Venezia, Palazzetto Bru Zane, Festival Reicha: Reicha e il Flauto magico

Venezia, Palazzetto Bru Zane Festival Antoine Reicha, musicista cosmopolita e visionario, dal 23 settembre al 4 novembre 2017
Pianoforte Josquin Otal, Djordje Radevski, Victoria Vassilenko
Antoine Reicha: Sonate pour piano en fa majeur sur “La Flûte enchantée”; da Trente-six Fugues pour piano: n° 9; Variations sur un thème de Gluck op. 87 (extraits); Études dans le genre fugué op. 97; Étude pour piano n° 29 “L’enharmonique”; Sonate pour piano en mi majeur op. 46 n° 3
In collaborazione con la Chapelle Musicale Reine Elisabeth
Venezia, 11 ottobre 2017
Il pianoforte è stato il protagonista assoluto del concerto svoltosi l’11 ottobre a Venezia, presso il Palazzetto Bru Zane-Centre de Musique Romantique Française, nell’ambito del festival dedicato ad Antoine Reicha. Si sono avvicendati alla tastiera tre solisti dalla solida formazione – tutti attualmente in residenza presso la Chapelle Musicale Reine Elisabeth –, la cui musicalità e padronanza tecnica – come peraltro si verifica puntualmente nella deliziosa sala dei concerti del palazzetto veneziano – hanno positivamente colpito il pubblico, anche in considerazione della loro giovane età. Il programma della serata offriva un saggio piuttosto esauriente della produzione pianistica dell’autore franco-boemo, che con questa importante serie di composizioni (una trentina di lavori, spesso rimasti allo stato di manoscritto, ripartiti in diciassette numeri d’opus) si rivolge – con pagine caratterizzate da diversi gradi di difficoltà – al dilettante come al conoscitore esperto; all’uomo di cultura – si pensi alle variazioni su temi celebri da Gluck o Mozart o alla Sonata in fa maggiore sul Flauto magico dalla grazia viennese – come al più abile strumentista – che certamente si farà conquistare dalla pregevole Sonata in mi maggiore, di stile ancora classico, ma ricca di deliziosi imprevisti –; senza trascurare le opere di carattere prevalentemente didattico come fughe e studi, dove comunque Reicha è capace di nascondere qualche piccola gemma.
L’Art de varier pour piano è il titolo che contraddistingue l’impressionante serie di variazioni indicate dal numero d’opus 57 nel catalogo di Reicha, ma l’arte della variazione è uno dei cavalli di battaglia del musicista, che ritroviamo in molta parte della sua produzione: lo si è potuto apprezzare anche nel corso del concerto di cui ci occupiamo, complici, in particolare Victoria Vassilenko e Djordje Radevski. La pianista bulgara ha affrontato, con impareggiabile scioltezza e leggerezza di tocco, le quattro variazioni sulla Marcia dei sacerdoti (dal secondo atto del Flauto magico di Mozart), che apre la Sonata in fa maggiore sull’ultima opera del Salisburghese, puntando sui toni delicati, pur senza perdere la ieraticità di questa musica sublime, né i diversi caratteri della variazioni elaborate da Reicha, in cui l’ossatura della melodia originaria è costantemente percepibile, così come è rispettata la struttura del tema. Più pirotecnica e diffusamente energica l’interpretazione da parte di Radevski di estratti dalle variazioni su un tema di Gluck, un autore che ispirò poche variazioni per pianoforte: dopo quelle di Mozart su “Unser dummer Pöbel meint” K 455 (1783), dal Singspiel Die Pilger von Mekka, troviamo quelle dell’op. 57 di Hummel (1811-1815 ca.) su una “musetta” dall’atto quarto di Armide. Lo stesso tema viene utilizzato da Reicha per questo suo lavoro, pubblicato da Gambaro a Parigi, senza data, ma probabilmente contemporaneo alla serie di Hummel. Anche il pianista serbo ha sfoggiato un tocco sempre nitido, oltre ad un’alta scuola della velocità, dando altresì prova di una perfetta padronanza della mano sinistra.
Straordinaria, sotto il profilo tecnico, anche l’esecuzione, che Djordje Radevski ha offerto della fuga n. 9, dalle Trentasei fughe per pianoforte, una raccolta – pubblicata intorno al 1805 a Vienna presso il Magasin de l’imprimerie chimique, con una dedica in versi a Haydn –, nella cui composizione Reicha si lancia in originali sperimentazioni, come nella fuga in questione, che non ha nulla della “severità” accademica, spesso caratterizzante questa forma musicale, per assumere un tono intimo e colloquiale. Assolutamente all’altezza si è rivelato anche il terzo interprete, Josquin Otal, nel preludio dallo Studio n. 29, detto “L’enharmonique”, che fa parte degli Studi nel genere fugato op. 97, il cui modello è il Clavicembalo ben temperato di Bach, sebbene essi siano lontanissimi – ribadiamo quanto abbiamo appena affermato – dall’austerità generalmente associata alla fuga, caratterizzandosi invece per la grande fantasia e il gusto per la sperimentazione nel campo dell’armonia, che corrisponde ai più originali precetti teorici del compositore. Grande sensibilità interpretativa si è colta, in particolare, in questo preludio, la cui regolare sequenza di crome può ricordare il primo numero del Clavicembalo ben temperato, ma in cui la successione degli accordi è decisamente più audace e le modulazioni più sorprendenti.
Lo stesso Otal ha incantato il pubblico con l’esecuzione della Sonata per pianoforte in mi maggiore op. 46 n. 3, composta da Reicha probabilmente verso la metà degli anni Novanta del XVIII secolo ad Amburgo, dove si era stabilito, avendo fra l’altro l’occasione di rivedere Haydn, di passaggio nella città anseatica mentre era in viaggio verso Londra. L’influenza dell’ammirato maestro si avverte nelle Tre Sonate op. 46, più vicine alle ultime sonate di Haydn che non a quelle composte da Beethoven nei primi anni del XIX secolo (si pensi alla Sonata n. 13 e alla Sonata n. 14, “quasi una fantasia”, del 1801). Ancora una volta il pianista francese ha dato prova di grande sensibilità nell’espressione, eseguendo quest’ultima sonata, il cui profilo melodico è ancora debitore del classicismo viennese; così dicasi per il movimento lento, che si basa su un cullante ritmo di siciliana e ricorda Mozart. Più vigoroso si faceva il gesto di Otal – sempre mantenendo una totale pulizia del tocco – in altri passaggi del lavoro, caratterizzati da contrasti nella densità del tessuto musicale, con effetti quasi orchestrali, in cui si coglie piuttosto l’influenza di Haydn. Trascinante e brioso il pianista francese nei tempi veloci, dove il giovane Reicha – all’incirca venticinquenne all’epoca della composizione – si dimostra ricco di idee originali, moltiplicando i motivi tematici e i passaggi “strumentali”, nonché osando, soprattutto negli sviluppi, sorprendenti cambiamenti di orientamento, del tutto inattesi: modulazioni verso tonalità lontane, bruschi passaggi da un motivo all’altro, pedali e silenzi, che sospendono il discorso.

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