Venezia, Palazzetto Bru Zane: “Mi permette questo valzer?”

Venezia, Palazzetto Bru Zane, Festival “Jacques Offenbach e la Parigi della musica leggera”, dal 29 settembre al 28 ottobre 2018
MI PERMETTE QUESTO VALZER?”
Pianoforte Philippe Hattat
Claude Debussy:  Valse romantiqu; Gabriel Pierné: Viennoise op. 49; Benjamin Godard:  Valse no 5 dite “chromatique” op. 8; Gabriel Fauré: Valses-Caprices : No 4 en la bémol majeur op. 6;  Frédéric Chopin: Trois Valses op. 34 : N° 1 Vivace – N° 2 Lento – N° 3 Vivace; Théodore Dubois: Valses intimes : 1. Modéré – 2. Un peu plus vite – 3. Modéré – 4. Pas vite, et un peu à l’aise – 5. Vif – 6. Mouvement modér; Marie-Joseph-Alexandre Déodat de Séverac: Pippermint-Ge; Camille Saint-Saëns: Étude en forme de vals.
Venezia, 12 ottobre 2018
Sembrava quasi intimorito Philippe Hattat nel presentarsi al pubblico del Palazzetto Bru Zane, poco prima di sedersi al pianoforte: lo sguardo mansueto, il sorriso appena accennato, il corpo piuttosto esile avrebbero potuto essere quelli di un ragazzo poco più che adolescente alle prime armi. Invece, non appena ha messo le mani sulla tastiera, ha mostrato la grinta, l’energia, la padronanza tecnica di un vero e proprio mattatore e, nello stesso tempo, la sensibilità di un fine interprete, cui certo non manca – nonostante i suoi venticinque anni – un curriculum di tutto rispetto, quanto a titoli di studio, affermazioni in concorsi internazionali, attività concertistica. Così tutti i presenti in sala sono stati idealmente travolti dal ritmo della danza più seduttrice, più evocativa dell’Europa romantica, dell’atmosfera magica dei suoi salotti altolocati come di quella, più dimessa, delle sale da ballo popolari. Quelli eseguiti dal giovane solista non erano, comunque, valzer destinati alla danza, bensì composizioni ascrivibili alla cosiddetta “musica pura”, in cui prevale una dimensione, appunto, evocativa, nostalgica, rispetto ad un mondo avvertito ormai come sempre più lontano, e dove ai movimenti della danza l’autore intreccia anche i “moti” del proprio cuore”, così come avviene già a partire da Chopin, con i suoi celebri valzer, fino all’ultimo Ottocento e ben oltre.
Nel primo brano in programma, Valse romantique – composta, nel 1890, da un Debussy appena trentenne –, il vagheggiamento di un mitico passato traspariva da un’interpretazione, che ha saputo trovare il tocco più appropriato, a rendere le atipiche concatenazioni armoniche, le tessiture strumentali, leggere e trasparenti, gli arpeggi e gli arabeschi, che già percorrono lo stile della maturità. Al 1932 risale la prima esecuzione della Viennoise di Pierné; un brano lungo e vario, dove si sono colte tutta l’eleganza, tutta la sensualità della Suite de valses, costituente la prima parte, mentre nella seconda, Cortège-Blues, si è goduto il vago sapore esotico, che la caratterizza, per quanto il richiamo al genere musicale afro-americano non corrisponda affatto a una reale aderenza al modello originale.
Particolarmente brillante è risultata la Valse “chromatique” di Godard, risalente ai primi anni Ottanta dell’Ottocento: una sorta di rapsodia, che esplora le risorse del cromatismo senza peraltro alterare né l’armonia né la propria natura melodica (vedi certi studi di Chopin e Liszt). Si tratta di un pezzo virtuosistico, ma da eseguirsi senza alcun esibizionismo, con qualche tocco spiritoso come l’incipit, che prende forma per progressive aggiunte di note, in base a un procedimento simile a quello usato da Beethoven nelle prime battute del finale della Prima sinfonia.
Straordinarie doti virtuosistiche – pur senza ostentazione e con grande attenzione alle numerose indicazioni agogiche, secondo le intenzioni dell’autore – ha confermato Philippe Hattat nell’ultima delle Valses-Caprices di Fauré, composte tra il 1882 e il 1894: una raccolta, in cui si coglie l’evoluzione dell’autore, che vi adotta armonie via via più originali e raffinate. Mai mellifluo né in qualche modo eccessivo è risultato il suo Chopin, interpretando le Trois Valses op. 34, composte in periodi molto diversi e pubblicate alla fine del 1838. Sono tre pezzi, che rispecchiano una varietà di vicende professionali e affettive, e dunque non concepiti per la danza, rivelando caratteri evidentemente diversi rispetto ai canoni del valzer ottocentesco: specialmente quello centrale – in modo minore, malinconico e in tempo lento, cui peraltro ci è parso che il solista abbia impresso una velocità eccessiva – e l’ultimo vorticoso fino alla vertigine.
Toni più delicati hanno caratterizzato il ciclo delle Valses intimes di Dubois, pubblicate nel 1909 e così definite per sottolinearne la brevità e la limpidezza della scrittura, scevra da ogni virtuosismo, mentre con Pippermint-Get di Déodat de Séverac, scritto nel 1907 – il cui titolo corrisponde al nome di un liquore allora prodotto nei pressi di Tolosa – la platea è stata invasa dalla frivolezza, dalla spensieratezza della Belle Èpoque, che avvicinano questo pezzo sia alla produzione pianistica di Godard sia alla musica composta per i primi film comici muti.
Degno finale – pirotecnico! – di questa rassegna è stato l’Étude en forme de valse di Camille Saint-Saëns, virtuoso del pianoforte – che iniziò a studiare a soli a due anni e mezzo – e prolifico compositore per il suo strumento: uno studio, che richiede la padronanza del cosiddetto jeu perlé e decisamente troppo sperticato nella forma per essere preso in considerazione da ipotetici danzatori, risultando invece un formidabile pezzo da concerto, che ha qualcosa di diabolico analogamente al Mephisto-Walzer di Liszt. A fine serata il pubblico, galvanizzato, si è lanciato in fragorosi applausi, premiati da due altrettanto funambolici bis: Valse-Impromptu di Georges Jean Pfeiffer e Souvenirs d’Orient di Ludovic Lamothe.

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