Novara, Teatro Coccia: “Ernani”

Novara, Teatro Coccia – Stagione d’Opera 2019-20
“ERNANI
Dramma lirico in quattro atti di Francesco Maria Piave, tratto dall’omonima tragedia di Victor Hugo
Musica di Giuseppe Verdi
Ernani MIGRAN AGADZHANYAN
Don Carlo AMARTUVSHIN ENKHBAT
Don Ruy Gomez de Silva SIMON ORFILA
Elvira ALEXANDRA ZABALA
Giovanna MARTA CALCATERRA
Don Riccardo ALBERT CASALS
Jago EMIL ABDULLAIEV
Orchestra della Fondazione Teatro Coccia in collaborazione con il Conservatorio “G. Cantelli”
Coro Sinfonico di Milano “Giuseppe Verdi”
Direttore d’orchestra Matteo Beltrami
Maestro del Coro Jacopo Facchini
Regia Pier Francesco Maestrini
Scene e Costumi Francesco Zito
Luci Bruno Ciulli
Recupero storico dell’allestimento in coproduzione con il Teatro Massimo di Palermo
Coproduzione della Fondazione Teatro Coccia Onlus e del Teatro Verdi di Pisa
Novara, 18 ottobre 2019
L’ “Ernani” andato in scena recentemente a Novara è stato vittima di una serie di sfortunati eventi: in primis un virus influenzale dilagante tra il cast, che ha costretto al forfait
del soprano Courtney Mills, mentre l’indisposto Migran Agadzhanyan ha stoicamente calcato la scena, pur limitatamente alle sue possibilità.  

A ciò si aggiunge una furiosa perturbazione che ha imperversato sulla città e che ha sicuramente pesato sulle defezioni del pubblico in sala. Insomma: c’è tensione nell’aria, per un titolo, peraltro, non facilissimo: “Ernani” è opera giovanile di Verdi, che ancora presenta molti limiti, drammaturgici e musicali – così come parti non certo facili per i ruoli principali. Sarà questa tensione, forse, che ha guidato la bacchetta del maestro Matteo Beltrami,  che ci ha regalato una direzione molto energica (in ciò ben corrisposto nelle intenzioni dall’Orchestra della Fondazione Teatro Coccia in collaborazione con il Conservatorio “G. Cantelli”), piuttosto equilibrata nelle parti, ma sicuramente perfettibile. Riproporre un titolo del primo Verdi richiede una direzione ragionata, che miri a smussare le asperità strutturali e le ingenuità “bandistiche” del giovane compositore: è parso, invece, che Beltrami le abbia tutte cavalcate, sicuramente divertendosi – e vivaddio che qualcuno ancora si diverte nel suo lavoro! – ma restituendoci una concertazione dai tratti eccessivamente baldanzosi. Certo, il giovane Verdi è così, si potrebbe obiettare, tutto slanciato e risorgimentale, spesso a scapito della compostezza: ci sarebbe, allora, da interrogarsi sull’effettivo apporto che un direttore d’orchestra debba dare alla partitura… insomma, la quaestio è ben più che vexata, ma la sensazione chiarissima è che questo “Ernani” avrebbe potuto essere circonfuso di maggiore nobiltà, alla ricerca di un romanticismo un po’ più introspettivo. Senz’altro anche l’allestimento storico non aiuta a staccarsi dallo stereotipo: l’éscamotage dei diversi sipari usati in alcuni punti per creare forse giochi metateatrali – comunque poco riusciti – non ci allontana dalla convenzione, e la regia di Pier Francesco Maestrini (succeduto al compianto Beppe de Tomasi, che la congeniò per primo vent’anni or sono) mantiene tutto come cristallizzato. I personaggi e il coro sono gestiti appena, tutti sempre ben schierati di fronte al pubblico, quando non direttamente al centro verso il proscenio. Inoltre la scelta à la Hugo di far morire con Ernani anche Elvira, per quanto filologicamente accettabile, non corrisponde né al libretto (“Attendimi!”) né agli intenti degli autori, che di lei han fatto un mostro di virtù fino a quel momento: il suicidio è una soluzione “maledetta”, buona per Norma e Lady Macbeth; le “buone” come Elvira finiscono in convento o muoiono di malattia (solo nel Novecento incontreremo le caste suicide, come Liù). Le scene e i costumi di Francesco Zito rasentano la naïveté: è un tripudio di velluti e broccati, colonne gotiche e vetrate, non prive di un certo impatto visivo su spazi scenici di una certa ampiezza, il che non corrisponde al palcoscenico del Coccia dove il tutto appare alquanto ammassato. Ben poco possono fare le intense luci chiaroscurenti di Bruno Ciulli per nobilitare questo set da libro illustrato. Per fortuna la compagnia di canto riesce a sollevare la situazione; occorre riconoscere la bella prova di Alexandra Zabala, giunta in extremis a sostituire la Mills, resa ancora più apprezzabile se pensiamo che il soprano italo-cileno è subentrato alla prova generale per debuttare il ruolo. La voce della Zabala è piacevolmente proiettata e dai colori morbidi, il fraseggio è ricco e curato, con una linea di canta sufficientemente fluida e ben gestita che le consente di venire a capo dell’ostico ruolo di Elvira. Migran Agadzhanyan (Ernani), delle cui ottime doti già abbiamo parlato in occasione di una “Tosca” parmense, si è davvero speso tutto in scena, cercando di fronteggiare l’indisposizione di cui è stato vittima. La difficoltà si sente e così il tenore si gestisce con prudenza anche se la solida tecnica vocale salva la sua  performance, non  scevra di momenti dal buon afflato lirico che rendono interessante il suo approccio al  personaggio. Piacevole conferma si è pure rivelato Simon Orfila (Silva), basso di bel carattere, dalla vocalità piena e il fraseggio scolpito, curato nei portamenti. La vera star della serata, e non avrebbe potuto che essere così, è stato Amartuvshin Enkhbat, baritono del momento. Enkhbat è senz’altro molto a suo agio col repertorio verdiano (ricordiamo gli ottimi Nabucco e Rigoletto), e sviluppa questo Don Carlo con grande coinvolgimento espressivo, che non sempre abbiamo trovato in altre occasioni: con tecnica apparentemente granitica, domina in toto il personaggio, giungendo a una vera e propria apoteosi nel terzo atto (“Oh de’ verd’anni miei”), con il pubblico in visibilio e richieste di bis.  Ben interpretati anche gli altri ruoli: Giovanna (Marta Calcaterra), Don Riccardo (Albert Casals) e Jago (Emil Abdullaiev). Il Coro Sinfonico di Milano, invece, è parso alterno e poco coeso, sia scenicamente che vocalmente. Alla fine, buono il successo di pubblico, con il prevedibile picco di applausi nei confronti di Enkhbat. Foto Mario Finotti