XV° Giovanni Paisiello Festival di Taranto: “La serva padrona”

Taranto, Chiostro del Museo Diocesano MUDI
“LA SERVA PADRONA”
Intermezzi per musica, libretto di Gennaro Antonio Federico
Musica di
Giovanni Paisiello
Serpina VALERIA LA GROTTA
Uberto  GIUSEPPE NAVIGLIO
Vespone  GABRIELE SALONNE
Orchestra Barocca Santa Teresa dei Maschi
D
irettore al cembalo Sabino Manzo
Regia, scene e costumi Chicco Passaro
Disegno luci Walter Mirabile
Taranto, 12 settembre 2017
Il Giovanni Paisiello Festival di Taranto nella sua XV edizione è riuscito per la prima volta ad allestire due melodrammi: Serva padrona (in co-produzione con Florilegium Vocis di Bari) e Barbiere di Siviglia (coprodotta con VociAllopera di Milano), i capolavori del periodo russo di Paisiello scritti rispettivamente nel 1781 e nel 1782. Su probabile istanza della zarina Caterina II (che richiese spettacoli comici di breve durata) e privo di un librettista in loco, Paisiello rimise in musica il libretto di Federico che nel 1733 Pergolesi aveva musicato e che nel 1752 a Parigi era diventato il manifesto delle nuove poetiche operistiche patrocinate dagli enciclopedisti. La differenza con la primigenia intonazione pergolesiana non si percepisce tanto per l’aggiunta di due duetti e di un’aria, né per l’ispessimento dell’organico orchestrale dovuto all’ingresso di coppie di fiati (flauti, oboi, clarinetti, fagotti, corni), quanto per una tinta più malinconica e più ‘realistica’ che Paisiello assimila dall’esperienza della Cecchina di Piccinni (1760) e dalla nascente ‘opera sentimentale’. Un memorabile saggio di Gianfranco Folena (Il linguaggio della serva Padrona) contenuto nel suo altrettanto memorabile libro L’italiano in Europa, si concentrava sulla modernità – in senso borghese – di quel testo librettistico, capace di ritrarre ‘dal vero’ i problemi dei rapporti di forza tra sessi e tra diverse classi sociali. È proprio tale intrinseca modernità che permette di abbandonare un’ambientazione settecentesca e di ricollocare la storia di Uberto e Serpina in qualsiasi epoca. Il regista Chicco Passaro, qui curatore anche di scene e costumi, ha optato per gli anni ’50 ricostruendo in dettaglio abiti e arredi e caratterizzando il protagonista maschile come un attempato viveur che giunge alla consapevolezza della propria solitudine. La parete della sua casa ha infatti soltanto cornici vuote che simboleggiano tutte le occasioni perse e il vuoto affettivo che lo attanaglia. L’unico ritratto presente è quello della serva Serpina, da lui cresciuta in casa fin da quando era piccola, che emula l’icona della pin-up (che tradotto letteralmente significa ‘da appendere’; e difatti l’immagine di Serpina è appesa e campeggia nel salone del nobile Uberto). Passaro ha infatti ben caratterizzato la protagonista femminile come una donna americana del secondo dopoguerra che riunisce in sé la femme fatale e la casalinga ‘padrona’ dei nuovi set di elettrodomestici. Laddove molti registi che si misurano con Serva padrona tendono a caricare il ruolo del mimo Vespone, Passaro mira, invece, alla sottrazione dei gesti assimilandolo al personaggio dello Svegliato (nome scelto per antìfrasi) del Barbiere di Siviglia: il giovanissimo Gabriele Salonne diventa così un Vespone apatico e impacciato – che dunque risulta ancor più comico per il contrasto con il dinamismo della musica e della vicenda – scatenato solo nel finale quando, sorreggendo la sagoma d’un cuore luminoso posta sopra le teste dei protagonisti, imita il leone ruggente della Metro Goldwyn Mayer! Valeria La Grotta, al suo debutto da protagonista ma già attiva in produzioni teatrali dedicate ai grandi operisti pugliesi, mostra una pertinenza stilistica nel repertorio settecentesco che le permette di centrare appieno fraseggio, articolazione, abbellimenti, realizzazione delle variazioni e delle cadenze. Uniforme nei passaggi di registro, sfoggia con sicurezza acuti cristallini e ottima dizione dei complessi recitativi secchi, esibendo una verve attoriale davvero esuberante (gustosissimo il momento in cui, costretto Uberto alle nozze, si scioglie la fascia da casalinga per srotolare una veletta da sposa). A vestire i panni di Uberto è stato il baritono Giuseppe Naviglio, specialista di canto barocco – da lui per anni insegnato al Conservatorio di Bari – e attivo in produzioni discografiche che hanno fatto la storia dell’interpretazione dei maestri di scuola napoletana. La sua voce possiede un timbro di rara eleganza e si sposa alla perfezione con il carattere di questo Uberto raffinato e un po’ decadente. A proprio agio nei rapidi cicalecci già tutti rossiniani, Naviglio si misura con una parte faticosa che affonda tanto nelle zone gravi quanto in quelle acute talvolta con insidiosa rapidità. Ottima la recitazione dei gustosi dialoghi che non scadeva mai nella facile caricatura ma che dimostrava una pluridecennale dimestichezza con le dinamiche della comicità melodrammatica. Prezioso l’apporto strumentale dell’Orchestra barocca Santa Teresa dei Maschi, che suonava su strumenti originali (compresi i rari clarinetti tagliati a 415Hz), diretta al cembalo da Sabino Manzo. Attento a ben squadrare i contrasti estremi fra piani dinamici, Manzo ha curato con competenza ogni dettaglio evidenziando i tanti spunti concertanti dei fiati. Numeroso ed entusiasta il pubblico nella splendida cornice del chiostro del Museo Diocesano, uno dei gioielli che permettono di riattivare la vita culturale di Taranto Vecchia. Si replica sabato 16 settembre all’Auditorium Santa Teresa dei Maschi a Bari. Foto Daniela Gerundo

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