Joseph Beer (1908 – 1987): “Polnische Hochzeit” (1937)

Operetta in due atti su libretto di Alfred Grünwald e Fritz Löhner-Beda. Martina Rüping (Jadja), Susanne Bernhard (Suza), Florence Losseau (Stasi), Nikolai Schukoff (Conte Boleslav Zagorsky), Michael Kupfer-Radecky (Conte Straschek Zagorsky), Mathias Haussmann (Casimir von Kawietzky), Bernhard Spingler (Sergius Korrosoff), Friedemann Röhlig (Mietek Oginsky), Alexander Kiechle (Stani), Chor des Staaththeaters am Gärtnerplatz, Felix Meybier (Maestro del coro), Münchener Rundfunkorcester, Ulf Schirmer (Direttore). Registrazione: München Prinzregententheater 21-22 novembre 2015. 2 CD CPO 555 059-2


Il sole di Joseph Beer avrebbe potuto stagliarsi radioso nell’ultimo crepuscolo dell’operetta mittel-europea se i casi della storia non avessero stroncato sul nascere il miglior talento che il genere avesse avuto dopo Lehàr. Rampollo di una ricca famiglia ebrea di Leopoli nella Galizia ucraina ancora asburgica al momento della sua nascita (nel 1908) e poi integrata nel rinato stato polacco, Beer aveva mostrato fin da giovanissimo un innato talento musicale che a neppure vent’anni gli aveva aperto le porte dell’Accademia musicale di Vienna, dove era stato ammesso nel 1927, distinguendosi subito fra i compositori della sua generazione.
Impossibilitato a far breccia nel tempio del Theater an der Wien, tempio dell’operetta, ma implacabilmente chiuso a un giovane debuttante, aveva cercato la via del palcoscenico nella vicina Svizzera dove, nel 1934, ottiene un autentico trionfo con “Der Prinz von Schiras”, attirando l’attenzione anche di Hubert Marischka, allora direttore dell’An der Wien finalmente pronto ad aprirne le porte al giovane talento.
Il nuovo lavoro “Polnische Hochzeit” (“Le nozze polacche”) sembra nascere sotto i migliori auspici. Per il libretto viene scritturato Alfred Grünwald, librettista di fiducia di Emmerich Kálmán e fra i massimi conoscitori del genere. La vicenda ambientata durante i moti insurrezionali polacchi del XIX secolo non solo richiamava la provenienza del compositore, ma permetteva forti contrasti e integrazioni fra sfera pubblica e privata. La musica – la migliore scritta da Beer – è di una ricchezza non così comune per il genere. Certo, per lui i modelli di riferimento sono i grandi maestri della generazione precedente, Lehàr in primis di cui fa proprie la facilità melodica e l’eleganza strumentale, ma in lui continua ad agire in profondità l’amore per la propria terra e per la sua musica folklorica, che permea la composizione di una forza vitale straordinaria che affonda le sue radici nel folklore slavo tanto che, quasi inevitabilmente, all’ascolto delle pagine corali di Beer, la mente corre a certi momenti festosi delle opere di Smetana che affondano le radici in un substrato molto simile; ma Beer è anche un compositore del Novecento, non è sordo a quanto accade intorno e gli echi del jazz che stava conquistando l’Europa centrale, declinandosi con originalità al gusto locale (come stava dimostrando con piena coerenza artistica Ernst Krenek), così come quelli del musical che stava nascendo dalle ceneri dell’agonizzante operetta sono elementi che si ritrovano pienamente nella composizione di Beer e che l’avvicinano a quelle contemporanee di Paul Abraham fuse con ancor maggior coerenza.
Ma la storia stava per stroncare le speranze del compositore: i teatri tedeschi chiudevano le porte ai compositori ebrei e anche in Austria la situazione si faceva sempre più pesante. Riparato nella più sicura Zurigo riesce a far allestire l’opera nel 1937 con trionfale successo prima di trasferirsi in Francia, dove sarebbe rimasto per il resto della sua vita, mentre l’interesse per il suo lavoro dopo le fiammate iniziali – clamorosa la ripresa parigina del 1939 con Jan Kiepura e Martha Eggerth – tendeva a spegnersi nel clima del Secondo dopoguerra ormai troppo lontano dallo spirito del compositore polacco.
La ripresa monacense del 2015 ha finalmente sottratto all’oblio l’opera, facendone riscoprire al mondo tutto lo splendore. A dirigere la Münchener Rundfunkorcester troviamo uno specialista nella riscoperta di titoli desueti come Ulf Schirmer, che con questo repertorio ha una naturale dimestichezza. Ne segue una direzione vivacissima, scatenata, traboccante di vita e di trascinante energia, tanto che nei grandi cori foklorici quanto nelle improvvise virate jazzistiche, ma capace di anche di abbandonarsi senza timore al manierato sentimentalismo dei momenti più lirici. La pulizia della registrazione – non fosse per gli applausi, ci si scorderebbe subito di aver a che fare con un live – contribuisce al pieno godimento dell’esecuzione.
Nikolai Schukoff è uno splendido Boleslav: voce ampia, solida, squillante, perfetto senso dello stile, capace di rendere sia il lirismo tutto lehàriano dei cantabili sia l’eroismo dell’aria patriottica “Polenland, mein Heimatland” e fa capire pienamente come questo ruolo avesse potuto attirare l’interesse di cantanti come Kiepura. Al suo fianco , Jadja ha la voce calda e vellutata di Martina Rüping, soprano lirico della voce densa e brunita che si adatta perfettamente al carattere melanconico di certi ritmi popolari polacchi di cui è intessuta la sua parte e la sua voce si sposa a meraviglia con quella di Schukoff nel bellissimo duetto “Herz an Herz”. La coppia buffa – elemento immancabile nell’operetta del tempo – è destinataria dei momenti più moderni e jazzistici della scrittura di Beer, come il duetto “Katzenaugen” del II atto e trova interpreti scatenati nella Suza di Susanne Bernhard e nel Casimir di Mathias Hausmann, esemplari nell’adattarsi a una scrittura così insolita per voci di estrazione lirica. Solida voce di basso-baritono e autentico temperamento da buffo per Michael Kupfer-Radecky, nel ruolo del Conte Staschek, e pienamente centrate tutte le parti di fianco.

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