da sola la prima parte e con gestualità misurata a rendere il senso di gelo che l’allontanamento dell’amato ha provocato nel suo animo. Ma ancor più il quarto atto si distingue per la vibrante intesa tra cantanti e buca d’orchestra, così come tra Werther e Charlotte, finalmente liberi di amarsi in virtù di un affrancamento che solo la morte poteva dare. Nella stanzuccia che vede l’ultimo addio dei due protagonisti si percepisce tutta la disperazione dell’abbandono, della solitudine, della rinuncia. Con un ulteriore e conclusivo rimpicciolimento del quadro che ha l’effetto collaterale di aumentare la distanza fra rappresentazione e spettatori. All’interno di un’operazione registica esteticamente vincente, ci si chiede quanto tutto questo abbia a che fare con Werther e se l’effetto cinematografico sia puro esercizio stilistico o se abbia un suo profondo significato. Ci si chiede, cioè, se la lettura in chiave filmica non finisca per allontanare lo spettatore da un allestimento percepito come finzione al quadrato, contraddicendo l’idea stessa della Guerra di lasciarsi “trasportare da verità di sentimento e di azione” e di dipingere “personaggi reali, esistiti ed esistenti”. Sono però così distanti dalla nostra quotidianità il riconoscimento fra anime affini, gli amori trascinanti e impossibili, i dolori di un giovane che preferisce la morte alla lontananza dalla donna che ama? La risposta sembra essere racchiusa nelle battute di apertura. E la si avverte non soltanto nell’aggirarsi dei personaggi in platea, ma soprattutto in quel proiettore cinematografico che ci abbaglia e che viene puntato verso di noi. Facendo riaffiorare alla memoria l’incipit di Goethe: “E tu, anima buona, che come lui senti l’interno tormento, attingi conforto dal suo dolore, e fai che questo scritto sia il tuo amico”. Foto Rosellina Garbo

 

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