Verona, Teatro Ristori: “Mediterranea”

Verona, Teatro Ristori, Danza – Stagione 2019/2020
“MEDITERRANEA”
Coreografia Mauro Bigonzetti, Stefania di Cosmo
Musiche W.A. Mozart, G. Ligeti, G.P. da Palestrina e delle culture del Mediterraneo
Disegno lucCarlo Cerri
Costumi Roberto Tirelli
Compagnia Daniele Cipriani, Corpo di Ballo della Daniele Cipriani Entertainment
interpreti Umberto Desantis, Francesco Moro,  Ilaria Grisanti Marco Lo Presti, Susanna Elviretti, Valerio Polverari, Andrea Caleffi, Davide Pietroniro
Verona, 1 febbraio 2020
Mediterranea è una coreografia storica (25 anni dal debutto) del romano Mauro Bigonzetti, oggi free lance, ex membro di Aterballetto e già direttore del corpo di ballo del Teatro alla Scala di Milano. È stata riscritta e riadattata in varie occasioni, ma sempre nel rispetto dell’idea del suo ideatore, quella di essere un’avventura tra terra e mare e messaggio di pace e fratellanza. Un balletto che ha sempre convinto la critica ed emozionato gli spettatori per quella commistione di passi di danza, presi dal classico e dal contemporaneo, giochi di luce (di Roberto Tirelli) e ritmi musicali, ora arabo-andalusi (colori rossi), ora addirittura liturgici (colori bianchi). Come giustamente osserva Silvia Poletti, nel programma di sala, il coreografo romano prende dal balletto classico l’amore per le linee e la regola del legato, e aggiungiamo noi anche le copiose pirouette, e lo traduce in pose scultoree che esaltano la possanza maschile e la grazia femminile. Anche se spezzata in due tempi, Mediterranea è un vortice continuo, senza soluzione di continuità, di momenti clou: appassionati passi a due, magniloquenti ensemble in cui neanche le teste dei ballerini stanno mai ferme. In più di un’occasione, quasi impersonassero il coro greco, i danzatori seduti raggruppati e composti, muovono all’unisono di scatto la testa sulla battuta musicale che qui accentua il pathos e sembra alludere al racconto delle gesta del più antico navigatore del Mediterraneo: Ulisse.
Tuttavia, nell’idea di Bigonzetti, abbiamo per contro un doppio protagonista: l’uomo di Terra e l’uomo di Mare, interpretati rispettivamente da Umberto Desantis e Francesco Moro, le cui vicissitudini s’intrecciano e poi si completano, passando dalle note di chitarra del flamenco spagnolo (l’Imagery traveler di Omar Tekbilek e Brian Keane) a quelle del banjo marocchino. Una sola cosa secondo noi ha stonato sul bell’equilibrio rigoroso e accademico; insomma, la componente dietetica più importante deputata alla musica, che si è capito da subito, aveva il compito di rispecchiare, in senso metaforico, ciò che caratterizza il Mediterraneo, secondo noi è stata, come dire, macchiata dalla “Eine kleine Nachtmusik”, conosciuta come Serenata in Sol maggiore di Wolfgang Amadeus Mozart, che assolutamente non ha nulla a che vedere col mood della serata, come poteva senza dubbio esserlo, per esempio, la “Revancha del tango” dei Gotan Project. Pensiamo sia stata una cesura voluta; una scelta dettata dalla volontà di spezzare un refrain pieno di ritmo solare con un pomposo intermezzo di violini viennesi per rispecchiare il percorso artistico degli autori del balletto. Ma subito i passi di classica lasciano il posto alle corse per il palco, agli slanci e ai balzi dei ballerini tra le braccia dell’altro. Braccia tese come saette, gesti speculari che finiscono in forti abbracci: tutto richiama non la poetica ma la metrica di un enjambement. E poi figure: il falò (sulla spiaggia), le galassie di stelle e perfino una barca fenicia. Per rappresentarla i ballerini adagiano la faccia sul palmo della mano del precedente, e le braccia insieme sembrano i remi sporgenti dalle feritoie della famosa imbarcazione che per prima solcava il Mediterraneo. Una coreografia questa che è una “social catena” leopardiana; un bel messaggio di fratellanza tra i popoli che affacciano sul Mare Nostrum, un mare oggi fin troppo alla ribalta delle cronache per quelle che sono le vere epopee dei migranti di ogni dove.


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