Venezia, Teatro Malibran: è tornato Jeffrey Tate con Rossini, Britten e Beethoven

Venezia, Teatro Malibran, Stagione sinfonica 2016-2017
Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Jeffrey Tate
Gioachino Rossini: “Guillaume Tell”: Sinfonia
Benjamin Britten: “Matinées musicales” op. 24, seconda suite in cinque movimenti da Rossini; Soirées musicales op. 9, suite in cinque movimenti da Rossini
Ludwig van Beethoven: Sinfonia n. 7 in la maggiore op. 92
Venezia, 5 maggio 2017   
Jeffrey Tate –  da poco nominato Knight Bachelor dell’Impero britannico – è tornato in laguna per dirigere il dodicesimo concerto dell’attuale stagione sinfonica del Teatro La Fenice, dopo essere stato protagonista, non più di un mese fa, del precedente appuntamento. La prima parte del programma era costituita da tre titoli direttamente o indirettamente legati a Rossini; la seconda era invece interamente occupata da uno dei più celebrati capolavori della produzione sinfonica beethoveniana: un programma variegato, che ha consentito al grande direttore britannico di confermare le proprie doti migliori, per cui è tanto apprezzato anche dal pubblico veneziano, cimentandosi, tra l’altro, con impareggiabile autorevolezza e sensibilità in un repertorio che gli è certamente congeniale, qual è la musica del suo insigne conterraneo Benjamin Britten, di cui è senza dubbio uno dei massimi interpreti.
Sorretto da una compagine orchestrale “di solisti”, il Maestro di Salisbury ha affrontato, con misurato ma efficacissimo gesto direttoriale, la sinfonia del Guillaume Tell, scandendo – com’è suo costume – dei tempi calibratissimi, senza mai puntare all’effetto fine a se stesso, eppure sapendo restituire – anche ovviamente grazie a una cura scrupolosa degli aspetti dinamici e timbrici – i colori, i caratteri espressivi delle varie parti in cui si articola questa celeberrima pagina, che Guido Barbieri, nel programma di sala, non esita a definire un vero e proprio “poema sinfonico”, e nella cui esecuzione si sono messi in luce i singoli strumentisti come l’intera orchestra: il primo violoncello nell’iniziale idillio alpestre; archi, legni e ottoni nel successivo temporale; il corno inglese nell’episodio bucolico, con tanto di “ranz des vaches”; tutto l’insieme nell’incalzante marcia finale dei soldati svizzeri contro l’austriaco invasore.
Analoga sensibilità per i colori orchestrali, unita qui a verve e humour, si è apprezzata nelle due suite rossiniane, firmate da Britten: le Soirées musicales op. 9, pubblicate nel 1936 e utilizzate come commento sonoro a un film di Lotte Reiniger intitolato La dote, e le Matinées musicales op. 24, scritte nel 1941 su incarico di Lincoln Kirstein, al quale sono dedicate, per uno spettacolo dell’American Ballet Company. Ciascuna suite è costruita nello stile rossiniano secondo un gusto di intrigante eclettismo, ricreando un Rossini “al quadrato”, molto spesso senza citare una pagina specifica, e in ogni caso ricalcando, con effetti non di rado caricaturali, le simmetrie, i crescendo, gli sbalzi nell’intensità sonora o nel ritmo, che caratterizzano in genere la produzione del Grande pesarese. La loro esecuzione si è tradotta un una festa di suoni e di colori, che ha sedotto il pubblico.
Quanto alla Settima di Beethoven, in essa il magistero direttoriale di Tate si è imposto in tutta la sua penetrante raffinatezza, confermandolo come uno dei massimi interpreti del Genio di Bonn, e in particolare di questa sinfonia, che rimane una delle sue partiture giustamente più celebrate. Molto si è detto e scritto su questo capolavoro, da cui peraltro non può ormai essere disgiunta la definizione che ne diede Wagner, che vide in esso “l’apoteosi della danza”. In effetti il ritmo è l’elemento strutturale di tutta la composizione, tuttavia una lettura più approfondita di quella che a prima vista appare come la più dionisiaca tra le sinfonie beethoveniane – ben lontana dall’atteggiamento titanico che traspare nella Terza o nella Quinta – non può non rivelare quanto questo estremo vitalismo, questa esuberante energia si coniughi in realtà a un dominio formale, a una maestria compositiva, che non vengono mai meno, anzi qui raggiungono, per certi versi, uno dei vertici dell’arte beethoveniana. Questa ci è parsa anche la concezione su cui si basava l’interpretazione di Tate, che anche di fronte a questa partitura non si è lasciato mai andare a una lettura impressionistica o enfatica, curando – con la sua peculiare sensibilità e precisione – ogni elemento, ogni particolare espressivo, pur senza mai perdere di vista la straordinaria coerenza di questo lavoro, che si caratterizza – come si è detto – per l’assoluto controllo a livello di forma e di articolazione tra le parti, raggiungendo, tra l’altro, livelli inarrivabili quanto all’originalità e all’essenzialità di certe soluzioni adottate. Basti citare, a questo proposito, la ripetizione di una sola nota a collegare il Poco sostenuto introduttivo con il successivo Vivace o la costanza del ritmo puntato in quest’ultimo o, ancora, l’essenzialità del ritmo dattilico dell’Allegretto. Dunque, non una mera “suite di danze” ci è stata offerta da Tate, bensì – per citare ancora Wagner – “la danza nella sua massima espressione, l’atto più spirituale del movimento corporeo, incarnato, per così dire, idealmente nei suoni”. E il pubblico ha sonoramente apprezzato, decretando un successo pieno a conclusione di questa serata.

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