Ludwig van Beethoven 250 (1770 – 1827): “Concerto in re maggiore per violino e orchestra” (1806)

Concerto in re maggiore per violino e orchestra op. 61
Allegro ma non troppo – Larghetto – Rondò (Allegro)

Composto nel 1806, nello stesso periodo del Quarto concerto per pianoforte e orchestra, il Concerto in re maggiore per violino e orchestra op. 61 condivide con esso la serena e tenera cantabilità. Il Concerto riflette, infatti, un periodo particolarmente felice della vita di Beethoven, ospite, allora, a Martonvasar nella tenuta degli amici Brunsvick, dove poté lavorare, con una certa serenità dovuta al contatto con la natura e all’amore ricambiato per Josephine von Brunsvick, anche ad alcuni dei suoi capolavori come i Quartetti Razumowsky, completati a novembre, e la Sinfonia n. 4 in si bemolle maggiore, terminata nell’autunno dello stesso anno.
Eccezion fatta per le Romanze op. 40 e op. 50, il Concerto op. 61 costituisce l’unico esempio di composizione per questo strumento solista e orchestra nella produzione di Beethoven, che, tuttavia, qualche tempo prima, aveva già pensato di scriverne uno. Questa sua intenzione è testimoniata dal frammento di un Concerto in do maggiore, il cui autografo, risalente molto probabilmente al biennio 1790-92 e conservato presso la Gesellschaft der Musikfreunde di Vienna, è costituito da 20 fogli, contenenti la prima parte del primo movimento, che rivelano una forma di apprendistato, da parte di Beethoven, il quale scelse come modello la produzione violinistica italiana e, in particolar modo, quella di Viotti. Rispetto a questo giovanile frammento, il Concerto op. 61, eseguito, per la prima volta, da Franz Clement al Theater an der Wien il 23 dicembre 1806, è un lavoro, senza dubbio, molto più maturo, anche se non fu del tutto compreso inizialmente dalla critica; l’anonimo recensore dell’«Allgemeine Musikalische Zeitung» lo definì senza eufemismi:
“Un lavoro privo di coerenza, un ammasso disordinato di idee, un frastuono continuo che sembra prodotto da tanti strumenti isolati […]. Alla fine del primo movimento il sig. Franz Clement mise da parte i fogli di Beethoven ed eseguì, in conformità al programma annunciato, tutta una serie di variazioni sopra un tema di propria invenzione con il violino tenuto al contrario, le corde rivolte verso il basso. Terminate le sue acrobazie, riprese il concerto di Beethoven portandolo alla conclusione”.
Anche per i concerti, come era già accaduto per le sinfonie e, in particolar modo, per l’Eroica, si stava verificando quell’insanabile frattura tra il compositore, da una parte, e il pubblico e la critica, dall’altra; questa non comprendeva la volontà di rinnovamento e l’originalità di Beethoven, in quanto convinta che la vera originalità di qualunque compositore dovesse farsi consistere nella bellezza e nella rielaborazione di nuove idee musicali all’interno di strutture e forme tradizionali. Nella composizione di questo Concerto Beethoven cercò di evidenziare le capacità virtuosistiche e tecniche di Clement, il violinista, a cui indirizzò questa breve e ironica intestazione contenuta nell’autografo: Concerto per clemenza pour Clement primo violino e direttore del teatro di Vienna. Per questo motivo alcuni passi del primo e del secondo movimento si distinguono per una cantabilità e una scrittura che spazia sugli acuti, particolarmente cari a Clement, anche se il virtuosismo tipico del concerto solistico appare qui riletto alla luce di una scrittura che esalta le caratteristiche della forma sinfonica. Molto interessante è l’incipit del primo  movimento, Allegro ma non troppo, con i timpani che introducono il primo tema cantabile esposto dai legni. In questa esposizione orchestrale, che è condotta secondo i principi della forma-sonata, si possono identificare altre idee tematiche, oltre al vero e proprio secondo tema, presenti nel ponte modulante e nella coda, tutte derivanti l’una dall’altra. In questo modo viene meno la dialettica tra i temi a favore di una scrittura che finisce per esaltare il carattere spiccatamente lirico e sereno di questo primo movimento; abbastanza marcate sono, infatti, le somiglianze tra il primo e il secondo tema. Su questo materiale tematico il violino, sin dalla sua apparizione, caratterizzata da una scrittura improvvisativa, esegue immediatamente delle variazioni in cui vengono esaltate le capacità tecniche di Clement con la predilezione per i suoni acuti e per i salti. Il secondo movimento, Larghetto, presenta un carattere religioso nella voce sommessa degli archi che si muovono con una scrittura accordale tipica del corale protestante, mentre il Finale, Allegro, è un brillante Rondò.

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