Ruggero Leoncavallo (1858 – 1919) 100 – 2: “Pagliacci” (1892)

Ruggero Leoncavallo (Napoli 23 aprile 1857 – Montecatini Terme, 9 agosto 1919)
A 100 anni dalla morte
Prima della rappresentazione dei Medici, Leoncavallo aveva composto Pagliacci in un Prologo e due atti adeguandosi al filone verista del cui successo presso il pubblico era una testimonianza Cavalleria rusticana di Mascagni. Per questo lavoro il compositore, come ebbe a dire nel Prologo, rielaborò un nido di memorie, affermando, infatti: «Un nido di memorie in fondo all’anima /cantava un giorno, ed ei con vere lacrime/ scrisse, e i singhiozzi il tempo gli battevano!»
Questi versi del Prologo, cantati da Tonio nelle vesti di Taddeo, la maschera che il personaggio indosserà nella commedia dell’atto secondo dell’opera, possono essere presi come cifra essenziale in quanto nucleo fondamentale da cui Leoncavallo trasse ispirazione. L’argomento, infatti, si riferisce ad un fatto di cronaca che non si svolse nei termini con cui è stato descritto nell’opera e riguardò indirettamente la famiglia del compositore, in quanto protagonista della triste vicenda fu il ventenne Gaetano Scavello, al servizio della famiglia del compositore, ucciso dal calzolaio Luigi D’Alessandro per motivi di gelosia essendo entrambi innamorati di una ragazza del paese. Sembra che Scavello avesse frustato, con un ramo d’albero, alle gambe un tale Pasquale Esposito, garzone di Luigi D’Alessandro, per essersi rifiutato di spiegare il motivo per cui aveva accompagnato la ragazza nella casa colonica del suo padrone. La sera successiva Luigi D’Alessandro, insieme con il fratello Giovanni, decise di lavare con il sangue l’affronto subito uccidendo il rivale all’uscita da uno spettacolo. Il padre di Leoncavallo, all’epoca dei fatti, magistrato in Calabria, istruì, nella parte iniziale il processo che si concluse con la condanna a vent’anni di reclusione per Luigi e ai lavori forzati a vita per Giovanni. Leoncavallo, che in quel periodo aveva appena 8 anni, affermò, modificando la realtà, di essere stato testimone diretto dell’assassinio che sarebbe stato perpetrato da un uomo vestito da Pagliaccio il quale aveva prima ucciso la moglie accusata di averlo tradito con Gaetano Scavello adducendo come prova un biglietto dell’amante ritrovato tra i suoi vestiti. Leoncavallo, traendo ispirazione forse anche dalla Femme de tabarin di Catulle Mendès e Paul Ferrier e da Un drama nuevo di Manuel Tamayo y Baus, lavorò con grande entusiasmo all’opera che propose a Sonzogno dopo essersi liberato dai vincoli contrattuali firmati con Ricordi per I Medici. Finalmente nella primavera del 1892 un raggiante Leoncavallo poté lavorare all’allestimento dei Pagliacci che fu rappresentata per la prima volta al Teatro Dal Verme di Milano il 21 maggio 1892 sotto la direzione di un giovanissimo Toscanini con Fiorello Giraud (Canio), Adelina Stehle (Nedda), Victor Maurel (Tonio), Francesco Daddi (Beppe) e Mario Roussel (Silvio) al posto di Mario Ancona che si era ammalato con notevole successo del quale lo stesso compositore informò l’editore assente:
“Eccovi le mie impressioni secondo l’effetto prodotto sul pubblico. Il prologo è di effetto sicuro tanto è vero che se ne chiede sempre il bis che poche volte il signor Maurel concede. E credete pure che tanto per questo pezzo come per tutta la parte di Tonio non è indispensabile il Maurel, anzi sono convinto che degli artisti come Pignalosa, Menotti e Fumagalli ed altri della stessa forza converranno allo stesso effetto con maggiore freschezza di voce. Quanto alla sortita del tenore, se non fa tutto l’effetto è a causa dell’esecuzione. Il Giraud è pieno di buona volontà ma fuori dalla romanza che canta nervosamente e che per la situazione fa richiedere il bis sempre, tutto il resto della parte non è reso né come voce né come azione. A me pare che la sortita avrebbe bisogno di essere un po’ allungata; ma come dissi aspetto un vostro consiglio in proposito. Ma nemmeno per questa parte di Canio occorrerà né un Tamagno né altro divo. Mi basta un tenore del genere don José come quelli han fatto questa parte senza grandi paghe come Metellio, Garulli, Perez, De Marchi ecc.
Il coro delle campane è un effetto sicuro ed ha tutte le ragioni di esserci contrariamente all’apprezzamento del signor Lamperti. E per di più è un bis sicuro. L’aria della donna non si discute perché dalla prima sera ebbe ad unanimità l’onore del bis. Ed anche per questa parte non richiedo che un’artista che faccia bene la Cavalleria come Othon, la Ferrani ed è meglio se ce ne saranno delle migliori”.
Prologo. Pagina giustamente celebre, il Prologo è aperto da un’introduzione strumentale in cui, dopo un vivace tema saltellante che sembra rappresentare l’ambiente dei saltimbanchi, vengono esposti alcuni dei temi principali dell’opera e, in particolar modo, il motivo, qui affidato ai corni, della romanza Vesti la giubba, che accompagna le parole Ridi Pagliaccio, sul tuo amore infranto, e rappresenta la disperazione del protagonista di fronte alla rivelazione del tradimento della moglie, oltre a quello del duetto d’amore tra Nedda e Silvio. Il primo, inoltre, appare legato indissolubilmente a quello di Un nido di memorie del quale è una variante e che sembra marcare l’intenzione del compositore di affermare che gli eventi da lui narrati riemergono dalla sua memoria.
Con il successivo Prologo “vocale”, la cui reintroduzione è giustificata solo apparentemente con la presenza delle antiche maschere, Leoncavallo espresse, invece,  la sua poetica, restituendo, quindi, a questo momento la funzione metapoetica di discorso sul teatro, di derivazione latina e, in particolar modo, terenziana, e, in questo caso, sul teatro verista. Tonio, nelle vesti di Taddeo, canta, infatti:
“L’autore ha cercato invece pingervi

uno squarcio di vita. Egli ha per massima
sol che l’artista  è un uom e che per gli uomini
scriver ei deve. – Ed al vero ispiravasi”.
Il vero è, dunque, l’oggetto della poetica di Leoncavallo, non tanto quello crudo e drammatico della cronaca, quanto, invece, quello dei sentimenti universali dell’odio, dell’amore e della rabbia, provati dai personaggi in un modo esemplare. Per questo motivo Tonio, sempre nel Prologo, può dichiarare:
“Dunque, vedrete amar sì come s’amano gli esseri umani;

vedrete de l’odio
i tristi frutti. Del dolor gli spasimi,
urli di rabbia, udrete, e risa ciniche!”
La verità a cui aspirò il compositore è, dunque, quella dei sentimenti, che presiedono e determinano i comportamenti degli uomini, ed all’artista, uomo come gli altri, come il suo pubblico, come gli stessi attori dotati di un’anima, spetta il compito di svelarli e di mostrarli nella loro realtà in una concezione del teatro che si fa sempre più vita, investendo gli aspetti più intimi dell’uomo. Tonio-Taddeo, dopo aver rivolto al pubblico una forma di captatio benevolentiae, chiedendogli di considerare il fatto che anche loro sono uomini di carne e ossa, invita in modo metateatrale i compagni a incominciare la rappresentazione.
Atto primo. Annunciati da un gaio tema esposto da trombe poste dietro le quinte, giungono in un villaggio non ben precisato dei teatranti accolti da un coro festante di paesani (Son qua) che lasciano la parola a Canio il quale invita i presenti a un Grande spettacolo a ventitré ore, del quale anticipa alcuni momenti. Il clima festante prosegue sul ritmo di uno scherzo con alcuni monelli che insultano Tonio, mentre un contadino invita i teatranti a bere un buon bicchiere. Tutti accettano tranne Tonio che, con la scusa di voler sistemare il somarello, dice agli altri di precederlo suscitando il commento ironico di un contadino il quale, innescando un gioco di sovrapposizioni tra teatro e realtà, afferma che vuole restare solo per fare la corte a Nedda. Il commento non è gradito da Canio, il quale nell’aria Un tal gioco credetemi cerca di marcare una distinzione tra teatro e vita come dimostra la struttura musicale del brano A-B-C-A1. Alla minacciosa sezione iniziale (A) (Un tal gioco credetemi) seguono ben distinte: prima la descrizione ironica della reazione di Pagliaccio sul palcoscnico di fronte alla scoperta che la moglie lo tardisce su un tema che riascolteremo nella commedia del secondo atto (B) (E se lassù Pagliaccio); poi quella molto arcigna del comportamento dell’uomo (C) (Ma se Nedda sul serio sorprendessi) e la ripresa della sezione iniziale (A1). Il tema dello scherzo cerca di riportare il clima all’allegria iniziale, mentre Nedda appare turbata. Il suono dell’oboe, però, distoglie l’attenzione dei presenti che, attratti dal contemporaneo suono delle campane, intonano il coro onomatopeico Din don, suona vespero. Rimasta sola sulla scena, Nedda, su un angoscioso sincopato degli archi che accompagna il tema della gelosia di Canio, scuro ed insinuante nella parte dei violoncelli per poi dare vita a quello lirico e pieno di slancio del duetto d’amore, appare turbata dalle parole del marito, quando il canto e il volo degli uccelli, evocati onomatopeicamente dall’ottavino, dal flauto e dall’arpa, le suggeriscono la ballatella, Stridon lassù, nella quale afferma che anche gli uccelli del cielo sono irrequieti, come gli uomini, perché alla ricerca di qualcosa che sfugge loro. Subito dopo si scopre che il contadino, scherzando, aveva ragione: Tonio voleva restare solo per corteggiare Nedda, ma il suo atteggiamento appare goffo sin dall’arietta So ben che difforme nella quale, però, si insinua anche il carattere malvagio dell’uomo che esplode dopo il rifiuto da parte della donna che si difende dai suoi violenti approcci colpendolo in faccia con una frusta lasciata da Beppe. Il tema del duetto d’amore introduce la scena successiva nella quale Silvio, vincendo le resistenze della donna (Decidi il mio destin), le dà appuntamento, dopo la recita, per fuggire insieme. Le ultime parole di Nedda,  A sta notte e per sempre tua sarò, sono udite da Canio che, messo sull’avviso da Tonio, è rientrato per affrontare l’amante della moglie, ma non riesce a raggiungerlo. L’uomo, in preda all’ira, si rivolge alla donna chiedendole in modo brutale il nome dell’amante ed è fermato da Beppe che cerca di portare la calma per iniziare preparativi dello spettacolo. Mentre si prepara per la recita, Canio intona il celebre arioso Vesti la giubba, nel quale identificandosi con il personaggio che dovrà intepretare sulla scena, manifesta tutto il suo dolore su un tema che mostra la sua parentela con quello di Un nido di memorie.
Intermezzo. Realtà e finzione scenica, che si fronteggiano nell’animo del protagonista, sono anche i motivi caratterizzanti di questo Intermezzo che si apre con un inquietante e drammatico tema nel quale agli archi, raddoppiati dal fagotto, dai clarinetti e dal corno inglese, rispondono, con un inciso pensoso e incerto, i flauti. Dopo questa breve introduzione i violini primi espongono, variandolo leggermente, il tema che accompagnava i versi citati in precedenza affidati nel Prologo a Tonio. Il dramma, che sembra materializzarsi in questa prima parte dell’Intermezzo, viene stemperato nella sezione successiva dove è ripreso il tema conclusivo del Prologo, che accompagnava le parole di Tonio: «E voi, piuttosto / che le nostre povere gabbane d’istrioni, / le nostr’anime considerate, / poiché siam uomini / di carne e d’ossa.
Atto secondo. Dopo una scena iniziale, nella quale il pubblico viene chiamato allo spettacolo sui temi già ascoltati all’inizio dell’opera, comincia la metateatrale commedia che si apre con un settecentesco minuetto sulle cui movenze Colombina, sola, attende il suo amante Arlecchino che le canta una serenata (O Colombina). Giunge Taddeo che, replicando gli eventi quasi dell’atto primo, corteggia goffamente e in modo caricaturale Colombina fino a quando non viene cacciato via da Arlecchino. I due, su un tema di Gavotta, danno vita ad un duetto comico interrotto da Taddeo che annuncia l’arrivo di Pagliaccio. Colombina congeda Arlecchino con le stesse parole che aveva detto a Silvio creando una sovrapposizione tra finzione e realtà. Alle parole di Colombina Canio rivendica la sua dignità di uomo celato sotto la maschera nel concitato brano No, Pagliaccio non sono i cui toni drammatici sono accolti dal pubblico come segno di una grande interpretazione. Alla fine la realtà ha il sopravvento sulla finzione e Canio uccide sulla scena Nedda che, morente, dice il nome del suo amante anche lui accoltellato, mentre Tonio-Taddeo pronuncia l’ultima battuta: la commedia è finita. L’orchestra esplode riprendendo, come avviene di solito nelle opere veriste, uno dei temi fondamentali, qui rappresentato da quello che accompagna Vesti la giubba.

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