Gaetano Donizetti (1797 – 1848): “Il castello di Kenilworth” (1829)

Melodramma in tre atti su libretto di Andrea Leone Tottola. Jessica Pratt (Elisabetta) Carmela Remigio (Amelia), Xabier Anduaga (Leicester), Stefan Pop (Warney) Dario Russo (Lambourne), Federica Vitali (Fanny). Coro Donizetti Opera, Fabio Tartari (Maestro del coro), Orchestra Donizetti Opera, Riccardo Frizza (direttore). María Pilar Pérez Aspa (regia), Sergio Sala (scene), Ursula Patzak (costumi), Fiammetta Baldisseri (luci). Registrazione: Donizetti Opera Festival 2018. Bergamo, Teatro Sociale, 24/30 novembre e 2 dicembre 2018. 1 DVD Dynamic

Gli strani ricorsi della fortuna e della storia hanno spesso fatto dimenticare titoli che, se non sono capolavori nel senso proprio del termine, sono tuttavia passaggi fondamentali per capire un’epoca o un autore. A questa categoria appartiene senza riserve “Il castello di Kenilworth”, snodo centrale dell’evoluzione artistica di Donizetti. A Napoli nel 1829 ancora si cercava un degno successore di Rossini, un uomo che potesse sostituire il Pesarese sulla scena del regio teatro di San Carlo – e al contempo di riempire copiosamente le tasche del sempre onnipotente Barbaja. L’impresario decise di puntare tutto su un giovane bergamasco giunto in città sulla scorta di alcuni buoni successi ottenuti. Per il debutto sul principale palcoscenico napoletano di Donizetti la scelta cadde su un soggetto di ambientazione Tudor quasi a voler rievocare il trionfale debutto napoletano di Rossini con “Elisabetta regina d’Inghilterra” nel 1815. Il risultato non fu nel complesso all’altezza dell’illustre modello – la cui influenza troppo sembra aver condizionato Donizetti spingendolo spesso fuori dalla propria strada attratto delle sirene del modello rossiniano – ma a tratti l’opera mostra già in nuce quella fioritura che negli anni seguenti farà del compositore il più puro interprete della sensibilità romantica. In quel senso guarda già direttamente la scelta di trarre l’opera da un romanzo di Scott anche se purtroppo il libretto di Tottola – che qui conferma le feroci ironie che circolavano sul suo conto – manca di autentico spessore drammatico oltre a presentare una versificazione di ben modesta levatura.
Donizetti stesso era poco convinto del risultato tornando in seguito sull’opera con una revisione che, se da una parte ne facilitava la diffusione – molti dei passaggi più estremi venivano accomodati – dall’altra indeboliva ulteriormente la tenuta complessiva. E’ quindi gran merito del Donizetti festival 2018 quello di aver riproposto l’opera nell’originale versione napoletana – revisione critica a cura di Giovanni Schiavotti – e di aver reso disponibile questo importante tassello della produzione donizettiana. All’ascolto l’opera colpisce per la fedeltà agli stilemi del tardo classicismo napoletano di cui riprende molti elementi formali – due donne entrambe soprano ma con diversa vocalità, un protagonista maschile tenore acuto, un anti-eroe baritenore – sia numerosi elementi del linguaggio stilistico. Mai in nessun’altra opera il modello di Rossini è così presente in Donizetti nella scrittura orchestrale, nella vocalità, negli elementi strutturali (come la chiusura affidata a un funambolico rondò della protagonista).
Riccardo Frizza coglie pienamente la tinta di quest’opera, lo strano miscuglio fra un’impostazione luminosamente classica e una vicenda dove a dominare sono atmosfere claustrofobiche e dove un palpabile senso d’angoscia permea tutta la vicenda sotto la cupa influenza dell’autentico protagonista, quel castello che solo appare nel titolo – a differenza del rifacimento che più tradizionalmente metterà fin dal titolo l’accento sulla prima donna “Elisabetta al castello di Kenilworth” – che incombe su tutti con le sue cupe ombre. Frizza cura il dettaglio, esalta la modernità di certi passaggi, costruisce in modo esemplare la contrapposizione fra le ombre incombenti e la pompa puramente formale che accompagna la regina e soprattutto accompagna con grande attenzione i cantanti impegnati in ruoli di rara difficoltà.
A vincere la sfida sono soprattutto le due donne. Nei panni di Elisabetta Jessica Pratt fornisce un’esecuzione da manuale. La voce ha una robustezza e una solidità che s’impongono e che, unite a un accento nitido e imperioso, danno del ruolo una statura autenticamente regale – basti ascoltare con quanta naturale autorità emerga la forza della regina nei duetti con Agnese e Leicester o nel quartetto che chiude il secondo atto – ma senza che questo comprometta una facilità funambolica nel canto di coloratura. In possesso di una tecnica che glielo consente la Pratt svetta sulle tessiture più acute e volteggia sicura nei rapidi passaggi di coloratura del finale riuscendo al contempo a mantenere una piena omogeneità in tutta la gamma compreso un registro medio-grave particolarmente ricco e corposo. La Pratt non è però solo una cantante di qualità assoluta ma anche un’interprete degna di nota. Basterebbe al riguardo ascoltare il grande rondò per rendersi come la Pratt faccia emergere dietro la facciata trionfale tutte le ombre che covano nell’animo di Elisabetta il cui perdono risponde alla sua statura morale di regina ma non sana anzi acuisce le sue intime lacerazioni di donna. Finale questo che rappresenta anche uno dei tratti di maggior modernità dell’intera partitura con l’uso di uno schema tradizionale piegato ad una visione ben più cupa e problematica. Nell’apparente lieto fine nulla risolve lasciando i personaggi schiacciati dalle loro ansie e dalle loro meschine bassezze su cui si levano solo l’eroico sacrificio di Elisabetta e l’intensa umanità di Amelia.
Quest’ultima è una Carmela Remigio in grande spolvero. La voce è come sempre magnifica, di una morbidezza calda e femminile unita a una raffinata tecnica di canto e a una musicalità impeccabile. Il suo timbro venato di malinconiche bruniture non solo è perfetto per la sofferente contessa ma crea un perfetto contrasto con la cristallina luminosità della Pratt. Merito maggiore della Remigio è però quello di non essere caduta nella trappola di una figura troppo dimessa; anzi, la sua Amelia è una donna forte e combattiva, capace di far fronte a testa alta alle difficili prove cui è sottoposta e in cui la scelta di non tradire Leicester, nonostante le colpe di questi, è più un atto di rispetto per se stessa e il proprio onore che non di debolezza sentimentale. Ad Amelia Donizetti regala il momento più alto dell’opera, il sublime andante “Par che mi dica ancora” accompagnato dalla glassarmonica che la Remigio non legge come una sorta di scena di pazzia ma come un momento di abbondono di un’anima troppo provata.
Bravi anche se non al medesimo livello i due tenori. Il giovanissimo Xabier Anduaga mostra di possedere mezzi vocali notevoli e una maturità artistica non indifferente per la giovane età. Voce di bella schiettezza tenorile, grande musicalità, tecnica raffinata da autentico belcantista lasciano facilmente prevedere un radioso avvenire per questo cantante. Certo, a tratti la tessitura acutissima – la parte scritta per David non avrà il virtuosismo dei ruoli scritti da Rossini per il tenore ma è altrettanto gravosa – e il tendere a volte a imitare eccessivamente lo stile di Florez invece di cercare una via più personale non lo aiutano. Sul piano interpretativo evita giustamente di nobilitare un personaggio di rara meschinità esaltandone invece il carattere vanesio e arrivista.
Stefan Pop ha una voce particolare e non classicamente bella; canta però con grande proprietà e regge con sicurezza la scomoda tessitura da baritenore destinata al personaggio di Warney; sul piano interpretativo si apprezza la buona fusione di eleganza e protervia con cui riesce a dare una certa credibilità a un personaggio fin troppo monocorde nell’esibita malvagità. Completano il cast il Lambourne di Dario Russo e la Fanny di Federica Vitali, pienamente funzionali alla riuscita dello spettacolo.
La parte visiva si affida all’impianto scenico fin troppo essenziale di Angelo Sala costituito di fatto da un unico piano praticabile, da cui sul finale si alza una grata che isola Elisabetta, e che si configura come una metafora della solitudine del potere, e da pochi arredi scenici.  Decisamente belli sono i costumi di Ursula Patzak che rileggono con sobria eleganza i tratti tipici della moda dell’epoca Tudor. La regia di María Pilar Pérez Aspa sviluppa con rigore lo svolgersi della vicenda ed evidenzia con efficacia le psicologie dei personaggi; di grande effetto le luci di Fiammetta Baldisseri cui è affidata in gran parte l’evocazione delle sinistre atmosfere del castello. 

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