Karl Goldmark (1830 – 1915): “Die Königin von Saba” (1875)

Opera in quattro atti su libretto di Salomon Hermann Mosenthal. Katerina Hebelková (Königin von Saba), Nuttaporn Thammati (Assad), Irma Mihelič (Sulamith), Károly Szemerédy (König Salomon), Kim-Lilian Strebel (Astaroth), Kevin Moreno (Baal-Haanan), Jin Seok Lee (Hohepriester), Andrei Yvan (Stimme des Tempelwächters). Oper und Extrachor des Theater Freiburg, Bernhard Moncado (Maestro del coro). Philarmonisches Orchester Freiburg, Fabrice Bollon (direttore). Registrazione: 4-7 maggio, 9 giugno e 28 luglio 2015. 2 CD CPO 555 013-2.

L’Orientalismo è stata una delle grandi mode artistiche dell’Europa del secondo Ottocento, nato sulla scia dell’espansione coloniale europea verso Africa e Asia, arricchito dalle rivelazioni di civiltà splendide e ignote che le missioni archeologiche al seguito degli imperi coloniali rivelavano ogni anno e che grandi mostre facevano conoscere al vecchio continente (a cominciare dalla grande mostra sull’arte assira al Crystal Palace di Londra nel 1851) influenzando ogni forma di espressione artistica. L’opera lirica alla ricerca di ambientazioni affascinanti e di soggetti venati di misteri e di peccati non poteva non interessarsi a questi mondi riscoperti e da Parigi – dove il genere si afferma prima e con maggiore sistematici – si diffonde in ogni contrada d’Europa. Una tappa importante dell’esotismo operistico ottocentesco è la Vienna del 1875 quando il compositore ungherese Karl – Károly – Goldmark porta in scena “Die Königin von Saba” accolta con uno straordinario successo destinato a durare fino alla metà del secolo successivo quando un incomprensibile oblio è sceso su questo autentico gioiello dell’opera tedesca.
Goldmark è la perfetta incarnazione di un certo ecclettismo culturale del tempo, capace di mediare fra opposte posizioni mantenendo una propria originalità pur fondendo stimoli diversi e a prima vista incompatibili. Amico di Brahms e ammiratore di Wagner – almeno sul piano artistico –, capace di fondere senza sentirne i contrasti insanabili il Grand-Opéra meybeeriano e il dramma musicale alla Wagner, riesce qui a creare un’opera di infinito fascino. Se lo schema di fondo resta sostanzialmente francese – quattro atti, ballabili, ampie scene di colore – questo si fonde con una scrittura perfettamente informata delle novità wagneriane e se il “Lohengrin” occhieggia in più d’un punto – specie nel trattamento delle masse corali – come non pensare alle macerazioni di Tannhäuser ascoltando quelle di Assad mentre i cromatismi del “Tristan und Isolde” si declinano in suggestioni arabo-persiane.
Il teatro di Friburgo non è certo un palcoscenico di primissimo piano ma in questi anni ha mostrato un certo coraggio nel riproporre opere a torto considerate minori e nel 2015 ha deciso di rimettere in scena “Die Königin von Saba” produzione fortunatamente ora disponibile su CD grazie alla CPO tanto più che l’esecuzione proposta si mostra di ottimo livello nonostante i limiti di base. La perfetta resa sonora rende giustizia alla qualità dei complessi di Friburgo che confermano il tradizionale alto livello delle orchestre tedesche e soprattutto alla splendida direzione di Fabrice Bollon che riesce nella non facile opera di tenere il perfetto dosaggio dei contradditori ingredienti richiesti da Goldmark riuscendo a dar pieno sfogo alla ricchezza orchestrale, allo splendore dei timbri e dei colori, alla seduzione esotica dei ritmi senza però diventare meramente edonistico, gratuitamente pompier ma mantenendo un’intensità espressiva e un senso teatrale costanti in tutto il dipanarsi della vicenda.
Il cast è privo di stelle ma si compone di validi professionisti che risolvono nell’insieme in modo più che apprezzabile le parti di rara difficoltà pensate da Goldmark. Nei panni della Regina di Saba Katerina Hebelková è più un soprano corto che un autentico mezzosoprano e la voce manca di opulenza nelle sensuali ventate sonore con cui spesso Goldmark l’accompagna ma musicalmente è corretta, sufficientemente solida nel reggere una scrittura spesso decisamente scomoda e molto attenta sul piano espressivo così che il personaggio riesce comunque a essere centrato. Un po’ flebile ma molto musicale anche la Sulamith di Irma Mihelič: il ruolo è da soprano lirico nel senso wagneriano del termine e alla Mihelič manca un po’ la robustezza che però l’artista compensa con eleganza e luminosità.
Sul versante maschile brilla il Salomon di Károly Szemerédy: splendida voce di baritono wagneriano, sontuosa nel timbro e imperiosa in un accento sempre appropriato e retta da una dizione esemplare, è un cantante da seguire con attenzione anche in altri repertori. Bella sorpresa il tenore tailandese Nuttaporn Thammati che riesce a recare dignitosamente in porto una delle parti più impegnative dell’intero repertorio tenorile. Voce bella, squillante, acuti sicuri; certo, è costretto a patteggiare con la tessitura di “Magische Töne” dove le previste mezzevoci  tendono a scivolare nel falsetto – ma chi tranne Gedda ha potuto cantare quest’aria senza patteggiamenti – così come manca un po’ di robustezza nei passaggi quasi da heldentenorer del monologo del deserto. Nell’insieme il ruolo è, però, risolto in modo più che dignitoso e non è poco. Molto buone le parti di fianco: Kim-Lilian Strebel (Astaroth), Kevin Moreno (Baal-Haanan), Jin Seok Lee (Il gran sacerdote), Andrei Yvan (La voce del guardiano del tempio) e sontuosa la prova del coro.

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