Napoli, Teatro di San Carlo: “Sogno di una notte di mezza estate” di Paul Chalmer

Napoli, Teatro di San Carlo, stagione di balletto 2018-2019
“SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE”
Balletto in due atti su coreografia di Paul Chalmer, musiche di Felix Mendelssohn Bartholdy
Puck SALVATORE MANZO
Titania MAYA MAKHATELI
Oberon VITO MAZZEO
Ippolita ANNA CHIARA AMIRANTE
Teseo ALESSANDRO STAIANO
Bottom EDMONDO TUCCI
Elena CLAUDIA D’ANTONIO
Lisandro STANISLAO CAPISSI
Ermia LUISA IELUZZI
Demetrio ERTUGREL GJONI
Soprano PAOLA FRANCESCA NATALE
Mezzo soprano MIRIAM ARTIACO
Solisti, Corpo di Ballo, Orchestra, Coro di Voci bianche e Scuola di Ballo del Teatro di San Carlo
Direttore Pietro Borgonovo
Direttore del Balletto Giuseppe Picone
Maestro del coro di Voci bianche Stefania Rinaldi
Direttore della Scuola di Ballo Stéphane Fournial
Scene Pasqualino Marino
Costumi Elena Mannini (costumi originali del Teatro dell’Opera di Roma)
Produzione del Teatro di San Carlo
Napoli, 18 ottobre 2019
La prima del sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare su musica di Felix Mendelssohn -Bartholdy, nella versione coreografata da Paul Chalmer, apre l’autunno ballettistico al San Carlo in un’atmosfera fantastico-romantica che immerge il pubblico in un mondo in cui realtà e finzione coesistono e si alimentano: coppie della vita reale e coppie celesti, coppie mitiche e coppie della tradizione letteraria metateatrale, fate dee cavalieri dame re e regine. Tutti ingredienti vincenti per la complessa trama che ha ispirato importanti coreografi della storia del balletto: da Marius Petipa (su musica di Ludwig Minkus, 1876), Mikhail Fokin (1905-1906) – entrambi per la platea di San Pietroburgo; il grandissimo George Balanchine (1962, New York City Center of Music and Drama) che segna uno spartiacque nella messa in scena del soggetto shakespeariano, concentrando l’azione nel primo atto e dedicando al divertissement di danze per le nozze delle coppie protagoniste tutto il secondo atto e che dalla musica di Mendelssohn trasse la sua ispirazione profonda; Frederik Ashton, con Ninette de Valois, diede al teatro inglese la propria versione, The Dream (1964, Covent Garden), poi ancora Heinz Spoerli (1976, Basilea), John Neumeier con varianti musicali (1977, Amburgo), Linsday Kemp (1979) e  Amedeo Amodio (1993, Reggio Emilia-Aterballetto).
L’allestimento firmato da Paul Chalmer risale a una creazione commissionata, dieci anni or sono, per il Teatro dell’Opera di Roma dal regista Beppe Menegatti sotto la direzione di Carla Fracci, che interpretò la regina Ippolita. La versione attuale è il frutto di una riscrittura della maggior parte delle parti coreografiche ri-create sul Corpo di Ballo del Teatro di San Carlo, innanzitutto di quello della regina Ippolita (che da ruolo pantomimico diviene danzato) e aggiunge nuovi brani musicali dello stesso Mendelssohn. La maturazione del prodotto, rispetto alla sua creazione, passa per questi dieci anni di esperienza “altra” e si stacca dalla lettura condizionata dalle scelte registiche di allora, per portare in scena una visione personale matura. La linea coreografica sposa il gusto neoclassico che trionfa nella successione dei quadri e nelle difficilissime sequenze solistiche perfettamente musicali ed evocative del carattere di ciascun personaggio.
Vito Mazzeo, danzatore di formazione scaligera per il quale fu creato il ruolo da Chalmer, è un Oberon di indubbio valore ma non coinvolge lo spettatore, forse per una questione di fisicità efebica, sia pure sorretta da un gran valore tecnico. La regina Ippolita è interpretata dalla bravissima Maya Makhateli, Principal del Duch Nagtional Ballet, forte di un uso della tecnica che sa ‘vestirsi’ alla perfezione del manto musicale e sa trasformare in bellezza ogni passo, trasfigurando la propria fisicità in una estetica che si genera dal movimento. Il vero protagonista del balletto è però Puck, interpretato da un Salvatore Manzo straordinariamente nel personaggio: aguzzo, veloce e pulitissimo nella tecnica, non ha mai uno sbandamento. Emergono le soliste di casa Claudia D’Antonio (Elena), Luisa Ieluzzi (Ermia), Anna Chiara Amirante (Ippolita), ognuna delle quali spicca per le proprie peculiarità, che più volte abbiamo evidenziato nelle recensioni passate (l’esiguità dell’organico del Corpo di Ballo sancarliano e la mancanza di rotazione dei ruoli solistici “costringe” a seguire quasi sempre gli stessi elementi – probabilmente però sono davvero in pochi a poter sostenere determinati ruoli), tutte e tre a proprio agio nel gestire le difficoltà delle sequenze. Claudia D’Antonio è tuttavia quella che più riesce a trasmettere al pubblico la verità del personaggio. Sottotono Alessandro Staiano, nel ruolo di Teseo, meno pulito e comunicativo del solito, alla prima recita da noi seguita. Ottima prestazione di Carlo De Martino nel divertissement del giudizio di Paride, mentre tra le danzatrici che interpretano le tre dee (Hera, Atena, Afrodite), solo Martina Affaticato si mostra abile nel mantenere pulizia tecnica e musicalità. Particolarmente divertente la messa in scena metateatrale di Piramo e Tisbe da parte dei cinque artigiani e di Bottom, interpretato dal primo ballerino  Edmondo Tucci.
Impreciso il corpo di ballo (sia femminile che maschile): in particolare il Pas di dame e cavalieri della corte di Teseo è apparso il meno pulito. Inoltre l’utilizzo del velluto per i costumi azzurri delle dame non ha aiutato a conferire all’occhio leggerezza e verticalità della figura: unico neo legato ai costumi di Elena Mannini, che in una visione generale costituiscono un punto di forza, insieme alla scenografia di Pasqualino Marino, dello spettacolo.Bella prestazione dell’orchestra diretta dal Maestro Pietro Borgonovo; meno gradevole la parte vocale assegnata al soprano Paola Francesca Natale e al mezzosoprano Miriam Artiaco, mentre il Coro di Voci Bianche diretto da Stefania Rinaldi, tutto costipato sulla sinistra, non riusciva a far arrivare una sonorità perfetta al palco reale, probabilmente per motivi legati al posizionamento non simmetrico.
Uno spettacolo nel complesso ben riuscito, che non giustifica l’accoglienza tiepida da parte del pubblico della ‘prima’, ovvero dimostra quanto questo tipo di pubblico, fatto di autorità e dalla “Napoli bene”, non si senta così coinvolto emotivamente nella fruizione dell’evento teatrale come invece succede al pubblico più giovane e meno inquadrato nelle istituzioni (non mancavano consultazioni periodiche dei cellulari anche da parte di coloro che avrebbero dovuto dare il buon esempio).Calata la tela, Mendelsshon lascia lo spettatore nell’atmosfera incantata del suo Sogno, che perdura fin dopo l’uscita dall’edificio teatrale; il lavoro di Paul Chalmer ha il merito di ben accompagnare e sostenere questa peculiarità e si afferma nel suo genere come importante tassello del repertorio ballettistico da conservare negli annali della danza accademica. (foto Francesco Squeglia)

 

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