Teatro Filarmonico di Verona: “L’elisir d’amore”

Verona, Teatro Filarmonico, Rassegna autunnale della Fondazione Arena
L’ELISIR D’AMORE”
Melodramma giocoso in due atti su libretto di Felice Romani da Le Philtre di Eugène Scribe.
Musica di Gaetano Donizetti
Adina LAURA GIORDANO
Nemorino FRANCESCO DEMURO
Belcore QIANMING DOU
Il dottor Dulcamara SALVATORE SELVAGGIO
Giannetta ELISABETTA ZIZZO
Orchestra e Coro dell’Arena di Verona
Direttore Ola Rudner
Maestro del coro Matteo Valbusa
Regia Pier Francesco Maestrini
Scene Juan Guillermo Nova
Costumi Luca D’Alpi
Luci Paolo Mazzon
Allestimento del Maggio Musicale Fiorentino
Verona, 17 novembre 2019
La quantità di citazioni cinematografiche contenute nella regia di Pier Francesco Maestrini per questo Elisir areniano, è tale da farci credere che l’autore sia un autentico nerd in materia, e qui e là abbia indulto alla sua passione. La vicenda, bergamasca da libretto, è trasportata nel Midwest degli anni ’70, in una stazione di servizio della mitica Route 66, set di innumerevoli pellicole hollywoodiane e, nell’immaginario comune, evocativa di rocambolesche avventure. Tra i campi di granoturco americani (quelli del telefilm The Dukes of Hazzard) la fauna è estremamente varia: cowboy, nativi americani, figli dei fiori, marines e perfino due monaci buddisti. A sipario aperto, l’occhio è folgorato dall’abbondanza di caratteri e di colori, tanto che a tratti ci si aliena dalla musica, per poter afferrare i dettagli scenici (creati da Juan Guillermo Nova) o i costumi ganzi di Luca D’Alpi (esilarante quello di Nemorino, trasformato in una patetica mascotte del Kentucky Fried Chicken). Numerosissimi anche i sottotesti: gag, balletti e baruffe, un brulicare di corteggiamenti e di cazzotti, capriole e strizzate di bicipiti (regia impegnativa anche fisicamente, a detta degli interpreti stessi). Insomma, Maestrini coglie la vena fiabesca della trama e ce la restituisce in salsa ketchup; benché tutto sembri avere il sapore di uno scherzo, lo spettacolo sta in piedi, e perfino “Una furtiva lagrima” infine mantiene intatta la sua poesia – con un tocco di brillantina. Se la regia ha galvanizzato il pubblico del Filarmonico – per altro il più azzeccato possibile, viste le numerose scolaresche presenti in sala – il cast non è stato da meno, con al suo interno elementi di altissimo livello. Cominciamo dal coro, che in questo melodramma fa la differenza, ed è presentato in grande forma da Matteo Valbusa. Il maestro presta particolare cura alla precisione ritmica, cosicché la compagine risulta perfettamente integrata nell’ingranaggio musicale, e sottolinea le sfumature testuali. La performance è vivida, divertente e scenicamente disinvolta, merito anche della regia trascinante e senza filtri. Qianming Dou, baritono cinese classe 1991, veste i panni di Belcore, ma in realtà è il capitano Hartman di Full Metal Jacket, alla guida di uno sparuto esercito di buontemponi. A fronte di una voce non particolarmente accattivante, l’interpretazione nel complesso è onesta, meno che nelle agilità, da ristudiare con la lente d’ingrandimento. Scenicamente, bisogna dirlo, l’artista cinese appare più che sciolto e ben incastonato nel puzzle di facezie. Voce di altra caratura è quella di Salvatore Selvaggio, su di lui costumisti e truccatori fanno un lavoro eccelso e lo trasformano in Boss Hogg, l’antagonista di quella serie Hazzard a cui Maestrini fa riferimento in particolare. Esilarante, dal suo ingresso in scena a bordo di una rombante decappottabile, con i suoi falsetti isterici, che tradiscono la sua cialtroneria, il personaggio è oltremodo simpatico e amabile, nonostante sia un autentico furfante. Il canto è fluido, impeccabile, gli acuti eseguiti con naturalezza e ben girati: un applauso. L’Adina di Laura Giordano è civetta ma non oca, scaltra ma sincera, nei sentimenti espressi e inespressi. Il soprano palermitano possiede un’invidiabile omogeneità di registri ed uno stile sempre elegante, acuti belli, sonori e senza tensione alcuna. La sua è un’interpretazione centrata sia dal punto di vista stilistico che tecnico, una vera soddisfazione per l’orecchio. Francesco Demuro, Nemorino che si muove con l’andatura di Charlotte nel suo costume da pollo, recita e canta con grande poesia e naturalezza, gioca con intelligenza con la voce senza mai perdere di intensità e senza gigionare. Se il pubblico non pareva scaldato dal suo primo ingresso, dopo “Una furtiva lagrima” esplode in un applauso euforico, che ottiene il bis. Un equivoco tra direttore (che intende saltare l’introduzione) e l’arpa (che segue lo spartito) fa sì che per le prime 16 battute il canto e l’accompagnamento siano tragicamente sfasati. Per fortuna, il buon cuore sardo di Demuro caccia tutti fuori dall’empasse, fermando il pasticcio e invitando il direttore a ripartire: la seconda esecuzione della famosissima aria è struggente quanto la prima. Lasciamo per ultima Elisabetta Zizzo, perché desideriamo puntare un faro su di lei: è un’artista vocalmente e scenicamente ottima, che desidereremmo vedere presto impegnata in ruoli di maggior spicco. Ola Rudner, direttore svedese, per la prima volta alle prese col melodramma nella buca del Filarmonico, possiede uno stile lindo e senza vezzi. Purtroppo però non sono mancati alcuni scollamenti tra orchestra e cantanti, soprattutto nelle tirate del secondo atto, quasi che la sua bacchetta si sia ostinata ad imbrigliare quei passaggi in cui le voci han bisogno di correre. In ultimo, una nota di merito anche al fortepianista che, accompagnando bene i recitativi, laddove si parlava del filtro di Isotta, ha fatto l’occhiolino agli intenditori, piazzando l’accordo del Tristano. L’onore del successo odierno va alla Fondazione, gli incassi al Teatro La Fenice, reso temporaneamente inagibile dall’eccezionale acqua alta degli ultimi giorni. Foto Ennevi per Fondazione Arena

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