Teatro Carlo Felice di Genova: “Il Trovatore”

Genova, Teatro Carlo Felice, Stagione d’Opera 2019-2020
IL TROVATORE
Dramma in quattro parti di Salvatore Cammarano, da un soggetto di Antonio García Gutiérrez.
Musica di Giuseppe Verdi
Il Conte di Luna SERGIO BOLOGNA
Leonora REBEKA LOKAR
Azucena MARIA ERMOLAEVA
Manrico DIEGO CAVAZZIN
Ferrando MARIANO BUCCINO
Inez MARTA CALCATERRA
Ruiz DIDIER PIERI
Un vecchio zingaro ROBERTO CONTI
Un messo ANTONIO MANNARINO
Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice

Direttore 
Andrea Battistoni
Direttore del Coro Francesco Aliberti
Regia Marina Bianchi
Scene e Costumi Sofia Tasmagambetova, Pavel Dragunov
Luci Luciano Novelli
Nuovo Allestimento Fondazione Teatro Carlo Felice
Genova, 01 dicembre 2019
Una nuova produzione del Carlo Felice desta sempre diverse aspettative, specialmente dal punto di vista scenico, considerato lo straordinario equipaggiamento di cui la struttura dispone: senza dubbio le scene per questo “Trovatore”, curate da Sofia Tasmagambetova e Pavel Dragunov, sono degne di questa fama, proponendo una struttura medievale su vari livelli, montata su un praticabile girevole che domina de facto l’intero palco principale – non si fanno mancare merlature, ogive, cappelle, addirittura un ponte levatoio. L’ambientazione perennemente notturna – sottolineata da proiezioni amosferiche sullo sfondo – è sempre declinata sui toni della pietra, dei marroni più freddi, in un’uniformità che alla lunga, va detto, stanca, ma che sicuramente non pecca di coerenza interna. I costumi (ad opera degli stessi scenografi) pure seguono questa estenuante sobrietà cromatica, cedendo talvolta a qualche terra più chiara – ad esempio nelle scene più zingaresche – e aderendo a un modello storico generalmente cappa-e-spada, a volte più quattrocentesco, a volte quasi barocco, con qualche guizzo spagnolo e qualche altro francese. Nulla che si faccia ricordare per accuratezza storica, né per originalità – e anche la scena unica e rotante già si è vista più volte, proprio su questo palco un paio di mesi fa, con lo straordinario “Marco Polo” di Enjott Schneider. La regia di Marina Bianchi ha certamente il merito di cercare soluzioni meno tradizionali, ma quasi mai le sue intenzioni vengono recepite nel modo migliore: trasformare il racconto iniziale di Ferrando in una scenetta con gag comiche tra soldati, ad esempio, è del tutto fuori luogo, considerato il momento d’incipit cui è affidato l’incarico non semplice di descrivere l’antefatto alla intricata vicenda; l’ostentata illuminazione di uno scheletro in una gabbia sospesa sul capo dei protagonisti, durante tutta la terza parte, ha parimenti qualcosa di inutilmente grottesco (una spettatrice adulta commenta “Che carina… mi ricorda Coco della Disney!”); per quanto riguarda le dinamiche tra personaggi, nulla si discosta dalla più prevedibile tradizione, ossia sbracciamenti, canto in proscenio rivolto al pubblico, sventolare di mantelli e via dicendo con i soliti manierismi. È un peccato, perché “Il trovatore” offrirebbe mille spunti registici: non vederne sviluppato davvero nessuno con convinzione lascia l’amaro in bocca – e, si consenta l’inciso, leggere, nella lunga nota di regia, analogie tra l’opera e la fiction televisiva, oltre che palesi sviste su posizionamento temporale e letterario delle fonti e maldestri tentativi di “attualizzare” i personaggi e i valori di cui sono forieri, altro non fa che raddoppiare l’amaro. Alla compagnia di canto, dunque, il compito di rivivificare questa messa in scena sottotono: senz’altro il cast si assesta su un buon livello, anche se difficilmente assistiamo a performance imperfettibili. I protagonisti maschili sanno entrambi il fatto loro e gestiscono le rispettive tessiture con maestria: il Conte di Sergio Bologna non manca di bei colori, linea di canto fluida ed appropriata, pregi che emergono bene in “Il balen del suo sorriso” – mentre in momenti di maggiore concitazione ci sembra meno a fuoco; Diego Cavazzin, al contrario, ci offre un Manrico acceso, scolpito, dalla dizione perfetta e la proiezione naturale – che gli assicurano il successo in momenti come l’attesa “Di quella pira”, ma anche in  “Deserto sulla terra”; il fraseggio, tuttavia, è poco vario, tende ad assestarsi su un declamato a “tinte forti”, a scapito di una resa tridimensionale del personaggio. Un plauso va senz’altro a Mariano Buccino, un Ferrando ben più che convincente, dalla solida linea di canto e il porgere sicuro. Le protagoniste femminili forniscono prove meno omogenee tra di loro: Maria Ermolaeva è una Azucena torrenziale, scenicamente coinvoltissima e musicalmente impressionante – la linea di canto è sapientemente gestita tra abbandoni lirici e aspetti più “demoniaci”, il fraseggio è curato e vario; non bisogna dimenticare, poi, la non facile tessitura ruolo: la Ermolaeva lo gestisce non senza difficoltà, ma, considerata la giovane età, è più che convincente, aiutata da un ruolo cui si addice il suo temperamento. La Leonora di Rebeka Lokar, invece, è più alterna, a parte la bella prova del “D’amor sull’ali rosee”, nella quale il soprano sloveno calibra magistralmente emissione, trasporto e cura della linea di canto. Per il resto la Lokar ci pare voce poco verdiana per fraseggio, ma anche per la stessa sostanza vocale, poco incline a piegarsi sulla melodia. Se in parti veriste e pucciniane l’abbiamo molto apprezzata – così come in un’Abigaille areniana di qualche anno fa – Leonora sembra andarle stretta, e non sembra coglierne appieno la macerante sofferenza, il naturale languore del “recitar cantando”. Gli altri ruoli sono tutti interpretati correttamente (Ines da Marta Calcaterra, Ruiz da Didier Pieri, il Vecchio Zingaro da Roberto Conti e il Messo da Antonio Mannarino). Stupenda prova di sé dà il Coro del Teatro Carlo Felice, diretto dal Maestro Francesco Aliberti, sia nei momenti più ispirati (“Ah se l’error t’ingombra” o “Miserere d’un’alma”) sia in quelli più spumeggianti (il celebre coro delle incudini, “Vedi? Le fosche notturne spoglie”). La conduzione del direttore principale Andrea Battistoni trova il giusto mezzo tra estro e prudenza, e riesce a mantenere sapientemente in equilibrio le parti orchestrali e la scena – ogni tanto qualche scollamento non inficia troppo la resa complessiva di un’opera dalla massiccia presenza orchestrale, che il M° Battistoni sa garantire. A fine serata, il pubblico è fin troppo accalorato nel tributare applausi, ma non ci stupisce: la replica cui assistiamo è, infatti, una serata pensata anche per il pubblico delle scuole, e i ragazzi che affollano il teatro sono ben più che disinvolti in certe situazioni. Tuttavia l’effetto è senz’altro quello di un chiaro apprezzamento per lo spettacolo, che certamente avrà giovato agli interpreti.

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