Antonio Cesti (1623 – 1669): “L’Orontea” (1656)

Dramma per musica in tre atti su libretto di Jacopo Andrea Cicognini e Giovanni Filippo Apolloni. Paula Murrihy (Orontea), Sebastian Geyer (Creonte), Juanita Lascarro (Tibrino, Amore), Guy de Mey (Aristea), Xavier Sabata (Alidoro), Simon Bailey (Gelone), Matthias Rexroth (Corindo), Louise Alder (Silandra), Kateryna Kasper (Giacinta), Katharina Magiera (Filosofia). Frankfurter-Opern-und-Museumorchester, Monteverdi-Continuo-Ensemble. Ivor Bolton (direttore). Registrazione Oper Frankfurt, febbraio 2015. 3 CD Oehms Classics OC965
L’aretino Antonio Cesti è stato fra i principali protagonisti della prima generazione post-monteverdiana, quella fondamentale generazione con cui l’opera, superate le iniziali fiammate del genio cremonese, si è trasformata nel rodato sistema produttivo che le ha permesso di divenire per i successivi tre secoli la più importante forma di spettacolo dell’intera Europa. Stabilizzazione delle dinamiche che si accompagna al fenomeno dell’internazionalizzazione dello spettacolo operistico che dai palcoscenici italiani comincia a conquistare con insospettata rapidità l’intero continente. Proprio Cesti ha un ruolo non secondario al riguardo: entrato al servizio della corte arciducale di Innsbruck, ha portato nella capitale tirolese le esperienze maturate in Toscana e a Venezia.
E non potrebbe essere più veneziana per spirito e gusto quest’”Orestea”, vera e propria commedia per musica su testo di Jacopo Andrea Cicognini e Giovanni Filippo Apolloni andata in scena a Innsbruck il 19 febbraio 1656. Il libretto è una commedia degli equivoci ricca di travestimenti e colpi di scena; a reggere le sorti di tutto l’infinito potere di Amore, inteso in un’ottica spesso scopertamente fisica e sensuale in cui traspare ancora una sensibilità rinascimentale e pre-controriformista che la Repubblica lagunare lasciava ancora esplodere in occasione del cardinale e che nel chiuso dei circoli della corte poteva essere accettata anche da un mondo asburgico meno rigidamente tridentino dell’immagine che voleva trasmettere all’esterno. La musica di Cesti affonda anch’essa ancora nella tradizione del tardo Rinascimento; il recitar cantando è lo strumento principe della sua concezione musicale che si esplica in un gioco dinamico molto ricco dove recitativo, declamato e arioso fluiscono uno nell’altro in continuo divenire mentre poche sono le vere e proprie arie – anche nel senso che il termine può avere nella produzione del Monteverdi maturo – sostituite da cangianti monologhi di difficile definizione. Questo non significa però che manchi la melodia  (anzi pagine come l’assolo di Orontea “Intorno all’idol mio” o i duetti fra questa e Alidoro sono fra le pagine più struggenti del medio Seicento) così come non mancano i contrasti stilistici ed espressivi; anzi gli elementi comici e patetici interagiscono secondo una meccanica perfettamente costruita.
Va quindi riconosciuto merito all’opera di Francoforte di aver ripreso nel 2015 questo titolo fondamentale del primo barocco italiano e alla Ohems classics di averne curato il riversamento discografico anche se la fortissima teatralità che si percepisce fin dal semplice ascolto testimonia come questo sia un titolo pienamente compiuto solo nella rappresentazione scenica. Ivor Bolton non è un direttore filologico ma ha sempre frequentato l’opera barocca e, se la sua lettura non ha l’assoluto rigore degli specialisti, non manca di energia e forza teatrale e presenta un suono sempre pieno, bello e ricco a volte anche fin troppo carico considerando la cronologia dell’opera. Gli strumentisti del Monteverdi-Continuo-Ensemble integrano la Frankfurter-Opern-und-Museumorchester fornendo gli strumenti d’epoca e le sonorità specifiche di questo repertorio.
La parte vocale nell’insieme è buona ma si sente quella mancanza di naturalezza con il recitar canto inevitabile in presenza di un cast privo di italiani o di cantanti abituati a frequentare  i palcoscenici del bel paese. Molto bravi i due contro-tenori. Con la sua voce calda e seducente e il suo fraseggio vario e ricco Xavier Sabata è un ottimo Alidoro, capace di abbandonarsi alle splendide melodie che Cesti gli dona; in contrasto Matthias Rexroth ha un timbro più secco e marziale che segna una buona distinzione fra le due voci ma canta altrettanto bene e con ottimo gusto. La protagonista Paola Murrihy, che ha un bel timbro caldo e buone doti di musicalità, è a suo agio nei momenti più lirici ed elegiaci ma è meno convincente quando il canto si fa più concitato e l’accento è spesso un po’ troppo monocorde. Molto brava la luminosa e femminile Silandra di Louise Alder così come la Giacinta di Kateryna Kasper. Juanita Lascarro è fin troppo femminile per il soldataccio fanfarone di Tibrino ma musicalmente è inappuntabile mentre decisamente troppo caricato il Gelone di Simon Bailey di cui si percepisce la forte carica teatrale ma che troppo spesso scade nell’effetto gratuito e nella sguaiataggine. Molto bravo e musicalissimo e di un gusto raffinatamente caricaturale è il tenore Guy de Mey nel ruolo en-travesti di Aristea  mentre appare molto modesto il Creonte di Sebastian Geyer faticoso nella pronuncia italiana e con una poco piacevole tendenza ad allargare innaturalmente i suoni nel settore grave così che il grande declamato dell’agnizione di Alidoro – che richiederebbe un basso autorevole e sicuro – risulta purtroppo compromesso. L’iniziativa di Francofote risulta quindi più che apprezzabile e non dispiacerebbe se il titolo venisse proposto da qualche teatro italiano con quella naturalezza che solo cantanti italiani possono avere in questo tipo di vocalità.

 

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