La National Youth Orchestra of USA alla Carnegie Hall di New York

New York, Carnegie Hall, Playbill 2017
National Youth Orchestra of the United States of America
Direttore Marin Alsop
John Adams: Short Ride in a Fast Machine
Gabriela Lena Frank: Apu: Tone Poem for Orchestra (prima esecuzione assoluta)
Gustav Mahler: Sinfonia n. 1 in do maggiore
New York, 21 luglio 2017

Il piccolo foyer è molto ottocentesco, sobrio, elegante; ma quando si entra nella sala principale della Carnegie Hall di New York nomi e memorie musicali si riaffacciano, come se si rivivesse la sequenza del film di Edgar G. Ulmer del 1947: Carnegie Hall, appunto, un garbato melodramma, più che altro pretestuoso, finalizzato com’era all’esibizione di Arthur Rubinstein, Jasha Heifetz, Lily Pons, Leopold Stokowski, Ezio Pinza. Nella vecchia pellicola si succedevano sparati irreprensibili, frac dal taglio perfetto, meravigliose toilettes delle interpreti femminili: ed erano ingredienti essenziali di un concetto di base, quello della ritualità della musica, dell’esecuzione come liturgia che poteva essere officiata soltanto all’interno di un tempio. Il tempio, ovviamente, era la stessa Carnegie Hall, inaugurata il 5 maggio 1891 con un concerto diretto da Pyotr Ilych Tchaikovsky! Oggi quell’atmosfera non esiste più, perché il concetto liturgico dell’esecuzione ha lasciato spazio a quello della gioia collettiva per la partecipazione a una “festa artistica”, assai lontana dall’idea di rito religioso. Resta però un insieme di atteggiamenti, formalmente diversi, già tipici del passato: prima di tutto il voler caratterizzare tutto quanto sia americano, in modo che la comunità lo riconosca immediatamente come proprio e possa di conseguenza sostenerlo e festeggiarlo. Nel caso della National Youth Orchestra of the United States of America (NYO-USA) l’esigenza di riconoscimento e di sostegno è anche doppia, perché si tratta di un’emanazione diretta della Carnegie Hall, ossia l’esperienza estiva del Weill Institute; anche quest’anno, come accade dal 2013, l’istituto musicale seleziona i migliori strumentisti giovani di tutto il paese per offrire loro l’opportunità di preparare un concerto sotto la guida di un interprete di fama internazionale. Marin Alsop è un’artista particolarmente esperta nella gestione di orchestre giovanili, in quanto fondatrice di OrchKids, che dal 2008 provvede alle esigenze dei più giovani musicisti di Baltimore, dove la Alsop è Music Director della Symphony Orchestra.
Pantaloni rosso fiammante, giacchetta nera attillata e scarpe di ginnastica: è la divisa – invero molto USA – degli orchestrali. Quando entra Marin Alsop, in tailleur pantalone nero, si percepisce subito un clima di festosa famigliarità, che fermenta all’istante grazie alla fulminante pagina di John Adams, Short Ride in a Fast Machine, la fanfara di appena quattro minuti composta nel 1986 per la Pittsburgh Symphony Orchestra. Il programma si fa poi molto interessante con la prima assoluta di Apu: Tone Poem for Orchestra di Gabriela Lena Frank, una commissione della Carnegie Hall alla giovane e cosmopolita compositrice. La Frank nacque a Berkeley nel 1972 da madre peruviana (di ascendenza cinese) e padre ebreo lituano; da molti anni collabora con le più importanti istituzioni musicali statunitensi, sviluppando un rapporto originale tra culture musicali latino-americane e contesto statunitense. Nella religione andina Apu è lo spirito nascosto nella materia inanimata, che vigila e tutela i valichi di montagna; per questo i viandanti devono rispettarlo e pregarlo perché conceda loro un transito privo di pericoli. L’attacco del brano della Frank è meraviglioso, anche perché vi si riconosce una chiara tradizione americana, per nulla intellettualistica, a mezzo tra un Alex North particolarmente inspirato e un Samuel Barber delle pagine più empatiche. Un certo ritmo cinematografico si protrae anche nel seguito, soprattutto alla ricerca di momenti culminanti. Alsop, molto precisa nell’imporre gli attacchi, domina l’orchestra valorizzando soprattutto le percussioni. Al termine è un trionfo, in cui il pubblico dimostra di apprezzare molto il lavoro dell’orchestra, mentre direttore e strumentisti avviano un’ovazione per l’autrice, presente in sala e chiamata sul podio a raccogliere il consenso.
La parte più impegnativa del programma è la seconda, con la I Sinfonia di Mahler: una composizione di un autore ancora giovane (ma di enorme difficoltà) per un’orchestra di giovani. Il direttore, più che puntare su di un aspetto interpretativo specifico, vuole valorizzare le voci singole, ossia rendere riconoscibili timbri e strumentisti; per questo i momenti più curati sono quelli individuali, che spiccano nel progressivo intreccio, mentre quelli più polifonici e le sequenze di fanfara sono un po’ troppo accelerati. Tutta l’allegria del secondo movimento scompare nel ritmo di marcia funebre scandito con inesorabile rigore nel corso del terzo. Si potrebbe pensare che i giovani esecutori non intendessero adeguatamente il grottesco messaggio di morte della traduzione in minore di Frère Jacques; e invece non è cosi: la lenta processione costituisce, anzi, il momento migliore della serata. Il complicato macchinario del finale scorre via con rapidità ed enunciazione netta e vigorosa. Nella direzione assertiva e priva di incertezza di Alsop si percepisce una netta distinzione tra i momenti tragici e quelli soltanto trionfali; purtroppo, l’eccessiva accelerazione smussa i particolari virtuosistici della partitura, sottraendo ogni carattere retorico anche alla coda. Dopo l’ultimo accordo tutto quanto il pubblico di New York scatta in piedi all’istante, acclamando gli interpreti con grida e lunghi fischi. L’atmosfera, nonostante il cupo messaggio mahleriano, ritorna dunque quella dell’inizio, di festa in famiglia e di voglia di condividere un momento irripetibile. I rovelli mahleriani addirittura scompaiono per mezzo di due brani fuori programma che la NYO-USA ha preparato insieme al suo direttore: una pagina da Porgy and Bess e una Habanera talmente sinuosa da indurre al movimento di danza anche il più austero cultore della finis Austriae. È la vitalità artistica americana, ancora più forte in un’orchestra di giovani talentuosi e competitivi. La loro freschezza inebria, quasi suscita invidia per l’ottimistica innocenza con cui affrontano la lettura musicale di pagine tanto complesse: ed è bene così; dei languori e delle decadenze europee avranno tempo di occuparsi e di angustiarsi poi.

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