Venezia, Scuola Grande San Giovanni Evangelista: “Una notte d’estate” con Véronique Gens & “I Giardini”

Venezia, Scuola Grande San Giovanni Evangelista
UNE NUIT D’ÉTÉ”
Soprano Véronique Gens
I Giardini”
Violini Pierre Fouchenneret, Pablo Schatzman
Viola Léa Hennino
Violoncello Pauline Buet
Pianoforte David Violi
Melodie di Guillaume Lekeu, Gabriel Fauré, Hector Berlioz, Jules Massenet, Camille Saint-Saëns, Ernest Chausson, Guy Ropartz, Louiguy, Andrè Messager, Reynaldo Hahn. Brani cameristici di Gabriel Fauré, Fernand de La Tombelle e Charles-Marie Widor.
Venezia, 20 settembre 2019
“Autunno. Già lo sentimmo venire/nel vento d’agosto,/nelle pioggie di settembre”, così recita una poesia di Vincenzo Cardarelli. Invece per il Palazzetto Bru Zane-Centre de musique romantique française l’autunno tarda a venire, se la sera del 20 settembre, il giorno prima dell’inizio ufficiale di questa stagione dell’anno – nonché del ciclo “Reynaldo Hahn, dalla Belle Époque agli anni ruggenti” –, è riuscito a regalarci la magia di “Una notte d’estate”: questo il tema del concerto svoltosi presso la Scuola Grande di San Giovanni Evangelista, a celebrazione dei primi dieci anni della sua attività. In occasione di tale importante ricorrenza, è di questi giorni l’uscita di un cofanetto contenente dieci CD, “The French Romantic Experience” – con numerosi brani scelti tra le proposte più significative, realizzate in questo decennio di riscoperte, mentre un gala lirico-sinfonico si terrà il 7 ottobre a Parigi, presso il Théâtre des Champs-Élysées. Nell’ottobre 2009, dopo radicali lavori di restauro, che ridonavano all’edificio l’antico splendore, nasceva presso il Casino Zane, un’istituzione dedicata allo studio di un periodo cruciale della storia della musica francese – eppure ampiamente dimenticato e talora sottovalutato – corrispondente al “grande Ottocento”, vale a dire un periodo, che debordando rispetto ai limiti temporali del secolo XIX°, si estende dai riformatori della seconda metà del Settecento fino al termine della carriera di coloro che, agli inizi del Novecento, si inserirono nella scia di Saint-Saëns e Massenet. Autori sconosciuti, grandi titoli dimenticati, lavori poco noti di compositori famosi come Offenbach, Dukas, Gounod o Lalo venivano riscoperti e riproposti. Nessun genere era considerato “minore”: anche l’operetta, la neonata commedia musicale e la chanson da caffè-concerto potevano avere adeguato spazio nei programmi, nonché apprezzamento da parte del pubblico e della critica. La mélodie francese – simbiosi fra l’arte del poeta e quella del compositore, fiore all’occhiello della musica della Belle Époque – era il genere dominante in questo “Concerto dei dieci anni”. Inizialmente sostenuta dal solo pianoforte, la mélodie si è gradatamente arricchita – per quanto riguarda l’accompagnamento – dei colori dell’orchestra, grazie al talento di Duparc, Saint-Saëns, Debussy e di molti altri ancora da riscoprire. Stranamente solo per poche opere era previsto l’accompagnamento di un ensemble da camera, associando l’arte della mélodie a quella del comporre per una piccola formazione strumentale: tra queste, Chanson perpétuelle di Chausson, Nocturne di Lekeu e il ciclo La Bonne Chanson di Fauré, che uniscono quintetto d’archi con pianoforte e voce, oscillando fra intimismo cameristico e ambizione di evocare l’orchestra. Per la maggior parte delle melodie proposte, l’arrangiamento è stato realizzato da Alexandre Dratwichi alla maniera ottocentesca, senza sovraccaricare la scrittura degli archi con inopportuni effetti virtuosistici, così come, del resto, avviene per la voce, impegnata in un registro medio, alieno da eroismi operistici o da eccessive colorature, che pregiudichino la chiarezza della linea melodica.
Il programma, proposto dal Palazzetto Bru Zane ed eseguito da Véronique Gens e dall’ensemble I Giardini (inciso su disco in coproduzione con Alpha Classics) aveva come filo conduttore i turbamenti notturni: il fascino del crepuscolo, il viaggio attraverso il sogno, il terrore dell’incubo, la bellezza della festa. Lo charme di queste melodie ha conquistato fin da subito il pubblico, che gremiva la sala capitolare della Scuola grande di San Giovanni Evangelista; complici ovviamente gli interpreti, che hanno saputo rendere appieno i colori, i climi psicologici, le suggestioni paesaggistiche, spesso venate di esotismo, di queste musiche, ora languide ora scanzonate. Mattatrice della serata è stata Véronique Gens. Con voce pastosa, dal timbro omogeneo e impeccabile fraseggio ha reso i toni crepuscolari, caratterizzanti i brani compresi nella prima parte del programma (Crépuscule. Nuit d’amour): Nocturne di Guillaume Lekeu, evocante un paesaggio, visto con gli occhi dell’anima, e “La Lune blanche luit dans les bois”La Bonne Chanson di Gabriel Fauré (da Verlaine: versi famosi, che hanno ispirato innumerevoli versioni musicali), in cui la l’atmosfera di generale malinconia si dissolve, allorché si rivela la pienezza dell’“ora squisita”. Nel gruppo successivo di melodie (Rêve. Nuit d’ailleurs) la dimensione onirica si è colta in L’Île inconnue di Berlioz (l’ultima mélodie delle Nuits d’été, su versi di Théophile Gautier ), dove la vagheggiata partenza per paesi lontani si scontra nel finale con una dura constatazione, che ridimensiona l’illusione di trovare, in qualche luogo, l’amore eterno. L’esotico, invece, dominava in Nuit d’Espagne di Massenet – dove staccati stilizzano la chitarra e l’armonia è, talora, sobriamente folkloristica –, che canta una Spagna da sogno, dove la notte serena è “il momento dell’amore”, e in Désir de l’Orient di Saint-Saëns, che ha il fascino e la sensualità di un “altrove” immaginario, con qualche tocco “alla giapponese”. Un’antitetica visione della notte opponeva le ultime due sezioni del programma (Cauchemar. Nuit d’angoisse e Ivresse. Nuit de fête).Quanto alla prima, un alone di mestizia ha investito la platea con Chanson perétuelle di Chausson – percorsa da echi wagneriani –, dove la delusione amorosa, la disperazione della donna abbandonata assumono toni sepolcrali; gli stessi che troviamo nella decisamente funerea “Ceux qui, parmi les morts d’amour” (traduzione del compositore stesso da Heine), in cui la notte fa da sfondo alle dolorose effusioni dei morti suicidi per amore. Il clima si è totalmente rasserenato con La Vie en rose (1945) di Louis Guglielmi (detto Louiguy), la canzone – eseguita in apertura di Ivresse. Nuit de fête – resa celebre da Édith Piaf, in cui l’ebbrezza, provata dalla donna nelle notti d’amore, evoca anche quella che si diffuse in Francia e in tanti altri Paesi, con la fine della guerra, una cupa notte che sembrava eterna. Seguivano la spregiudicata “J’ai deux amants” di André Messager, su libretto di Sacha Guitry, con la donna, che non esita a gloriarsi di quanto affermato nel titolo, e – per quanto si tratti di una festa d’addio – La Dernière Valse di Reynaldo Hahn, dove l’ultimo valzer, danzato in una notte autunnale con l’uomo, che ormai non l’ama più, è per la donna occasione di ripianto per un passato felice, ma anche di consapevolezza “che l’amore è un’avventura che dura una stagione”. Esemplare nel corso dell’intero concerto, per finezza interpretativa e cura del suono, la prestazione dell’ensemble I Giardini, che ha brillato di luce propria nei tre brani strumentali, posti fra i pezzi cantati: Molto moderato dal Quintetto con pianoforte n. 1 op. 89 di Gabriel Fauré; Orientale di Fernand de La Tombelle; Molto vivace dal Quintetto con pianoforte n. 1 op. 7 di Charles-Marie Widor. Calorosi applausi nel corso dello spettacolo e alla fine. Due bis: Après un rêve di Fauré e di nuovo, La vie en Rose. Foto Matteo De Fina

 

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