Anna Moffo (27 giugno 1932- 9 marzo 2006) – un ritratto

Roma, luglio 1969
Anna Moffo: il problema è stabilire se mimi  la sua vita, o la vive. Conoscendola, come è capitato a me, da dieci anni, si può credere che, in fondo, è naturale: anche se le sue giornate si schedano, si sovrappongono l’una all’altra, come rigurgitando da una macchina IBM una interminabile striscia cifrata, in cui sono indicati i gesti, i sorrisi, le lacrime, insieme al minuzioso calendario di lavorazione: le giornate di una straordinaria “operaia dello spettacolo internazionale”. Chiunque diventerebbe un mostro, Anna no. Quando arriviamo all’aeroporto, lei emerge fresca come un ice-cream, bianco panna e menta, dalla Rolls Royce nera: summa di regalità e discrezione, e come una regina Anna non ama che la Rolls Royce superi gli ottanta  all’ora. “Enrico, lasci correre  le Cinquecento”, dice all’autista il marito di Anna, il regista Mario Lanfranchi. A Fiumicino la guardano, fotografano, sorridono: molti.  Lei,  luminosa, ricambia. (…)
Appare come  l’emblema dell’armonia fisica e dell’eleganza  e  questo impedisce a molti di valutare il rendimento tecnico dell’artista: i milioni di ore spese a cantare e studiare. Anche oggi, è nuovamente in viaggio, stringendo sotto il braccio il fascio degli spartiti. È arrivata alle cinque  del mattino da Firenze, protagonista della Lucia di Lammermoor al Comunale, quattordici chiamate dopo la scena della pazzia e sono le nove dello stesso mattino quando scende gli ultimi gradini della sua casa roma in via S.Teodoro.
Rorida come se avessi dormito ventiquattro ore, efficente come l’ho sempre vista. Controlla i bagagli, guarda la posta, l’autista è pronto allo sportello della Rolls Royce e viene salutato con effusione semi goliardica. L’aereo parte alle 11 in punto. (…)

“Anna” le chiedo, “da questo tunnel di tabelle orarie, in cui tu giri il mondo, non ti viene mai voglia di fuggire verso un prato, il mare o che so io? “. “Quando sono sola no, quando c’è Mario allora certamente, scappiamo via, non ci facciamo più trovare da nessuno, andiamo a giocare a tennis, nuotare”. Mario Lanfranchi è nato e cresciuto sul palcoscenico lirico, il padre era un ingeneroso, spericolato impresario lirico; il melodramma,  è stato per lui uno sbocco naturale. Su questo filone del “Belcanto Parmense”, se innestata Anna: italo-americana, cattolica praticante, cresciuta con l’austerità da un mucchio di zie Philadelphia, campionessa di pallacanestro del suo “college”, amica di Grace Kelly. Delle ragazze americane Anna ha specialmente lo zelo: zelo sul lavoro, zelo amoroso. Innamorandosi di Mario Lanfranchi, il quale la, come osserva ridendo, “l’ha nutrita al seno”, quando era appena arrivata in Italia e, priva della minima malizia, non aggiornata neppure nell’arte di vestirsi, innamorandosi di Mario dunque, Anna ha stabilito un rapporto, anzi un “love romance “, di cui lo zelo è, per l’appunto, la sostanza nutritiva e lo rende inattaccabile. Non ha dubbi lei, non le paure di chi è nato nel vecchio mondo. Mario è la sua base intercontinentale e insieme il suo pizzico di follia: la follia latina che una ragazza bene allevata a Philadelphia può permettersi (non di più). In ogni caso, l’autenticità del rapporto, o almeno del legame che lega Anna al marito, è testimoniato dall’episodio della perdita del bambino: Anna cantava a Berlino quando è stata male. Rifiutato il ricovero in clinica, in Germania, reggendosi coraggiosamente sulle stampelle, sorridendo in una smorfia coraggiosa, ha preso il primo aereo per Roma: “Per chè a Roma c’era lui, Mario”. L’episodio del bambino è appena sfiorato, con pudore. Anna ha il buon gusto di non aggiungersi alla lista, ormai pletorica delle non madri celebri, in vana desolata attesa (del flash). Un mese di riposo, al mare, poi, il 2 giugno, il rientro ufficiale: Commendatore della Repubblica, nei giardini del Quirinale, per la festa offerta da Saragat.

Gli impegni di lavoro? Una lunga tournée americana che iniza all’Hollywood Bowl, un concavo, enorme prato, dove si assiepano centomila spettaori sotto le stelle della California. E tutta una serie di serate ancora in stadi, prati, giardini: è l’estate musicale USA che dirompe.
Un’estate calda? Nel suo tunnel orario, ad aria condizionata, difficilmente Anna può avvertire le angosce, i malesseri dell’America. È stata a Memphis nello stesso albergo, il giorno prima che uccidessero Martin Luther King: doveva essere a Dallas per il concerto, il giorno che uccisero John Kennedy. Lei, nella sua mentalità, per tanti versi innocente puerile, respingere l’idea di un’America ammalata di violenza. La musica contribuisce al suo privato Nirvana. Lei contro le discrimanzioni si è sempre battuta anche attraverso la sua arte…
Scadono i minuti nella saletta Vip a Fiumicino. Anna è presa in consegna, con i suoi accompagnatori, da una sorta di “padrone di casa” che  si è occupato del passaporto e dei bagagli. Anna si è  riposata sorseggiando un gin-tonic. Un caloroso saluto e  qualche momento per comunicarmi che sarà la protagonista di un film diretto dal regista inglese Lewis Gilbert e poi una tournée, tra dicembre e gennaio, in Russia.” (estratti da “Anna Moffo. La nomade del belcanto” di Adele Cambria, 1969).

 

Lascia un commento